30 aprile 2008

A proposito del passato della Russia (II)

Per nome, personalmente e singolarmente. Edizione speciale

Sull’iniziativa della “Novaja gazeta” e dell’associazione “Memorial” [1]

Colonna dei lettori

Vent’anni di libertà – e siamo di nuovo sulla soglia di un nuovo ciclo di menzogne, arbitrii e oppressione della personalità. La casa che i nostri democratici hanno costruito è distrutta ed esposta al ludibrio. E non c’è da incolpare il popolo di ciò. Semplicemente chi si è incaricato di guidare la costruzione non ha posto alla base quell’unica pietra, senza cui l’edificio che va sotto il nome di “libera, fiorente Russia” non può stare in piedi. Questa pietra è la verità. La piena ed esauriente verità su tutte le persone ingiustamente uccise, tormentate, fatte morire di fame, private delle proprie case e su tutti quelli che hanno ucciso, tormentato, fatto morire e scacciato.

L’uomo che non prende coscienza di se e del proprio passato personale è destinato a girare in tondo e a scoprire con meraviglia davanti a se gli stessi problemi irrisolti. Nella psicologia contemporanea questo è diventato un luogo comune e nessuno lo discute. Ciò che accade a una singola personalità, accade anche ad un intero paese e perciò l’attuale deriva della Russia nella nuova mancanza di libertà è del tutto coerente.

Gli antichi fermavano le guerre e i nemici di ieri uscivano allo scoperto sul campo di battaglia per piangere e seppellire i caduti. I nostri caduti restano innominati, non pianti e non sepolti. E finché sarà così, sarà inutile valutare e pianificare riforme economiche o di qualsiasi altro tipo o un’idea di nazione e fare considerazioni sul futuro del nostro paese.

E perciò l’iniziativa della “Novaja gazeta” per la creazione di un memoriale dedicato alle vittime del terrore di Stato e al tentativo di resistenza merita il più attivo sostegno. Ma non ci si può liberare dall’angoscia.

Negli ultimi vent’anni nel nostro paese molti passi sulla strada verso la libertà e la verità si sono conclusi con un nulla di fatto. Riforme economiche sommarie e incoerenti hanno portato al discredito dell’idea di un mercato libero e di un’iniziativa privata. L’indecisione nelle trasformazioni politiche ha fatto sì che la parola “democrazia” sia diventata quasi offensiva. Il processo al PCUS si è concluso con un nulla di fatto, si è trasformato in farsa e in fin dei conti in una vittoria morale dei comunisti. E ogni insuccesso del genere col passar degli anni allontana la possibilità di un libero sviluppo e di una reale fioritura del nostro paese. Gli ultimi anni per molti sono diventati anni di delusioni, hanno portato all’apatia sociale e allo scetticismo.

Accingendosi a creare un memoriale, dobbiamo ricordare che tutte le nostre azioni in questa direzione devono essere inappuntabili, senza compromessi e coerenti. In caso contrario diventeremo gli ennesimi becchini di coloro che già una volta sono stati ingiustamente tormentati e indegnamente sepolti. Che ciò non avvenga.

La questione più importante è quella di un luogo degno per questo memoriale. E per rispondere a questa questione bisogna partire non da ciò che è possibile, ma da ciò che è giusto. E giusta è la posizione dell’ex zèk [2] Lev Aleksandrovič Netto [3], per cui “in Russia c’è solo un posto dove deve trovarsi il museo-memoriale centrale. Ed è proprio l’edificio dell’NKVD [4]-KGB nella Lubjanka [5]” (“Vaccino contro il terrore”, “Novaja gazeta”, n. 13 del 21 febbraio). In qualsiasi altro posto questo museo si troverebbe nell’ombra della malefica casa della Lubjanka, come adesso nella sua ombra si è trovata la pietra della memoria delle isole Soloveckie [6].

E perciò si dovrebbe iniziare il lavoro per il ristabilimento della nostra memoria storica con la creazione di un movimento per il passaggio dell’attuale edificio della ČK [7]-NKVD-KGB-FSB [8] al museo-memoriale dedicato alle vittime del terrore di Stato e al tentativo di resistenza. Questo movimento potrebbe portare il nome di un’altra ex reclusa, E.A. Kernovskaja [9], dai disegni della quale è accompagnato l’articolo della “Novaja gazeta”. Evfrosinija Antonovna è un’eroina del Gulag, come del tutto giustamente l’ha chiamata Oleg Chlebnikov [10], che sempre nella propria vita si è fatta guidare non da ciò che è possibile, ma da ciò che è onesto e giusto.

E’ possibile che oggi tale compito appaia utopico, che causi derisione e scetticismo, come trent’anni fa causavano scetticismo le azioni e gli appelli degli eroi della resistenza degli anni ’70-‘80 dello scorso secolo Solženicyn, Sacharov, Bukovskij [11], Marčenko [12], Velikanova [13] e altri. Ma in buona parte grazie a loro nella nostra coscienza vivono gli ideali della libertà personale e non muore la speranza in una vita degna e libera in Russia.

Lev Ziman [14]

“Novaja gazeta”, 6 marzo 2008, http://www.novayagazeta.ru/data/2008/16/40.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] “Memoriale”, associazione nata per difendere la memoria delle vittime del regime sovietico e in prima linea nella difesa dei diritti umani in Russia.

[2] Zèk deriva forse da z/k (Zaključënnyj Kanalestroenija, “Recluso addetto ai lavori del canale”), sigla che indicava i lavoratori forzati che scavarono il canale Mar Bianco-Mar Baltico e per estensione avrebbe finito per indicare tutti i reclusi del Gulag.

[3] Fratello del celebre calciatore russo Igor’ Aleksandrovič Netto.

[4] Narodnyj Komitet Vnutrennich Del (Comitato Popolare per gli Affari Interni), nome della polizia politica dell’epoca di Stalin.

[5] Piazza del centro di Mosca tristemente nota per la sede dei servizi segreti.

[6] Davanti all’edificio della Lubjanka è posta a mo’ di monumento una pietra delle isole Soloveckie (popolarmente dette Solovki), uno dei principali luoghi di deportazione dell’epoca sovietica.

[7] Črezvyčajnaja Komissija (Commissione Straordinaria), la prima polizia politica sovietica.

[8] Federal’naja Služba Bezopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), gli attuali servizi segreti. C’è un’inquietante continuità dalla ČK di Lenin all’FSB di Putin...

[9] Autrice di libri di scritti e disegni di testimonianza dei propri dodici anni nel Gulag, dove era stata rinchiusa come “possidente”.

[10] Oleg Nikit’evič Chlebnikov, vice direttore della “Novaja gazeta”.

[11] Vladimir Konstantinovič Bukovskij, scrittore dissidente passato per campi di lavoro e cliniche psichiatriche.

[12] Anatolij Tichonovič Marčenko, scrittore dissidente ucraino, morto a causa di uno sciopero della fame intrapreso per far liberare prigionieri politici agli inizi dell’epoca gorbacioviana…

[13] Tat’jana Velikanova, dissidente russa.

