30 gennaio 2008

A proposito di Putin (VII)

Ma i suoi soldi vivono

La storia della JUKOS: gli amici del presidente “hanno preso tutto” e l’hanno spartito fra loro

La JUKOS non c’è più. E’ stata esclusa dal registro unico delle persone giuridiche e le sue azioni non sono più quotate nelle borse. Sono rimaste ancora delle stazioni di servizio giallo-verdi sparse per il paese, ma i nuovi proprietari indubbiamente le ridipingeranno presto dei loro colori corporativi e ci incolleranno i loro loghi.

Se si conta dal 3 luglio 2003, data dell’arresto di Platon Lebedev[1], dall’annientamento della compagnia per mano degli agenti del fisco, degli agenti di polizia, dei procuratori, dei giudici e altra gente sono passati qualcosa meno di 4 anni e 133 giorni. In questo tempo la JUKOS è stata conseguentemente decapitata, smembrata, venduta a pezzi e finita.

La storia della JUKOS è la versione moderna della dottrina popolare in Russia “prendere tutto e spartire”. In questo caso è visibile al meglio cosa significhi “prendere” e soprattutto in quali proporzioni si usa spartire adesso.

Prima dell’inizio dell’attacco alla JUKOS il suo capitale consisteva in oltre 20 miliardi di dollari. Secondo gli esperti il valore della Rosneft’ prima dell’acquisizione della Juganskneftegaz[2] non raggiungeva i 5 miliardi. In meno di tre anni attraverso varie trattative e altre operazioni alla compagnia di Stato sono passate praticamente tutte le attività di estrazione e raffinazione della JUKOS e anche la parte del leone delle sue stazioni di servizio. Il valore di mercato della Rosneft’ assomma oggi a più di 90 miliardi di dollari. E’ la più grande compagnia petrolifera del paese. Solo di ricavo netto dalla liquidazione della JUKOS la compagnia, secondo le proprie stima, ha ricevuto più di 6 miliardi di dollari. Il suo consiglio di amministrazione è diretto dal vice capo dell’amministrazione presidenziale Igor’ Sečin, ma una parte significativa delle esportazioni è gestita dall’impresa commerciale Gunvor di un altro amico di Putin – il sig. Timčenko[3].

In poche parole, le voci sul fatto che la JUKOS sia stata tolta agli oligarchi[4] per essere data al popolo sono molto esagerati.

Al popolo, fra l’altro, è pure capitato qualcosa. Durante la liquidazione della compagnia alle casse statali sono stati assegnati 585 miliardi di rubli (più di 23 miliardi di dollari al cambio attuale), che la compagnia, secondo gli uomini del fisco e i giudici, doveva allo stato. Con questi soldi sarà formato il capitale di base della corporazione statale per lo sviluppo del ŽKCh[5], a cui è affidato il compito di finanziare le ristrutturazioni delle abitazioni e la distribuzione del vecchio fondo per le abitazioni. Cosa certamente buona, solo che i soldi non saranno suddivisi tra i cittadini che hanno necessità di migliorare le proprie condizioni abitative. I miliardi andranno alle TSŽ[6], alle ŽSK[7] e ad altre organizzazioni che amministrano le proprietà condominiali. E questo non direttamente, ma passando attraverso funzionari regionali e municipali.

Un’altra voce di spesa dei ricavi aggiuntivi delle casse statali dovuti alla liquidazione della JUKOS è l’aumento delle pensioni di quegli stessi 300 rubli[8], che in ogni caso avrebbe avuto luogo durante la campagna elettorale.

L’unica cosa che una certa parte dell’elettorato ha ottenuto alla fin fine è la soddisfazione morale derivante dal fatto che lo stato ha eliminato l’oligarchia. E non del tutto, a sentire l’ultimo intervento del presidente.

Aleksej Poluchin
capo redattore della sezione economia della “Novaja gazeta”

26.11.2007, “Novaja Gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/90/01.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Platon Leonidovič Lebedev, membro influente del consiglio di amministrazione della JUKOS, che di fatto ne teneva le fila dopo l’arresto di Chodorkovskij.

[2] Una delle imprese principali del gruppo JUKOS.

[3] Amicizia che risale al tempo in cui l’uomo d’affari Gennadij Nikolaevič Timčenko era un dirigente del KGB…

[4] I potenti miliardari russi come, per esempio, Roman Abramovič.

[5] Žiliščno-Kommunal’noe Chozjajstvo (Risorse per le Abitazioni e le Infrastrutture).