[14] Scrittore ed editore russo.


http://matteobloggato.blogspot.com/2008/04/chi-dimentica-il-

passato-condannato.html

08 marzo 2008

A proposito di Medvedev (II)

Il fenomeno dell’affluenza [1]

Aleksandr Sadčikov

Noia. Disillusione. Totale mancanza di intrigo. Elezioni senza scelta [2]. In che modo gli scettici non hanno caratterizzato la campagna elettorale presidenziale del 2008. In generale tutto questo è vero. Dal 28.11.2007 (inizio della campagna) al 02.03.2008 (fine) abbiamo vissuto senza scosse. Per tutto questo tempo è sembrato che le elezioni fossero sullo sfondo della vita di tutti i giorni. Senza strappi. Senza un senso di angoscia nelle notizie serali. Senza picchetti e manifestazioni per la strada [3]. Senza attendamenti. Senza oppositori che fanno scioperi della fame. Senza spari per le strade. Senza carri armati nel centro della città. Non c’è stato neanche il piatto più gustoso – la scatola sotto la fotocopiatrice con mezzo milione di dollari [4]. Che malinconia. Da questo punto di vista quello che accade adesso in Armenia [5] è in qualche modo “più allegro”. Ma non abbiamo bisogno di un’allegria del genere.

Non ci vado! Non è roba mia!” – ecco la posizione che si faceva strada fra molti prima del 2 marzo. Sono andati quasi 70 milioni su 106. Il 70 per cento di questi a votare per Medvedev. E per chi si può votare? Per Zjuganov-Žirinovskij-Bogdanov [6]?" – domandava retoricamente già il 3 marzo chi alla vigilia non intendeva neanche andare al seggio.

Ci hanno ripensato? E che dire della disillusione generalizzata? Una delle due: o l’apatia e lo sconforto russi non potevano comunque far calare l’affluenza o non c’è stata affatto apatia. Le elezioni non solo un’azione politica, ma anche simbolica. Ogni elettore, esprimendo la propria opinione e il proprio atteggiamento verso un candidato, non da solo una chance a questo o a quel partito, ma partecipa anche a un rituale. E il senso del rituale è semplice: tu voti – cioè stai con il paese. Cioè ti senti accomunato alla popolazione, al popolo. E’ lo stesso che andare a una parata e a una manifestazione. Così facevano i miei avi – così agirò anch’io, per sentirmi una persona, un cittadino. Probabilmente la gente è andata alle elezioni proprio per questo.

E ancora... Sono andati anche perché volevano che “fosse ancora così”. Acquisti a credito invece di tende arancioni [7]. Non abbiamo bisogno di “lezioni di armeno” e neanche di ucraino e georgiano [8]. Che le elezioni siano noiose.

Ma gli elettori siano saggi.

Izvestija, 4 marzo 2008, http://www.izvestia.ru/opinion/article3113625/ (Traduzione e note di Matteo Mazzoni)

NOTE

[1] Nell’originale c’è un gioco di parole: “fenomeno” è javlenie e “affluenza” javka.

[2] Altro gioco di parole: in russo “elezioni” è vybory, plurale di vybor, “scelta”.

[3] Infatti vengono proibite o duramente represse…

[4] Allusione a una vicenda del 1996, quando due responsabili della campagna elettorale di El’cin furono arrestati dopo che in una scatola di fogli intestati (inizialmente presa per una scatola di fogli da fotocopiatrice) fu trovato mezzo milione di dollari. In realtà si trattava di uno scontro interno alla “corte” di El’cin e furono i responsabili dell’arresto ad essere defenestrati.

[5] In Armenia l’opposizione ha protestato contro i brogli elettorali e negli scontri con la polizia alcune persone sono rimaste uccise.

[6] Il comunista Gennadij Andreevič Zjuganov, il nazionalista Vladmir Vol’fovič Žirinovskij e il “democratico” Andrej Vladimirovič Bogdanov.

[7] Quelle degli oppositori ucraini del filorusso Janukovič. “Arancioni” sono definiti per estensione tutti gli oppositori democratici a Putin e ai filo-putiniani al potere nelle ex repubbliche sovietiche.

[8] La “rivoluzione di velluto” georgiana ha portato al potere il filo-occidentale Saakašvili.



http://matteobloggato.blogspot.com/2008/03/lordine-regna-mosca.html

28 febbraio 2008

A proposito di Medvedev

Cosa accadeva nel paese mentre Dmitrij Medvedev teneva il suo discorso programmatico

Martedì al secondo Forum Civico il candidato alla presidenza Dmitrij Medvedev ci ha raccontato come vede la Russia. La prima impressione è che vada al potere un democratico convinto. La seconda impressione è che guardi qualche altro paese. Con il discorso programmatico di Dmitrij Anatol’evič Medvedev e il materiale del numero pronto per la stampa abbiamo creato una tabella delle discrepanze. Tra ciò che hanno sentito i cittadini della Russia e ciò che è accaduto quel giorno.

Così ha parlato Medvedev

E nel frattempo

Su uno stato civile

“Se vogliamo diventare uno stato civile, prima di tutto abbiamo bisogno di diventare uno stato di diritto…”

La Procura Generale ha proposto al top manager della JUKOS Vasilij Aleksanjan, colpito da una malattia mortale, la libertà e la possibilità di curarsi in cambio di deposizioni contro Chodorkovskij e Lebedev [1].

Sulla politica sociale

“Il suo oggetto principale dovranno essere non solo i servizi sociali, ma il cittadino stesso…”

Corsa all’acquisto da parte di centinaia di migliaia di consumatori di preparati per cardiopatici – Valocordin [2] e Corvalol [3]. I funzionari hanno bloccato la vendita libera di questi medicinali.

Sulla libertà di parola

“Lo stato oggi può esistere solo in un libero flusso di informazioni, una parte imprescindibile del quale sono mass-media influenti e indipendenti…”

E’ stato emesso un mandato di cattura internazionale nei confronti di Manana Aslamazjan, direttrice della fondazione Obrazovannye Media [4]. Non sono serviti né il largo appoggio della comunità giornalistica, né l’intervento personale di Vladimir Putin: “Finché sarò presidente, potrà stare del tutto tranquilla”.

E’ stato emesso un mandato di cattura nei confronti del corrispondente della “Novaja gazeta” a Samara [5] Sergej Kurt-Adžiev.

Sui partiti e sulla libertà di voto

“I partiti esistevano solo come progetto commerciale pronto all’uso… Le elezioni si sono trasformate in una fiera di promesse populistiche, partiti e blocchi usa e getta…”

La CIK [6] ha annullato le firme dell’unico reale candidato delle forze democratiche alla presidenza Michail Kas’janov [7].

Lo stesso giorno il guastatore Andrej Bogdanov [8], proposto dal Cremino, passava con incredibile facilità attraverso le macine della commissione elettorale.

P.S. Rendiamo giustizia al candidato del gruppo di potere: anche noi vorremmo vivere nel paese che questi già vede. E perfino più di lui. E’ grande la tentazione di spiegare i fatti avvenuti sullo sfondo del suo discorso programmatico dal punto di vista della “teoria del complotto”. Cioè come una massiccia provocazione contro l’immagine del candidato stesso. Anche se probabilmente qui non si tratta proprio di “complotto”: al presidente di turno spetta semplicemente una cattiva eredità.

Sezione politica

24.01.2008, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2008/05/09.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

[1] Platon Leonidovič Lebedev, numero due della JUKOS, che ne teneva le fila dopo l’arresto di Chodorkovskij.

[2] Medicinale prodotto in Germania.

[3] Analogo del Valocordin, prodotto in Ucraina.

[4] “Media istruiti”.

[5] Città della Russia centrale.

[6] Central’naja Izbiratel’naja Komissija (Commissione Elettorale Centrale).

[7] Michail Michajlovič Kas’janov, primo ministro dal 2000 al 2004, scaricato da Putin e passato all’opposizione.

[8] Andrej Vladimirovič Bogdanov, massone e giovane esponente del “Partito Democratico Russo”.


http://matteobloggato.blogspot.com/2008/02/medvedev-comincia
-gi-predicare-bene-e.html

30 gennaio 2008

A proposito di Putin (VII)

Ma i suoi soldi vivono

La storia della JUKOS: gli amici del presidente “hanno preso tutto” e l’hanno spartito fra loro

La JUKOS non c’è più. E’ stata esclusa dal registro unico delle persone giuridiche e le sue azioni non sono più quotate nelle borse. Sono rimaste ancora delle stazioni di servizio giallo-verdi sparse per il paese, ma i nuovi proprietari indubbiamente le ridipingeranno presto dei loro colori corporativi e ci incolleranno i loro loghi.

Se si conta dal 3 luglio 2003, data dell’arresto di Platon Lebedev[1], dall’annientamento della compagnia per mano degli agenti del fisco, degli agenti di polizia, dei procuratori, dei giudici e altra gente sono passati qualcosa meno di 4 anni e 133 giorni. In questo tempo la JUKOS è stata conseguentemente decapitata, smembrata, venduta a pezzi e finita.

La storia della JUKOS è la versione moderna della dottrina popolare in Russia “prendere tutto e spartire”. In questo caso è visibile al meglio cosa significhi “prendere” e soprattutto in quali proporzioni si usa spartire adesso.

Prima dell’inizio dell’attacco alla JUKOS il suo capitale consisteva in oltre 20 miliardi di dollari. Secondo gli esperti il valore della Rosneft’ prima dell’acquisizione della Juganskneftegaz[2] non raggiungeva i 5 miliardi. In meno di tre anni attraverso varie trattative e altre operazioni alla compagnia di Stato sono passate praticamente tutte le attività di estrazione e raffinazione della JUKOS e anche la parte del leone delle sue stazioni di servizio. Il valore di mercato della Rosneft’ assomma oggi a più di 90 miliardi di dollari. E’ la più grande compagnia petrolifera del paese. Solo di ricavo netto dalla liquidazione della JUKOS la compagnia, secondo le proprie stima, ha ricevuto più di 6 miliardi di dollari. Il suo consiglio di amministrazione è diretto dal vice capo dell’amministrazione presidenziale Igor’ Sečin, ma una parte significativa delle esportazioni è gestita dall’impresa commerciale Gunvor di un altro amico di Putin – il sig. Timčenko[3].

In poche parole, le voci sul fatto che la JUKOS sia stata tolta agli oligarchi[4] per essere data al popolo sono molto esagerati.

Al popolo, fra l’altro, è pure capitato qualcosa. Durante la liquidazione della compagnia alle casse statali sono stati assegnati 585 miliardi di rubli (più di 23 miliardi di dollari al cambio attuale), che la compagnia, secondo gli uomini del fisco e i giudici, doveva allo stato. Con questi soldi sarà formato il capitale di base della corporazione statale per lo sviluppo del ŽKCh[5], a cui è affidato il compito di finanziare le ristrutturazioni delle abitazioni e la distribuzione del vecchio fondo per le abitazioni. Cosa certamente buona, solo che i soldi non saranno suddivisi tra i cittadini che hanno necessità di migliorare le proprie condizioni abitative. I miliardi andranno alle TSŽ[6], alle ŽSK[7] e ad altre organizzazioni che amministrano le proprietà condominiali. E questo non direttamente, ma passando attraverso funzionari regionali e municipali.

Un’altra voce di spesa dei ricavi aggiuntivi delle casse statali dovuti alla liquidazione della JUKOS è l’aumento delle pensioni di quegli stessi 300 rubli[8], che in ogni caso avrebbe avuto luogo durante la campagna elettorale.

L’unica cosa che una certa parte dell’elettorato ha ottenuto alla fin fine è la soddisfazione morale derivante dal fatto che lo stato ha eliminato l’oligarchia. E non del tutto, a sentire l’ultimo intervento del presidente.

Aleksej Poluchin
capo redattore della sezione economia della “Novaja gazeta”

26.11.2007, “Novaja Gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/90/01.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Platon Leonidovič Lebedev, membro influente del consiglio di amministrazione della JUKOS, che di fatto ne teneva le fila dopo l’arresto di Chodorkovskij.

[2] Una delle imprese principali del gruppo JUKOS.

[3] Amicizia che risale al tempo in cui l’uomo d’affari Gennadij Nikolaevič Timčenko era un dirigente del KGB…

[4] I potenti miliardari russi come, per esempio, Roman Abramovič.

[5] Žiliščno-Kommunal’noe Chozjajstvo (Risorse per le Abitazioni e le Infrastrutture).

[6] Tovariščestva sobstvennikov žil’ja (Associazioni dei Proprietari di Abitazioni).

[7] Žiliščno-Stroitelnye Kooperativy (Cooperative per la Costruzione di Abitazioni).

22 gennaio 2008

A proposito di Russia e Caucaso

Livellano il Caucaso

Recensione all’intervista di un tipico “uomo delle forze federali” sull’unico approccio imperiale a repubbliche molto diverse

L’eroe della Russia[1], l’amico del colonnello Budanov[2], l’ex governatore della regione di Ul’janovsk[3], il generale di corpo d’armata Šamanov, tornato al ministero della Difesa ha rilasciato recentemente un’intervista alle “Moskovskie Novosti”[4].

Penso che a molti sarebbe parso strano veder comparire sulla carta stampata un’intervista, mettiamo, a Kaltenbrunner[5] sulla questione dei rapporti tra la RFT e lo stato di Israele. In un’intervista dello stesso generale Šamanov sulle questioni del Caucaso, a quanto pare, non c’è niente – anche se è difficile rispondere quale esercito sia stato più efficace: quello tedesco nella soluzione della questione ebraica o il generale Šamanov nella soluzione di quella cecena. In ogni caso, quando vedi in Cecenia un villaggio di cui sono rimaste solo le fondamenta, 1800 fondamenta o 1500, come Staryj Ačchoj o Bamut, senza guardare si può dire: “Qui c’è stato Šamanov”. Gli altri generali non risolvevano la questione in modo così definitivo.

Ecco, a ben vedere, il corrispondente avrebbe potuto anche chiedere al generale se questa soluzione definitiva della questione cecena sia stata efficace o se, al contrario, abbia creato alcune complicazioni (a dirla più semplice, un bambino ceceno di sei anni di età di solito dice: crescerò e ucciderò i russi).

O chiedere: è vero che il suo favorito Budanov quando Šamanov era governatore della regione di Ul’janovsk stava in prigione come in albergo? Che i ristoranti cittadini rivaleggiavano per il diritto di portare il cibo a Budanov?

Macché. Hanno chiesto al nostro esperto nella soluzione definitiva della questione cecena della situazione del Caucaso. E naturalmente hanno ottenuto come risposta che “la situazione resterà preoccupante come minimo fino a metà del prossimo anno. Questo è legato alla prossima campagna elettorale negli USA”.

E che pensavate? I terroristi nascono da Bamut distrutta fino alle fondamenta? No, sono gli americani che tramano.

L’intervista a Šamanov è curiosa perché riproduce con purezza cristallina il tipico corredo federale di idee sul Caucaso. Ecco come la pensano anche al Cremlino. Ecco su che basi prendono decisioni.

In cosa consiste il corredo a parte il fatto che “gli americani tramano”?

Per prima cosa si parla del Caucaso settentrionale in generale.

“Oggi nel Caucaso settentrionale c’è un livello d’istruzione terribilmente basso”, – dice Šamanov. “Le elite delle repubbliche del Caucaso settentrionale si formano con l’aiuto di logiche tribali”. “Nelle repubbliche caucasiche si sviluppano furiosamente le comunità religiose”.

Certo, capisco, quando in una risposta di un minuto risuona la parola “Caucaso”, è qualcosa di comune a tutte le repubbliche. Ma in un’intervista dettagliata la parola “Caucaso” è come il primo piccolo suono di parola vuota, perché le repubbliche sono diverse e vanno in diverse direzioni e proprio confrontando una repubblica con l’altra si può vedere la differenza e quello che si deve o non si deve fare.