[6] Tovariščestva sobstvennikov žil’ja (Associazioni dei Proprietari di Abitazioni).

[7] Žiliščno-Stroitelnye Kooperativy (Cooperative per la Costruzione di Abitazioni).

22 gennaio 2008

A proposito di Russia e Caucaso

Livellano il Caucaso

Recensione all’intervista di un tipico “uomo delle forze federali” sull’unico approccio imperiale a repubbliche molto diverse

L’eroe della Russia[1], l’amico del colonnello Budanov[2], l’ex governatore della regione di Ul’janovsk[3], il generale di corpo d’armata Šamanov, tornato al ministero della Difesa ha rilasciato recentemente un’intervista alle “Moskovskie Novosti”[4].

Penso che a molti sarebbe parso strano veder comparire sulla carta stampata un’intervista, mettiamo, a Kaltenbrunner[5] sulla questione dei rapporti tra la RFT e lo stato di Israele. In un’intervista dello stesso generale Šamanov sulle questioni del Caucaso, a quanto pare, non c’è niente – anche se è difficile rispondere quale esercito sia stato più efficace: quello tedesco nella soluzione della questione ebraica o il generale Šamanov nella soluzione di quella cecena. In ogni caso, quando vedi in Cecenia un villaggio di cui sono rimaste solo le fondamenta, 1800 fondamenta o 1500, come Staryj Ačchoj o Bamut, senza guardare si può dire: “Qui c’è stato Šamanov”. Gli altri generali non risolvevano la questione in modo così definitivo.

Ecco, a ben vedere, il corrispondente avrebbe potuto anche chiedere al generale se questa soluzione definitiva della questione cecena sia stata efficace o se, al contrario, abbia creato alcune complicazioni (a dirla più semplice, un bambino ceceno di sei anni di età di solito dice: crescerò e ucciderò i russi).

O chiedere: è vero che il suo favorito Budanov quando Šamanov era governatore della regione di Ul’janovsk stava in prigione come in albergo? Che i ristoranti cittadini rivaleggiavano per il diritto di portare il cibo a Budanov?

Macché. Hanno chiesto al nostro esperto nella soluzione definitiva della questione cecena della situazione del Caucaso. E naturalmente hanno ottenuto come risposta che “la situazione resterà preoccupante come minimo fino a metà del prossimo anno. Questo è legato alla prossima campagna elettorale negli USA”.

E che pensavate? I terroristi nascono da Bamut distrutta fino alle fondamenta? No, sono gli americani che tramano.

L’intervista a Šamanov è curiosa perché riproduce con purezza cristallina il tipico corredo federale di idee sul Caucaso. Ecco come la pensano anche al Cremlino. Ecco su che basi prendono decisioni.

In cosa consiste il corredo a parte il fatto che “gli americani tramano”?

Per prima cosa si parla del Caucaso settentrionale in generale.

“Oggi nel Caucaso settentrionale c’è un livello d’istruzione terribilmente basso”, – dice Šamanov. “Le elite delle repubbliche del Caucaso settentrionale si formano con l’aiuto di logiche tribali”. “Nelle repubbliche caucasiche si sviluppano furiosamente le comunità religiose”.

Certo, capisco, quando in una risposta di un minuto risuona la parola “Caucaso”, è qualcosa di comune a tutte le repubbliche. Ma in un’intervista dettagliata la parola “Caucaso” è come il primo piccolo suono di parola vuota, perché le repubbliche sono diverse e vanno in diverse direzioni e proprio confrontando una repubblica con l’altra si può vedere la differenza e quello che si deve o non si deve fare.

Ecco due casi, tanto per fare un confronto.

Circa un mese fa nel villaggio di Gonoda nella provincia di Gunib nella repubblica del Daghestan i militanti hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco nove persone. Gonoda è il villaggio natale del capo del ministero degli Interni del Daghestan Adil’gerej Magomedtagirov. Gli uccisi, ragazzi giovani, avevano notato una macchina che passava per il villaggio e che pareva sospetta. Quando la macchina è tornata indietro, le hanno bloccato la strada. I militanti hanno chiesto a lungo ai ragazzi di farli passare. Quando hanno visto che si avvicinava il capo della polizia locale, li hanno uccisi tutti a colpi d’arma da fuoco e se ne sono andati.