Ecco due casi, tanto per fare un confronto.

Circa un mese fa nel villaggio di Gonoda nella provincia di Gunib nella repubblica del Daghestan i militanti hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco nove persone. Gonoda è il villaggio natale del capo del ministero degli Interni del Daghestan Adil’gerej Magomedtagirov. Gli uccisi, ragazzi giovani, avevano notato una macchina che passava per il villaggio e che pareva sospetta. Quando la macchina è tornata indietro, le hanno bloccato la strada. I militanti hanno chiesto a lungo ai ragazzi di farli passare. Quando hanno visto che si avvicinava il capo della polizia locale, li hanno uccisi tutti a colpi d’arma da fuoco e se ne sono andati.

Letteralmente pochi giorni dopo nel villaggio di Starye Ačaluki, in Inguscezia, è avvenuto un caso del tutto diverso. All’ingresso del villaggio c’era un posto di blocco. Gli uomini al posto di blocco esaminavano ogni macchina e gli occupanti di una macchina hanno rifiutato di farsi esaminare. Ecominciata una lite. Gli uomini delle forze federali sono stati picchiati con violenza, sono stati caricati su dei camion, volevano dargli fuoco. Con grande sforzo la polizia locale, che è accorsa in qualche modo, ha convinto la folla furibonda a non uccidere e a non bruciare.

Non è difficile notare, che queste due storie non hanno avuto luogo semplicemente in due repubbliche diverse – hanno avuto luogo in due mondi diversi. In Daghestan la gente ha tentato di fermare i militanti. In Inguscezia la gente senza bisogno di militanti ha distrutto un posto di blocco. Non sono due repubbliche diverse. Sono due società diverse.

Perché ci sono queste due società diverse? Posso spiegare anche questo. Recentemente al presidente della repubblica del Daghestan Much Aliev è giunta una lettera da Sergokala[6]. Dal padre di un ragazzo arrestato come wahhabita[7]. Il padre scriveva che il ragazzo è questo e quello, è un campione e allena dei campioni e lo hanno preso del tutto senza motivo e promise di farsene carico. Il presidente dette la lettera al capo del ministero degli Interni: “Sistema la faccenda”. Questi sistemò la faccenda e il ragazzo fu rilasciato su cauzione prima del processo. (Ora notiamo questo: il capo del ministero degli Interni del Daghestan non è affatto un amante dei militanti. Negli ultimi due anni hanno cercato di farlo saltare in aria due volte, di avere il cuore tenero è più facile sospettare un coccodrillo che Adil’gerej.) Ed ecco che così lo rilasciarono. E qui accorse l’FSB[8]: “Ma come avete potuto! Ma noi sappiamo che è il capo principale di una grande banda!”.

Forse l’FSB dice la verità? Non penso. Perché, se proprio Adil’gerej, più del quale nessuno nella repubblica odia i wahhabiti, considera possibile fare uno sconto, allora in realtà non salta un’operazione, ma semplicemente delle nuove stellette.

Questo succede in Daghestan. Ma in Inguscezia? Dite un po’ dove e quando avete sentito che il presidente dell’Inguscezia, quando sparano sulla folla davanti ai suoi occhi, quando poi lasciano lì una granata pure davanti agli occhi della folla e fanno una foto con questa granata, – quando avete sentito dire che il presidente dell’Inguscezia abbia dubitato che quelli su cui era stato sparato fossero militanti?

Certo, non solo per questo in Daghestan e in Inguscezia la situazione è diversa. Ma anche per questo.

Questo spregiativo generalizzato “Caucaso” è il segno caratteristico dell’atteggiamento moscovita da signorotti imperiali. Sono colonie, che differenza c’è? E questo atteggiamento da signorotti deriva dal non voler notare che, per una strana coincidenza, più il presidente di una repubblica è una marionetta dell’FSB, meno ordine c’è in quella repubblica. Ma se pensa al proprio popolo e non a come accontentare i cekisti[9], allora per qualche motivo ci sono anche meno militanti.

C’è anche un altro eterno motivo – la “corruzione caucasica”.

“In molte repubbliche sono cambiati i leader, ma questo ha portato solo alla sostituzione (e neanche dappertutto) di certi clan con altri – ma in nessun caso alla fine di un sistema”, – si lamenta Šamanov.
Che vuol dire, che non è cambiato niente?

In Kabardino-Balkaria, mettiamo, c’era il presidente Kokov; sotto la sua presidenza c’è stato uno scandalo quando il potere centrale ha mandato soldi per una funivia sull’Elbrus[10] e i soldi sono stati presi e sono spariti. (“Lei sa dove sono questi soldi”, – ha detto a Kokov con grande dignità il ministro competente, il consigliere più vicino alle autorità della Balkaria Kuanš, che pure aveva a che fare con quei soldi.) E adesso là c’è il presidente Arsen Kanokov, che con i propri soldi, non trovando quelli spariti, ha costruito quella funivia.

Come di può dire che non c’è differenza? No, non mi piace che Kanokov proibisca le manifestazioni dei balkari, ma la differenza è enorme. Come minimo per quanto riguarda la funivia.

Oppure prendiamo due presidenti: Batdyev della Karačaevo-Čerkesia e Mamsurov dell’Ossezia Settentrionale. Mustafa Batdyev è un ex consigliere di Čubajs[11], perfino un liberale, probabilmente. Non appena è giunto al potere nella repubblica, hanno cominciato a spartirsi gli affari e se li sono spartiti al punto che nella dacia del cognato del presidente hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco uno di quelli che si erano spartiti una fabbrica e sei suoi amici.

Ma Mamsurov non è un liberale. E’ di origine contadina[12]. Dietro a lui ci sono sia la vodka, sia i “samovar” per la raffinazione del petrolio. Non appena l’hanno attaccato i Kolesnikov[13] e il resto della procura e hanno preso a incarcerare le persone più vicine a lui, non ha permesso al presidente di sciogliere le “Madri di Beslan”[14] non le ha sciolte egli stesso. “Non è poco?” – dirà qualche liberale. Oltre che con le “Madri” non bisogna anche agire nei confronti di un regime criminale?

E’ facile dire “è poco”, quando stai a Mosca o addirittura a Londra. Ma provateci là – al posto del presidente di una repubblica che sa di dolore, petrolio e vodka. Ricordando che i tuoi figli erano a Beslan. Sapendo, che appena aprì un po’ più la bocca, nessuno ti aiuta più.

Non posso in alcun modo paragonare il presidente Batdyev al presidente Mamsurov. Non posso in alcun modo raccoglierli sotto la stessa definizione di “gente corrotta del Caucaso”. Euna faccenda strana. A me, una giornalista liberale, starebbe bene dare addosso alle autorità, ma non posso accomunare i diversi presidenti del Caucaso. Ma il fedele Šamanov può.

E infine la principale particolarità del pensiero federale, come appare nell’intervista a Šamanov. Questa – neanche una parola sugli uomini della federazione. Sono là, gente del posto con armi automatiche, corrotti. Da loro, dalla gente del posto, ci sono i clan (che in qualche modo permettono di sopravvivere in mancanza di uno stato), le vendette sanguinose (che in qualche modo si compiono, quando non c’è un sistema giudiziario) e la corruzione, con cui, è chiaro, le persone intelligenti del Cremlino non hanno nulla a che fare.

E questa è la principale falsità, perché il pesce puzza dalla testa e il Caucaso dal Cremlino.

In Daghestan è successo un caso del genere: è stato designato il nuovo presidente, Aliev, e questi ha designato il nuovo ministro dell’economia. Il nuovo ministro dell’economia è andato a Mosca. A chiedere soldi. “E dov’è?” – gli hanno chiesto al ministero specifico. “Dov’è cosa?” – “Quello che c’è sempre stato”. Il nuovo ministro è andato via e ha comprato una torta in un negozio. L’ha portata e ha detto: “Da noi adesso è una nuova era. Noi adesso siamo onesti”. Al ministero hanno pianto dalle risate.

E i soldi? I soldi il programma presidenziale – la costruzione di infrastrutture a Botlich[15] – non li ha ricevuti per molti mesi

Ecco ancora un altro caso. Ho già detto che il capo del ministero degli Interni del Daghestan è il bersaglio preferito degli attentati. Negli ultimi due anni hanno attentato due volte alla sua vita. La prima volta per attirarlo hanno fatto saltare in aria il procuratore della provincia di Bujnaksk, Bitar Bitarov. Adil’gerej è giunto nella provincia e hanno cercato di far saltare in aria anche lui. L’esplosione è avvenuta un po’ troppo presto: è stata aperta una voragine dove c’era la macchina di scorta e il capo del ministero degli Interni si è lanciato fuori dalla macchina, si è seduto dietro una ruota e si è messo a rispondere al fuoco. Ha dovuto rispondere al fuoco a lungo e non c’era modo di chiamare aiuto: le comunicazioni in quel posto non funzionavano.

La seconda volta per attirarlo hanno ucciso il figlio del più caro amico di Adil’gerej. E’ successo a mezzanotte, Adil’gerej è andato a piedi sul luogo dell’omicidio, per strada gli ha dato un passaggio un parente. Giungono sul posto, stanno nel cortile, conversano. In quel momento per strada c’è un’esplosione. “Probabilmente è la mia macchina”, – dice tristemente il capo del ministero degli Interni. Ed era precisamente la sua macchina, che aveva richiesto con urgenza.

Ma ecco: gli esecutori di entrambi gli attentati sono stati arrestati. E poi sono stati rilasciati. I primi dagli inquirenti, i secondi dal tribunale. Non prenderò in considerazione quelli che hanno compiuto l’attentato: hanno i conti aperti con Adil’gerej. Ma dal fatto che sono stati rilasciati traggo due conclusioni: a) in questi attentati i wahhabiti sono stati usati come killer a basso costo; b) i mandanti non erano wahhabiti.

E ora chiedo una cosa. Signori, potete immaginarvi in Cina o in Tanzania una cosa del genere: i militanti sparano contro il ministro della polizia e questi militanti, arrestati e accusati sulla base di testimonianze vengono rilasciati? Non si tratta di democrazia. Non si tratta di totalitarismo. Semplicemente non esiste una cosa del genere.

E poi i generali Šamanov ci racconteranno che il numero di wahhabiti aumenta perché è legato alle elezioni negli USA.

Julija Latynina[16]
osservatrice della “Novaja gazeta”

22.11.2007, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/89/19.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Titolo conferitogli da Putin.

[2] Jurij Dmitirievič Budanov, colonnello russo condannato per crimini di guerra in Cecenia.

[3] Città della Russia centrale, dove è nato Lenin.

[4] “Notizie Moscovite”, giornale russo d’informazione.

[5] Ernst Kaltenbrunner, numero due delle SS, giustiziato dopo il processo di Norimberga.

[6] Capoluogo di provincia del Daghestan.

[7] Il wahhabismo è una corrente islamica fondamentalista, ma per “wahhabiti” in Russia si intendono i terroristi islamici in generale…

[8] Federal’naja Služba Besopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), i servizi segreti russi.

[9] Cekisti erano detti i membri della prima polizia politica sovietica (la ČK – Črezvyčajnaja Komissija po bor’be s kontrrevoljucej i sabotažem, “Commissione Straordinaria per la lotta con la controrivoluzione e il sabotaggio – il cui spelling russo è če-ka) e per estensione vengono chiamati così gli agenti segreti.

[10] La più alta vetta del Caucaso.

[11] Anatolij Borisovič Čubajs, uomo politico che guidò le privatizzazioni sotto El’cin.

[12] Letteralmente “viene dal vomere”.

[13] Vladimir Kolesnikov, vice procuratore generale.

[14] Il comitato delle madri dei bambini uccisi a Beslan.

[15] Villaggio ai confini con la Cecenia.

[16] Julija Leonidovna Latynina, giornalista e scrittrice.


http://matteobloggato.blogspot.com/2008/01/amanov-la-russia-e-il
-caucaso.html

29 dicembre 2007

A proposito di Anna Politkovskaja (V)

Anja[1] e il Clown

Di cosa si occupavano i sospetti del caso Politkovskaja. Un episodio

Inizialmente il Clown andò con questa storia da uno di quei bei giornali patinati, voleva fare un regalo alla sua bella e intelligente moglie, è una fotomodella, ne ha bisogno. Là lo ascoltarono e gli dissero: “Ganzo! Ora andiamo a fotografare tua moglie. Dicci solo unaltra cosa, chi è Anna Politkovskaja?”. Il Clown concluse che con loro non c’era nulla da fare e lasciò un messaggio alla segreteria telefonica della “Novaja gazeta”.

Il soprannome Clown glielo aveva appiccicato un maggiore dell’FSB[2] che lo aveva costretto a firmare un documento secondo cui acconsentiva a diventare un loro agente. I poliziotti, anche se erano del tutto ottusi, risero molto. Gli sono rimasti ancora dei gonfiori rossi sui polsi – per via delle manette, l’esame l’ha confermato. In realtà si chiama Èduard. Ama scherzare e a volte sembra un po’ strano, ma irradia mitezza. Del maggiore dell’FSB non si può dire che manchi di artistica precisione: è veramente un clown. Lo picchiano in testa con una mazza di gomma e sorride stupidamente. Solo che nel suo caso invece di un bastone da teatro c’era la gamba di una sedia. Dopo due ore quello che chiamavano Serëga, premendogli la testa con il gomito, lo colpiva e proferiva: “Domani ti passerà tutto, ma tra un anno perderai la testa, ora ti colpisco in questo punto”…

Al cinema, secondo le leggi del montaggio, questi potrebbero essere alcuni episodi momentanei. Inizialmente tentano di uccidere l’eroe, poi deve succedere qualcos’altro, poi lo picchiano di nuovo, poi tenta di scappare, lo picchiano, irrompe qualcuno e lo salva. Ma quando semplicemente picchiano tre volte di seguito, non è una trama, è paranoia. Lavorando alla “Novaja gazeta”, di sentire storie del genere capita spesso…

Se il Clown fosse andato con questa storia da Anna Politkovskaja, questa si sarebbe subito gettata nella mischia, senza guardare la mancanza di prospettive. Per Anja questo era qualcosa di istintivo – farsi scudo. Non ce ne sono più così. Questa, forse, è l’ultima cosa in ordine di tempo che, senza neanche sospettarlo, è riuscita a fare: difendere il Clown con la propria morte e ottenere giustizia. Perché adesso, dopo cinque anni, a causa della morte di Anja queste bestie non hanno dove nascondersi.

Alle 11 del mattino del 31 luglio 2002 “una persona dolce, incantevole, pacifica”, come Ponikarov definisce se stesso, si trovava abbastanza casualmente nell’ufficio dell’agenzia turistica “Jumnaji-travel”. E che razza di ufficio c’era là – una stanzetta nel sottosuolo. Ma l’affare gli sembrava interessante e il Clown si guardava intorno, chiedendosi se non valesse la pena di comprarlo. Il proprietario, “con il muso rosso, ma molto creativo”, ci sapeva davvero fare in Africa. Talvolta andavano a bere una vodka da lui dei veri agenti del GRU[3]. Parlavano di Africa, di guerra, di affari, di turismo. Era ganzo e il Clown si era messo a pensare se non avesse potuto entrare in questo progetto.