Letteralmente pochi giorni dopo nel villaggio di Starye Ačaluki, in Inguscezia, è avvenuto un caso del tutto diverso. All’ingresso del villaggio c’era un posto di blocco. Gli uomini al posto di blocco esaminavano ogni macchina e gli occupanti di una macchina hanno rifiutato di farsi esaminare. Ecominciata una lite. Gli uomini delle forze federali sono stati picchiati con violenza, sono stati caricati su dei camion, volevano dargli fuoco. Con grande sforzo la polizia locale, che è accorsa in qualche modo, ha convinto la folla furibonda a non uccidere e a non bruciare.

Non è difficile notare, che queste due storie non hanno avuto luogo semplicemente in due repubbliche diverse – hanno avuto luogo in due mondi diversi. In Daghestan la gente ha tentato di fermare i militanti. In Inguscezia la gente senza bisogno di militanti ha distrutto un posto di blocco. Non sono due repubbliche diverse. Sono due società diverse.

Perché ci sono queste due società diverse? Posso spiegare anche questo. Recentemente al presidente della repubblica del Daghestan Much Aliev è giunta una lettera da Sergokala[6]. Dal padre di un ragazzo arrestato come wahhabita[7]. Il padre scriveva che il ragazzo è questo e quello, è un campione e allena dei campioni e lo hanno preso del tutto senza motivo e promise di farsene carico. Il presidente dette la lettera al capo del ministero degli Interni: “Sistema la faccenda”. Questi sistemò la faccenda e il ragazzo fu rilasciato su cauzione prima del processo. (Ora notiamo questo: il capo del ministero degli Interni del Daghestan non è affatto un amante dei militanti. Negli ultimi due anni hanno cercato di farlo saltare in aria due volte, di avere il cuore tenero è più facile sospettare un coccodrillo che Adil’gerej.) Ed ecco che così lo rilasciarono. E qui accorse l’FSB[8]: “Ma come avete potuto! Ma noi sappiamo che è il capo principale di una grande banda!”.

Forse l’FSB dice la verità? Non penso. Perché, se proprio Adil’gerej, più del quale nessuno nella repubblica odia i wahhabiti, considera possibile fare uno sconto, allora in realtà non salta un’operazione, ma semplicemente delle nuove stellette.

Questo succede in Daghestan. Ma in Inguscezia? Dite un po’ dove e quando avete sentito che il presidente dell’Inguscezia, quando sparano sulla folla davanti ai suoi occhi, quando poi lasciano lì una granata pure davanti agli occhi della folla e fanno una foto con questa granata, – quando avete sentito dire che il presidente dell’Inguscezia abbia dubitato che quelli su cui era stato sparato fossero militanti?

Certo, non solo per questo in Daghestan e in Inguscezia la situazione è diversa. Ma anche per questo.

Questo spregiativo generalizzato “Caucaso” è il segno caratteristico dell’atteggiamento moscovita da signorotti imperiali. Sono colonie, che differenza c’è? E questo atteggiamento da signorotti deriva dal non voler notare che, per una strana coincidenza, più il presidente di una repubblica è una marionetta dell’FSB, meno ordine c’è in quella repubblica. Ma se pensa al proprio popolo e non a come accontentare i cekisti[9], allora per qualche motivo ci sono anche meno militanti.

C’è anche un altro eterno motivo – la “corruzione caucasica”.

“In molte repubbliche sono cambiati i leader, ma questo ha portato solo alla sostituzione (e neanche dappertutto) di certi clan con altri – ma in nessun caso alla fine di un sistema”, – si lamenta Šamanov.
Che vuol dire, che non è cambiato niente?

In Kabardino-Balkaria, mettiamo, c’era il presidente Kokov; sotto la sua presidenza c’è stato uno scandalo quando il potere centrale ha mandato soldi per una funivia sull’Elbrus[10] e i soldi sono stati presi e sono spariti. (“Lei sa dove sono questi soldi”, – ha detto a Kokov con grande dignità il ministro competente, il consigliere più vicino alle autorità della Balkaria Kuanš, che pure aveva a che fare con quei soldi.) E adesso là c’è il presidente Arsen Kanokov, che con i propri soldi, non trovando quelli spariti, ha costruito quella funivia.

Come di può dire che non c’è differenza? No, non mi piace che Kanokov proibisca le manifestazioni dei balkari, ma la differenza è enorme. Come minimo per quanto riguarda la funivia.

Oppure prendiamo due presidenti: Batdyev della Karačaevo-Čerkesia e Mamsurov dell’Ossezia Settentrionale. Mustafa Batdyev è un ex consigliere di Čubajs[11], perfino un liberale, probabilmente. Non appena è giunto al potere nella repubblica, hanno cominciato a spartirsi gli affari e se li sono spartiti al punto che nella dacia del cognato del presidente hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco uno di quelli che si erano spartiti una fabbrica e sei suoi amici.