In generale irradia mitezza a tal punto da sembrare un peluche e immaginarselo in uniforme è impossibile. Non di meno come prima specializzazione era proprio un interprete militare dal finlandese. Ce n’erano pochi, a qualcuno comunque servono, in Finlandia i militati sono due o tre in tutto. Ma una volta il Clown fece da interprete all’incontro del ministro della Difesa finlandese con il nostro ministro della Difesa Pavel Gračëv[4] e poi disse loro che sarebbe stato bene addestrare i nostri ufficiali a fare gli osservatori dell’ONU. Il ministro finlandese colse l’idea al volo e Gračëv non poté sottrarsi. Alcuni ufficiali, e il Clown fra questi, si addestrarono in Finlandia a fare gli osservatori dell’ONU nei punti caldi e in particolare a come comportarsi quando si viene presi prigionieri. Nel 2002 questo venne molto utile, secondo il Clown, anche se a quel tempo aveva già smesso di lavorare in ambito militare e si occupava di altri “progetti”.

Ponikarov cominciò a fare affari con un’impresa di costruzioni congiunta russo-finlandese. Tutto andava ottimamente, ma nell’agosto 1998 la crisi economica colpì e tutti i soldi in cinque banche andarono bruciati. In seguito Ponikarov si occupò di acquisti di maionese dalla Finlandia, ma nel settembre 1999, quando a Mosca furono fatti esplodere due condomini, il GAI[5] fermò i furgoni che trasportavano maionese dalla Finlandia e questa andò a male. Per di più a quel tempo a Èduard e a sua moglie, la fotomodella Olja[6], nacque il primo bambino e subito dopo il secondo. Quando la moglie andava in tournée, il Clown portava a spasso i bambini a Krasnogorsk[7] e faceva piani.

E così alle 11 del mattino sedeva nell’ufficio della “Jumanji-travel”, aspettava il proprietario, quello, evidentemente, stava bevendo da qualche parte, quando irruppero là alcune persone in borghese. Fino a luglio di quest’anno il Clown riteneva che fossero dieci, ma l’inchiesta ha chiarito che erano solo sei.

Fatto sta che, mentre alcuni rovistavano tutto da cima a fondo nella stanzetta sotterranea, altri gli misero le manette e lo picchiarono. Ai corsi per osservatori dell’ONU avevano insegnato al Clown che, se ti fanno prigioniero, bisogna tentare di parlare coi terroristi e cercare un qualche contatto. Ma ora questo era difficile, perché non si capiva cosa volessero, non chiedevano niente e i loro occhi erano inespressivi come quelli dei pesci. Alla fine capì dalle conversazioni che cercavano il passaporto di un azero, questi era una sorta di cliente del proprietario dal muso rosso, ma di dove fosse questo passaporto non aveva idea e anche questi ragazzi, a quanto pareva, avevano già capito che non c’entrava assolutamente niente.

Poiché il Clown non lottava, fece calare la loro vigilanza e questi lo lasciarono andare al bagno in manette. Agendo come gli avevano insegnato ai corsi per osservatori dell’ONU, si lanciò per le scale e irruppe in un vicolo; per attrarre l’attenzione, corse in manette da un poliziotto che era di guardia nei pressi di un’ambasciata. Quelli lo raggiunsero e mostrarono al poliziotto nella guardiola il distintivo dell’UBOP[8]. Lì il Clown capì che non erano banditi. Lo riportarono nel sotterraneo e allora presero a picchiarlo con crudeltà. Infieriva in particolare uno, che gli altri chiamavano Serëga[9]. Picchiava con un’allegra cattiveria sadica così particolare, che il Clown si rattristò del tutto. Ma, evidentemente, sorse loro qualche problema che non erano in grado di risolvere da soli e dopo un po’ di tempo alla “Jumanji-travel” comparvero altri due, che si presentarono come ufficiali dell’FSB. Ricordiamolo. Al sadico Serëga e ai suoi colleghi – poliziotti della Direzione per la lotta con la criminalità organizzata – si aggiunsero due cekisti[10].

Questi erano più intelligenti, presero una qualche decisione, anche se il senso è ancora incomprensibile. Mandarono a prendere una vodka, lo costrinsero a berne metà e a bagnarsi con il resto. Poi gli ordinarono di firmare un documento per la collaborazione con l’FSB con il nome in codice Clown. “Reggi bene, – dissero. – Scherzi e ridi, quando ti picchiano”. Ah-ah-ah. “Bene, – dice – adesso sono dei vostri, toglietemi le manette, non mi picchiate”. Ma nessuno intendeva lasciarlo libero

Probabilmente pensavano comunque che fosse molto ricco e che a casa sua dovessero esserci dei soldi. Dette il numero di telefono e quelli telefonarono per assicurarsi che in casa non ci fosse nessuno. A Krasnogorsk, stretto sul sedile posteriore di una Mercedes coi vetri anneriti, lo portarono Serëga e uno dell’FSB, che tra loro chiamavano Paša[11]. Il guidatore non aveva preso parte a tutto questo, si aveva l’impressione che questo non gli piacesse molto, anche se non era la prima volta. Il Clown pensò di colpire alla schiena il guidatore per causare un incidente davanti alla postazione del GAI all’uscita da Mosca, ma gli bloccarono le braccia dietro la schiena con le manette. Erano già quasi le due quando la macchina si fermò all’ingresso del loro condominio di 14 piani. Paša restò a tenerlo fermo in macchina e Serëga andò a guardare nei cortili che la moglie del Clown non fosse nelle vicinanze, doveva essere in giro da qualche parte con i bambini. Dalla macchina coi vetri anneriti il Clown vide che la moglie con la sorella e i due bambini stava entrando dall’ingresso. Seguendo le istruzioni dell’ONU, aspettò il momento in cui sarebbe riuscito ad attrarre l’attenzione e chiamare aiuto, non si poteva affrettare, bisognava che ci fosse l’occasione.

Gli serrarono di nuovo le manette in avanti e gli gettarono una camicia sulle braccia, entrarono tutti insieme dall’ingresso, salirono e aprirono l’appartamento con le sue chiavi. Là il Clown si mise finalmente a gridare, tentando di avvicinarsi al balcone, anche la moglie, la sorella della moglie e i bambini si misero a gridare. Continuarono a picchiarlo davanti alla moglie e ai figli.

Capì che niente li avrebbe fermati. Ma era comunque nel suo appartamento! Con le ultime forze chiese il mandato di perquisizione della sua abitazione. In risposta con un colpo terribile alla testa gli spaccarono un sopracciglio, il sangue scorse dappertutto, i bambini gridavano, lo trascinarono di nuovo in strada, in macchina. Olja gli corse dietro. Il guidatore accese il motore, la fotomodella Olja si aggrappò alla portiera. “Vai!” – gridò Paša, il guidatore dette gas, Olja fu sbalzata di lato, ma riuscì a ricordare il numero di targa della macchina che aveva portato via suo marito. I vicini già guardavano stupiti dalle finestre.

Adesso il Clown giaceva sotto il sedile posteriore e Serëga lo premeva da sopra, tutta la macchina era piena di sangue e questi scava con un dito nella ferita sanguinosa sopra il sopracciglio, cercando di fare in modo che il Clown perdesse conoscenza per il dolore.

…Presero a correre per le strade, senza capire che fare. Pensavano a come liberarsi di lui, ma per la strada non c’era neanche un bosco dove avrebbero potuto farlo. La macchina si portò fino a Tušino[12], poi in qualche modo tornarono indietro a Krasnogorsk. Serëga disse ad alta voce, che là da lui aveva dei suoi banditi, che lo avrebbero aiutato a risolvere il problema. Alla fine, quando passarono per la terza volta davanti alla postazione del GAI, un ispettore che sospettava qualcosa di brutto fermò la macchina.

Dall’ispettore andò inizialmente il guidatore, ma poiché non tornava, uscì anche Paša, tirando fuori per la strada il distintivo dell’FSB. Poi lo tirarono fuori dalla macchina e lo gettarono insanguinato dietro il vetro della postazione del GAI. La giornata di luglio volgeva a sera, intorno passava un flusso continuo di macchine, ma a causa del vetro nessuno fece attenzione a lui. Il Clown saltò a terra, cosa che chi l’aveva fatto prigioniero non si aspettava e corse a tagliare il flusso di macchine, ma gli erano rimaste poche forze, Serëga lo raggiunse. Paša spiegò qualcosa con calma all’ispettore, il guidatore guardava di lato scuro in volto. Il Clown pensò che adesso era giunta la sua fine. All’improvviso una macchina si avvicinò alla postazione: era arrivato il procuratore da Krasnogorsk.

Il Clown non sa comunque rispondere con certezza alla domanda, quale fosse in realtà la causa delle sue sventure. Con certezza si può dire solo che lo salvò la moglie, che si ricordò il numero di targa della macchina (“Ero felice che fosse stata così coraggiosa e intelligente, è così coraggiosa e bella ”) e, certamente, l’ispettore del GAI, che pensò, senza temere Paša e Serëga, di chiamare il procuratore dalla postazione. Quando ad agosto di quest’anno gli inquirenti sono andati a questa postazione con Ponikarov, là stava di guardia lo stesso ispettore che l’aveva salvato cinque anni fa. Ricordava bene tutta la storia: a memoria sua non gli era mai accaduto nulla di simile.

Su questa parte delle sue deposizioni non abbiamo certezza, perché anche dopo la comparsa del procuratore, la chiamata al pronto soccorso e il trasporto del Clown all’ospedale, dove furono registrate tutte le lesioni fisiche, nessuno pensò di arrestare Paša e Serëga, eppure non sono gli unici del genere nelle “forze dell’ordine”.

E adesso la cosa principale. Il Clown non voleva essere una vittima. Non si sentiva colpevole di nulla. Non voleva perdonare i maltrattamenti subiti. Nel 2002 Èduard Ponikarov fece il giro di tutti: dal plenipotenziario per i diritti umani lo portarono per mano fino alla Procura Generale, su loro richiesta scrisse una denuncia all’FSB e al servizio per la sicurezza personale del ministero degli Interrni della Federazione Russa. Ma nessuno fece nulla: alla fine dell’anno il procedimento penale fu bloccato in riferimento al fatto che là venivano poste in atto delle “misure di ricerca”, e lui, così risultava, c’era semplicemente caduto dentro.

Il Clown dice (dal punto di vista di un osservatore dell’ONU): “Io non avrei protestato neanche contro un simile comportamento nei miei confronti, se fossi un terrorista. Ma io non sono un terrorista. Anche gli sbirri per fregare la gente fanno così: se sei stupido, allora vieni fregato, ma se sei intelligente, lasciano perdere. Ma qui era già tutto chiaro e mi hanno picchiato comunque! Solo contusioni, ma questo è pericoloso. Gli ho detto che presto o tardi anche loro cadranno”.
Sono caduti abbastanza tardi, cinque anni dopo. Cos’altro sono riusciti a combinare in questo tempo, si chiarisce ora…

Nel 2002 il Clown e sua moglie-fotomodella sono andati a vivere più lontano, le cose sono andate bene, si sono trasferiti a Mosca e hanno dato l’appartamento a Krasnogorsk in affitto a dei conoscenti.

A luglio 2007 una nonnina chiamò Èduard da quell’appartamento e disse che il “procuratore generale” lo stava cercando e lasciò un numero di telefono. Il Clown chiamò: lo convocavano davvero alla Procura Generale.

Stavolta le persone che lo interrogavano gli piacquero – erano perfino molto intelligenti e “positive”. Ma per due settimane non riuscì a capire perché improvvisamente si era messo in moto con tale forza un caso vecchio di cinque anni: “Pensavo che fosse semplicemente caduto da un armadio”.

I cognomi di “Serëga” e “Paša” li era già venuti a sapere durante le indagini condotte con la sua collaborazione: Chadžikurbanov del ministero degli Interni e Rjaguzov dell’FSB. In un qualche momento alla fine di agosto erano a casa, guardavano la televisione e là d’un tratto parlano di Chadžikurbanov e Rjaguzov che sono stati arrestati per il caso Politkovskaja e per qualcosa tipo “abuso di potere” e chissà perché. Ma il Clown capì subito perché. Gli aveva proprio detto: comunque cadrete.

Ecco proprio tutto. Il Clown non ama dare giudizi, ma dice che “vorrebbe trarne una conclusione politica”.

Il senso di quello che dice è semplice.

E’ passato per tutte le istanze. E nessuno ha agito di conseguenza! E’ il sistema… Se avessero incarcerato questi due nel 2002, forse Anna Politkovskaja sarebbe viva.

Leonid Nikitinskij
osservatore della “Novaja gazeta”

“Novaja gazeta”, 8/10/2007, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/77/01.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Diminutivo di Anna.

[2] Federal’naja Služba Besopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), i servizi segreti russi.

[3] Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie (Direzione Generale dell’Intelligence).

[4] Pavel Sergeevič Gračëv, ministro della Difesa russo dal 1992 al 1996.

[5] Gosudarstvennaja Avtomobil’naja Inspekcija (Ispettorato Automobilistico Statale), la polizia stradale russa.

[6] Diminutivo di Ol’ga.

[7] Cittadina alla periferia di Mosca.

[8] Upravlenie po Bor’be s Organizovannoj Prestupnost’ju (Direzione per la Lotta con la Criminalità Organizzata).

[9] Diminutivo di Sergej.

[10] Cekisti erano detti i membri della ČK – pronunciata če-ka – (Črezvyčajnaja Komissija po bor’be s kontrrevoljucej i sabotažem – Commissione Straordinaria per la lotta con la controrivoluzione e il sabotaggio), cioè la prima polizia politica sovietica e per estensione sono chiamati così gli agenti segreti.

[11] Diminutivo di Pavel.

09 dicembre 2007

A proposito di diritti umani violati (VI)

Questo non si può curare

La psichiatria punitiva cerca di nuovo i suoi pazienti. E li trova

Ci sono persone dalla cui posizione in diversi momenti del tempo si possono giudicare le tendenze e la situazione generale di un paese. Giudicate da soli: nell’URSS l’adolescente Andrej Novikov[1] protestava contro il Komsomol[2], si occupava di samizdat[3] e, ovviamente, si beccò una diagnosi psichiatrica come regolarmente avveniva a tutti gli altri “dissidenti attivi”.

Nella Russia della perestrojka dal 1991 gli articoli del 23enne Andrej Novikov furono pubblicati praticamente da tutta la stampa più autorevole, in quel tempo centralizzata: “Literaturnaja gazeta”[4], “Izvestija”[5], “Novyj mir”[6], “Junost’”[7], “Družba narodov”[8], “Znamja”[9]… La televisione e la radio invitavano il giornalista di talento alle loro trasmissioni e già nel 1994, presentandolo, parlavano di lui non altrimenti che come di un importante pubblicista e politologo.