Ma Mamsurov non è un liberale. E’ di origine contadina[12]. Dietro a lui ci sono sia la vodka, sia i “samovar” per la raffinazione del petrolio. Non appena l’hanno attaccato i Kolesnikov[13] e il resto della procura e hanno preso a incarcerare le persone più vicine a lui, non ha permesso al presidente di sciogliere le “Madri di Beslan”[14] non le ha sciolte egli stesso. “Non è poco?” – dirà qualche liberale. Oltre che con le “Madri” non bisogna anche agire nei confronti di un regime criminale?

E’ facile dire “è poco”, quando stai a Mosca o addirittura a Londra. Ma provateci là – al posto del presidente di una repubblica che sa di dolore, petrolio e vodka. Ricordando che i tuoi figli erano a Beslan. Sapendo, che appena aprì un po’ più la bocca, nessuno ti aiuta più.

Non posso in alcun modo paragonare il presidente Batdyev al presidente Mamsurov. Non posso in alcun modo raccoglierli sotto la stessa definizione di “gente corrotta del Caucaso”. Euna faccenda strana. A me, una giornalista liberale, starebbe bene dare addosso alle autorità, ma non posso accomunare i diversi presidenti del Caucaso. Ma il fedele Šamanov può.

E infine la principale particolarità del pensiero federale, come appare nell’intervista a Šamanov. Questa – neanche una parola sugli uomini della federazione. Sono là, gente del posto con armi automatiche, corrotti. Da loro, dalla gente del posto, ci sono i clan (che in qualche modo permettono di sopravvivere in mancanza di uno stato), le vendette sanguinose (che in qualche modo si compiono, quando non c’è un sistema giudiziario) e la corruzione, con cui, è chiaro, le persone intelligenti del Cremlino non hanno nulla a che fare.

E questa è la principale falsità, perché il pesce puzza dalla testa e il Caucaso dal Cremlino.

In Daghestan è successo un caso del genere: è stato designato il nuovo presidente, Aliev, e questi ha designato il nuovo ministro dell’economia. Il nuovo ministro dell’economia è andato a Mosca. A chiedere soldi. “E dov’è?” – gli hanno chiesto al ministero specifico. “Dov’è cosa?” – “Quello che c’è sempre stato”. Il nuovo ministro è andato via e ha comprato una torta in un negozio. L’ha portata e ha detto: “Da noi adesso è una nuova era. Noi adesso siamo onesti”. Al ministero hanno pianto dalle risate.

E i soldi? I soldi il programma presidenziale – la costruzione di infrastrutture a Botlich[15] – non li ha ricevuti per molti mesi

Ecco ancora un altro caso. Ho già detto che il capo del ministero degli Interni del Daghestan è il bersaglio preferito degli attentati. Negli ultimi due anni hanno attentato due volte alla sua vita. La prima volta per attirarlo hanno fatto saltare in aria il procuratore della provincia di Bujnaksk, Bitar Bitarov. Adil’gerej è giunto nella provincia e hanno cercato di far saltare in aria anche lui. L’esplosione è avvenuta un po’ troppo presto: è stata aperta una voragine dove c’era la macchina di scorta e il capo del ministero degli Interni si è lanciato fuori dalla macchina, si è seduto dietro una ruota e si è messo a rispondere al fuoco. Ha dovuto rispondere al fuoco a lungo e non c’era modo di chiamare aiuto: le comunicazioni in quel posto non funzionavano.

La seconda volta per attirarlo hanno ucciso il figlio del più caro amico di Adil’gerej. E’ successo a mezzanotte, Adil’gerej è andato a piedi sul luogo dell’omicidio, per strada gli ha dato un passaggio un parente. Giungono sul posto, stanno nel cortile, conversano. In quel momento per strada c’è un’esplosione. “Probabilmente è la mia macchina”, – dice tristemente il capo del ministero degli Interni. Ed era precisamente la sua macchina, che aveva richiesto con urgenza.

Ma ecco: gli esecutori di entrambi gli attentati sono stati arrestati. E poi sono stati rilasciati. I primi dagli inquirenti, i secondi dal tribunale. Non prenderò in considerazione quelli che hanno compiuto l’attentato: hanno i conti aperti con Adil’gerej. Ma dal fatto che sono stati rilasciati traggo due conclusioni: a) in questi attentati i wahhabiti sono stati usati come killer a basso costo; b) i mandanti non erano wahhabiti.

E ora chiedo una cosa. Signori, potete immaginarvi in Cina o in Tanzania una cosa del genere: i militanti sparano contro il ministro della polizia e questi militanti, arrestati e accusati sulla base di testimonianze vengono rilasciati? Non si tratta di democrazia. Non si tratta di totalitarismo. Semplicemente non esiste una cosa del genere.

E poi i generali Šamanov ci racconteranno che il numero di wahhabiti aumenta perché è legato alle elezioni negli USA.

Julija Latynina[16]
osservatrice della “Novaja gazeta”

22.11.2007, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/89/19.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Titolo conferitogli da Putin.

[2] Jurij Dmitirievič Budanov, colonnello russo condannato per crimini di guerra in Cecenia.

[3] Città della Russia centrale, dove è nato Lenin.

[4] “Notizie Moscovite”, giornale russo d’informazione.

[5] Ernst Kaltenbrunner, numero due delle SS, giustiziato dopo il processo di Norimberga.

[6] Capoluogo di provincia del Daghestan.

[7] Il wahhabismo è una corrente islamica fondamentalista, ma per “wahhabiti” in Russia si intendono i terroristi islamici in generale…

[8] Federal’naja Služba Besopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), i servizi segreti russi.

[9] Cekisti erano detti i membri della prima polizia politica sovietica (la ČK – Črezvyčajnaja Komissija po bor’be s kontrrevoljucej i sabotažem, “Commissione Straordinaria per la lotta con la controrivoluzione e il sabotaggio – il cui spelling russo è če-ka) e per estensione vengono chiamati così gli agenti segreti.

[10] La più alta vetta del Caucaso.

[11] Anatolij Borisovič Čubajs, uomo politico che guidò le privatizzazioni sotto El’cin.

[12] Letteralmente “viene dal vomere”.

[13] Vladimir Kolesnikov, vice procuratore generale.

[14] Il comitato delle madri dei bambini uccisi a Beslan.

[15] Villaggio ai confini con la Cecenia.

[16] Julija Leonidovna Latynina, giornalista e scrittrice.


http://matteobloggato.blogspot.com/2008/01/amanov-la-russia-e-il
-caucaso.html

29 dicembre 2007

A proposito di Anna Politkovskaja (V)

Anja[1] e il Clown

Di cosa si occupavano i sospetti del caso Politkovskaja. Un episodio

Inizialmente il Clown andò con questa storia da uno di quei bei giornali patinati, voleva fare un regalo alla sua bella e intelligente moglie, è una fotomodella, ne ha bisogno. Là lo ascoltarono e gli dissero: “Ganzo! Ora andiamo a fotografare tua moglie. Dicci solo unaltra cosa, chi è Anna Politkovskaja?”. Il Clown concluse che con loro non c’era nulla da fare e lasciò un messaggio alla segreteria telefonica della “Novaja gazeta”.

Il soprannome Clown glielo aveva appiccicato un maggiore dell’FSB[2] che lo aveva costretto a firmare un documento secondo cui acconsentiva a diventare un loro agente. I poliziotti, anche se erano del tutto ottusi, risero molto. Gli sono rimasti ancora dei gonfiori rossi sui polsi – per via delle manette, l’esame l’ha confermato. In realtà si chiama Èduard. Ama scherzare e a volte sembra un po’ strano, ma irradia mitezza. Del maggiore dell’FSB non si può dire che manchi di artistica precisione: è veramente un clown. Lo picchiano in testa con una mazza di gomma e sorride stupidamente. Solo che nel suo caso invece di un bastone da teatro c’era la gamba di una sedia. Dopo due ore quello che chiamavano Serëga, premendogli la testa con il gomito, lo colpiva e proferiva: “Domani ti passerà tutto, ma tra un anno perderai la testa, ora ti colpisco in questo punto”…

Al cinema, secondo le leggi del montaggio, questi potrebbero essere alcuni episodi momentanei. Inizialmente tentano di uccidere l’eroe, poi deve succedere qualcos’altro, poi lo picchiano di nuovo, poi tenta di scappare, lo picchiano, irrompe qualcuno e lo salva. Ma quando semplicemente picchiano tre volte di seguito, non è una trama, è paranoia. Lavorando alla “Novaja gazeta”, di sentire storie del genere capita spesso…

Se il Clown fosse andato con questa storia da Anna Politkovskaja, questa si sarebbe subito gettata nella mischia, senza guardare la mancanza di prospettive. Per Anja questo era qualcosa di istintivo – farsi scudo. Non ce ne sono più così. Questa, forse, è l’ultima cosa in ordine di tempo che, senza neanche sospettarlo, è riuscita a fare: difendere il Clown con la propria morte e ottenere giustizia. Perché adesso, dopo cinque anni, a causa della morte di Anja queste bestie non hanno dove nascondersi.