Nella Russia di oggi il giornalista indipendente il giornalista indipendente Andrei Novikov è di nuovo “impazzito”. Da otto mesi viene forzatamente curato nella clinica psichiatrica della città di Rybinsk nella regione di Jaroslavl’[10].

Per molti russi le idee della perestrojka sono passate come una leggera influenza, ma l’esperienza non si scorda così facilmente, com’è noto “non la finisci di bere”[11]. Neanche gli psichiatri “l’hanno finita di bere” e non si sono scomposti, è cambiato il nome del paese, ma non loro. La storia di Larisa Arap[12] cos’è se non un esempio di ritorno alla psichiatria punitiva? Ma che Larisa Arap sarebbe stata dimessa dal manicomio pochi dubitavano – dalla sua parte c’erano gli attivisti per i diritti umani e la stampa. Per il giornalista Andrei Novikov tutto è molto più difficile – la gente a sentir ricordare il suo nome resta semplicemente titubante.

Fra laltro ricordo il 1999. Nello stesso modo esitavano gli avvocati a cui veniva proposto di difendere due profughi ceceni presentati al mondo come i terroristi che avevano fatto esplodere le case di due vie moscovite – via Kaširka e via Gur’janova[13]. Li mostravano in tutti i telegiornali e l’entità delle accuse, l’orrore per ciò che era stato compiuto gettava gli avvocati nello sgomento – non volevano e non potevano difendere dei “terroristi”! Ma poi si chiarì: i sospetti non avevano alcuno colpa, non avevano preso parte all’uccisione di quelle persone.

Così va adesso con Andrej: “Questi, – mi hanno detto, – ha proposto di bombardare le città della Russia. Perfino Rybinsk, sua città nativa!”

In effetti non può aver fatto tutto da solo. Il giornalista Andrej Novikov ha proposto di bombardare la città di Rybinsk? A chi?

La risposta è in una lettera inviata dal manicomio dal “malato” al presidente del tribunale di Rybinsk Solncev per mezzo di amici: “Vostro onore! Ritengo di aver semplicemente fruito della libertà di parola – come politologo e scrittore – per esprimere il mio punto di vista. La durezza fa parte della mia professione. Per cosa mi si giudica? Per un reale, concreto estremismo, per aver lanciato proclami ed appelli diretti a persone reali o semplicemente per la mia dura presa di posizione? Per la mia attività pubblicistica? Porto un esempio dalla stampa. Nel marzo del 2000 sul giornale “Komsomol’skaja pravda”[14] fu pubblicata la mia lettera aperta al presidente degli USA Clinton “Bombardi le città russe!”. E tutti capirono, che era semplicemente una dura, stravagante presa di posizione, anche se nella forma è un appello!..”.

Il pathos della pubblicistica in forma imperativa, la speciale esasperazione fino all’assurdo di un tema per far sì che l’essenza di una situazione sia presentata in modo più pesante, più chiaro – in questo stile scrivevano negli anni ‘90 molti importanti giornalisti di questo paese. E’ sufficiente guardare i titoli di organi di stampa allora influenti: secondo la logica di oggi questo sarebbe semplicemente un massiccio e infinito appello estremista. In tutto sono passati sette anni dal 2000, dicono che questo sia un periodo critico per un matrimonio. Ma per un paese?

Alla redazione della “Novaja gazeta” è giunta una lettera di Vladimir Andreevič Novikov: “Vi scrive il padre del membro dell’Unione dei Giornalisti di Mosca e dell’Unione degli Scrittori russi Andrei Novikov, anno di nascita 1966, nativo della città di Rybinsk. Per articoli di genere saggistico, scritti ai limiti del grottesco letterario e della provocazione, posti (a quanto affermano le indagini) nella rete Internet, è stato aperto un procedimento penale nei suoi confronti secondo l’articolo 280 comma 1 del Codice Penale della Federazione Russo “Pubblici appelli ad azioni di tipo estremistico”.

– I testi sono stati presi dal computer personale di Andrej Novikov, non sono stati pubblicati, – dice l’avvocato di Jaroslavl’ Vladimir Noskov – Questi è un uomo di talento, duro, audace. Ma non è di alcuna pericolosità sociale, ha semplicemente espresso il suo punto di vista… Non aveva alcun progetto particolare… Ma quando un caso è legato alla psichiatria, tirarlo fuori e dimostrare qualcosa è molto difficile.

Il 6 dicembre 2006 il giornalista è stato mandato a fare un esame psichiatrico-giudiziario nella clinica psichiatrica regionale di Jaroslavl’. Una copia dell’atto di questo esame è a disposizione della redazione, per ora cito solo un paragrafo: “…La coscienza non è lesa, è ben orientato quanto al luogo e al tempo. Elenca correttamente i propri dati anagrafici, ma firma la documentazione medica “Allah akbar[15]…”.

E’ un argomento, certo, ma la traduzione letterale significa solo che “Dio è grande”. Lo preciso perché ho un sospetto: gli psichiatri che hanno firmato l’atto non lo sanno ancora e, forse, ritengono queste parole un appello estremista.

Ma Andrej Novikov per tutta la vita ha scioccato così il pubblico – sia nei testi, sia nella vita. Negli anni in cui era al potere il segretario generale del Comitato Centrale del PCUS, si firmava “segretario geniale”. All’epoca del presidente russo, quando per Mosca girava il noto articolo di Andrej Novikov su El’cin “Il genio dei torbidi russi” e qualcuno diceva scherzando che egli, l’autore, fosse pure un genio dei torbidi russi, prese a distribuire i propri biglietti da visita, su cui erano scritte queste parole. E per tutta la vita ha chiamato non tanto ad un’attività estremistica, quanto a un’“attività di pensiero sperimentale”[16]. Ho attinto queste informazioni dall’archivio elettronico di una rivista moscovita, ha già paura perfino di dire quale. La rivista è liberamente consultabile in Internet. Là insieme all’elenco degli articoli di Novikov c’è una biografia, leggere la quale è semplicemente divertente…

– Dall’infanzia mi accusano di avere la testa tra le nuvole, – dice lo stesso Andrej Novikov.

– Ma in realtà ci sto tutto intero.

– A Jaroslavl’ nella stessa sala con mio figlio hanno esaminato banditi, assassini, stupratori. Ebbene, questi sono “patrioti”, ma egli a quel tempo era attratto dalla religione musulmana, diceva “Allah akbar”, andava in giro con la barba, – racconta il padre del giornalista. – E’ così dall’infanzia: se si fa prendere da qualcosa, allora non ci sono compromessi, è esclusivamente una persona onesta. Poi abbandona da solo queste idee, ma nel momento in cui pensa così, così si comporta. All’ospedale di Jaroslavl’ lo hanno tormentato: gli hanno dato fuoco alla barba, non l’hanno fatto dormire e nella notte di Capodanno l’hanno picchiato in modo terribile, hanno tentato di violentarlo… Là sotto sorveglianza mio figlio ha passato 43 giorni…

– Quando è tornato a casa a Rybinsk da Jaroslavl’ sembrava un robot. O una mummia. Diceva: “Mi escono le medicine dalle orecchie!”. Ecco come lo hanno trattato, – racconta la madre di Andrej Galina Novikova.

Tale è stato l’esame, il risultato del quale è un atto stampato a caratteri grandi con tre firme: “Zajarnaja, Orlova, Borodin” e con una conclusione simile a una condanna: “Novikov A.V. rappresenta un pericolo per la società e necessita di un trattamento coatto in una struttura psichiatrica di tipo comune…”.

In seguito gli avvenimenti, a quanto dice il padre, si sono svolti così: a Jaroslavl’ gli è stato detto che suo figlio non sarebbe stato dimesso, ma sarebbe stato portato alla clinica psichiatrica di