Alle 11 del mattino del 31 luglio 2002 “una persona dolce, incantevole, pacifica”, come Ponikarov definisce se stesso, si trovava abbastanza casualmente nell’ufficio dell’agenzia turistica “Jumnaji-travel”. E che razza di ufficio c’era là – una stanzetta nel sottosuolo. Ma l’affare gli sembrava interessante e il Clown si guardava intorno, chiedendosi se non valesse la pena di comprarlo. Il proprietario, “con il muso rosso, ma molto creativo”, ci sapeva davvero fare in Africa. Talvolta andavano a bere una vodka da lui dei veri agenti del GRU[3]. Parlavano di Africa, di guerra, di affari, di turismo. Era ganzo e il Clown si era messo a pensare se non avesse potuto entrare in questo progetto.

In generale irradia mitezza a tal punto da sembrare un peluche e immaginarselo in uniforme è impossibile. Non di meno come prima specializzazione era proprio un interprete militare dal finlandese. Ce n’erano pochi, a qualcuno comunque servono, in Finlandia i militati sono due o tre in tutto. Ma una volta il Clown fece da interprete all’incontro del ministro della Difesa finlandese con il nostro ministro della Difesa Pavel Gračëv[4] e poi disse loro che sarebbe stato bene addestrare i nostri ufficiali a fare gli osservatori dell’ONU. Il ministro finlandese colse l’idea al volo e Gračëv non poté sottrarsi. Alcuni ufficiali, e il Clown fra questi, si addestrarono in Finlandia a fare gli osservatori dell’ONU nei punti caldi e in particolare a come comportarsi quando si viene presi prigionieri. Nel 2002 questo venne molto utile, secondo il Clown, anche se a quel tempo aveva già smesso di lavorare in ambito militare e si occupava di altri “progetti”.

Ponikarov cominciò a fare affari con un’impresa di costruzioni congiunta russo-finlandese. Tutto andava ottimamente, ma nell’agosto 1998 la crisi economica colpì e tutti i soldi in cinque banche andarono bruciati. In seguito Ponikarov si occupò di acquisti di maionese dalla Finlandia, ma nel settembre 1999, quando a Mosca furono fatti esplodere due condomini, il GAI[5] fermò i furgoni che trasportavano maionese dalla Finlandia e questa andò a male. Per di più a quel tempo a Èduard e a sua moglie, la fotomodella Olja[6], nacque il primo bambino e subito dopo il secondo. Quando la moglie andava in tournée, il Clown portava a spasso i bambini a Krasnogorsk[7] e faceva piani.

E così alle 11 del mattino sedeva nell’ufficio della “Jumanji-travel”, aspettava il proprietario, quello, evidentemente, stava bevendo da qualche parte, quando irruppero là alcune persone in borghese. Fino a luglio di quest’anno il Clown riteneva che fossero dieci, ma l’inchiesta ha chiarito che erano solo sei.

Fatto sta che, mentre alcuni rovistavano tutto da cima a fondo nella stanzetta sotterranea, altri gli misero le manette e lo picchiarono. Ai corsi per osservatori dell’ONU avevano insegnato al Clown che, se ti fanno prigioniero, bisogna tentare di parlare coi terroristi e cercare un qualche contatto. Ma ora questo era difficile, perché non si capiva cosa volessero, non chiedevano niente e i loro occhi erano inespressivi come quelli dei pesci. Alla fine capì dalle conversazioni che cercavano il passaporto di un azero, questi era una sorta di cliente del proprietario dal muso rosso, ma di dove fosse questo passaporto non aveva idea e anche questi ragazzi, a quanto pareva, avevano già capito che non c’entrava assolutamente niente.

Poiché il Clown non lottava, fece calare la loro vigilanza e questi lo lasciarono andare al bagno in manette. Agendo come gli avevano insegnato ai corsi per osservatori dell’ONU, si lanciò per le scale e irruppe in un vicolo; per attrarre l’attenzione, corse in manette da un poliziotto che era di guardia nei pressi di un’ambasciata. Quelli lo raggiunsero e mostrarono al poliziotto nella guardiola il distintivo dell’UBOP[8]. Lì il Clown capì che non erano banditi. Lo riportarono nel sotterraneo e allora presero a picchiarlo con crudeltà. Infieriva in particolare uno, che gli altri chiamavano Serëga[9]. Picchiava con un’allegra cattiveria sadica così particolare, che il Clown si rattristò del tutto. Ma, evidentemente, sorse loro qualche problema che non erano in grado di risolvere da soli e dopo un po’ di tempo alla “Jumanji-travel” comparvero altri due, che si presentarono come ufficiali dell’FSB. Ricordiamolo. Al sadico Serëga e ai suoi colleghi – poliziotti della Direzione per la lotta con la criminalità organizzata – si aggiunsero due cekisti[10].

Questi erano più intelligenti, presero una qualche decisione, anche se il senso è ancora incomprensibile. Mandarono a prendere una vodka, lo costrinsero a berne metà e a bagnarsi con il resto. Poi gli ordinarono di firmare un documento per la collaborazione con l’FSB con il nome in codice Clown. “Reggi bene, – dissero. – Scherzi e ridi, quando ti picchiano”. Ah-ah-ah. “Bene, – dice – adesso sono dei vostri, toglietemi le manette, non mi picchiate”. Ma nessuno intendeva lasciarlo libero

Probabilmente pensavano comunque che fosse molto ricco e che a casa sua dovessero esserci dei soldi. Dette il numero di telefono e quelli telefonarono per assicurarsi che in casa non ci fosse nessuno. A Krasnogorsk, stretto sul sedile posteriore di una Mercedes coi vetri anneriti, lo portarono Serëga e uno dell’FSB, che tra loro chiamavano Paša[11]. Il guidatore non aveva preso parte a tutto questo, si aveva l’impressione che questo non gli piacesse molto, anche se non era la prima volta. Il Clown pensò di colpire alla schiena il guidatore per causare un incidente davanti alla postazione del GAI all’uscita da Mosca, ma gli bloccarono le braccia dietro la schiena con le manette. Erano già quasi le due quando la macchina si fermò all’ingresso del loro condominio di 14 piani. Paša restò a tenerlo fermo in macchina e Serëga andò a guardare nei cortili che la moglie del Clown non fosse nelle vicinanze, doveva essere in giro da qualche parte con i bambini. Dalla macchina coi vetri anneriti il Clown vide che la moglie con la sorella e i due bambini stava entrando dall’ingresso. Seguendo le istruzioni dell’ONU, aspettò il momento in cui sarebbe riuscito ad attrarre l’attenzione e chiamare aiuto, non si poteva affrettare, bisognava che ci fosse l’occasione.

Gli serrarono di nuovo le manette in avanti e gli gettarono una camicia sulle braccia, entrarono tutti insieme dall’ingresso, salirono e aprirono l’appartamento con le sue chiavi. Là il Clown si mise finalmente a gridare, tentando di avvicinarsi al balcone, anche la moglie, la sorella della moglie e i bambini si misero a gridare. Continuarono a picchiarlo davanti alla moglie e ai figli.

Capì che niente li avrebbe fermati. Ma era comunque nel suo appartamento! Con le ultime forze chiese il mandato di perquisizione della sua abitazione. In risposta con un colpo terribile alla testa gli spaccarono un sopracciglio, il sangue scorse dappertutto, i bambini gridavano, lo trascinarono di nuovo in strada, in macchina. Olja gli corse dietro. Il guidatore accese il motore, la fotomodella Olja si aggrappò alla portiera. “Vai!” – gridò Paša, il guidatore dette gas, Olja fu sbalzata di lato, ma riuscì a ricordare il numero di targa della macchina che aveva portato via suo marito. I vicini già guardavano stupiti dalle finestre.

Adesso il Clown giaceva sotto il sedile posteriore e Serëga lo premeva da sopra, tutta la macchina era piena di sangue e questi scava con un dito nella ferita sanguinosa sopra il sopracciglio, cercando di fare in modo che il Clown perdesse conoscenza per il dolore.

…Presero a correre per le strade, senza capire che fare. Pensavano a come liberarsi di lui, ma per la strada non c’era neanche un bosco dove avrebbero potuto farlo. La macchina si portò fino a Tušino[12], poi in qualche modo tornarono indietro a Krasnogorsk. Serëga disse ad alta voce, che là da lui aveva dei suoi banditi, che lo avrebbero aiutato a risolvere il problema. Alla fine, quando passarono per la terza volta davanti alla postazione del GAI, un ispettore che sospettava qualcosa di brutto fermò la macchina.

Dall’ispettore andò inizialmente il guidatore, ma poiché non tornava, uscì anche Paša, tirando fuori per la strada il distintivo dell’FSB. Poi lo tirarono fuori dalla macchina e lo gettarono insanguinato dietro il vetro della postazione del GAI. La giornata di luglio volgeva a sera, intorno passava un flusso continuo di macchine, ma a causa del vetro nessuno fece attenzione a lui. Il Clown saltò a terra, cosa che chi l’aveva fatto prigioniero non si aspettava e corse a tagliare il flusso di macchine, ma gli erano rimaste poche forze, Serëga lo raggiunse. Paša spiegò qualcosa con calma all’ispettore, il guidatore guardava di lato scuro in volto. Il Clown pensò che adesso era giunta la sua fine. All’improvviso una macchina si avvicinò alla postazione: era arrivato il procuratore da Krasnogorsk.

Il Clown non sa comunque rispondere con certezza alla domanda, quale fosse in realtà la causa delle sue sventure. Con certezza si può dire solo che lo salvò la moglie, che si ricordò il numero di targa della macchina (“Ero felice che fosse stata così coraggiosa e intelligente, è così coraggiosa e bella ”) e, certamente, l’ispettore del GAI, che pensò, senza temere Paša e Serëga, di chiamare il procuratore dalla postazione. Quando ad agosto di quest’anno gli inquirenti sono andati a questa postazione con Ponikarov, là stava di guardia lo stesso ispettore che l’aveva salvato cinque anni fa. Ricordava bene tutta la storia: a memoria sua non gli era mai accaduto nulla di simile.

Su questa parte delle sue deposizioni non abbiamo certezza, perché anche dopo la comparsa del procuratore, la chiamata al pronto soccorso e il trasporto del Clown all’ospedale, dove furono registrate tutte le lesioni fisiche, nessuno pensò di arrestare Paša e Serëga, eppure non sono gli unici del genere nelle “forze dell’ordine”.

E adesso la cosa principale. Il Clown non voleva essere una vittima. Non si sentiva colpevole di nulla. Non voleva perdonare i maltrattamenti subiti. Nel 2002 Èduard Ponikarov fece il giro di tutti: dal plenipotenziario per i diritti umani lo portarono per mano fino alla Procura Generale, su loro richiesta scrisse una denuncia all’FSB e al servizio per la sicurezza personale del ministero degli Interrni della Federazione Russa. Ma nessuno fece nulla: alla fine dell’anno il procedimento penale fu bloccato in riferimento al fatto che là venivano poste in atto delle “misure di ricerca”, e lui, così risultava, c’era semplicemente caduto dentro.

Il Clown dice (dal punto di vista di un osservatore dell’ONU): “Io non avrei protestato neanche contro un simile comportamento nei miei confronti, se fossi un terrorista. Ma io non sono un terrorista. Anche gli sbirri per fregare la gente fanno così: se sei stupido, allora vieni fregato, ma se sei intelligente, lasciano perdere. Ma qui era già tutto chiaro e mi hanno picchiato comunque! Solo contusioni, ma questo è pericoloso. Gli ho detto che presto o tardi anche loro cadranno”.
Sono caduti abbastanza tardi, cinque anni dopo. Cos’altro sono riusciti a combinare in questo tempo, si chiarisce ora…

Nel 2002 il Clown e sua moglie-fotomodella sono andati a vivere più lontano, le cose sono andate bene, si sono trasferiti a Mosca e hanno dato l’appartamento a Krasnogorsk in affitto a dei conoscenti.

A luglio 2007 una nonnina chiamò Èduard da quell’appartamento e disse che il “procuratore generale” lo stava cercando e lasciò un numero di telefono. Il Clown chiamò: lo convocavano davvero alla Procura Generale.

Stavolta le persone che lo interrogavano gli piacquero – erano perfino molto intelligenti e “positive”. Ma per due settimane non riuscì a capire perché improvvisamente si era messo in moto con tale forza un caso vecchio di cinque anni: “Pensavo che fosse semplicemente caduto da un armadio”.

I cognomi di “Serëga” e “Paša” li era già venuti a sapere durante le indagini condotte con la sua collaborazione: Chadžikurbanov del ministero degli Interni e Rjaguzov dell’FSB. In un qualche momento alla fine di agosto erano a casa, guardavano la televisione e là d’un tratto parlano di Chadžikurbanov e Rjaguzov che sono stati arrestati per il caso Politkovskaja e per qualcosa tipo “abuso di potere” e chissà perché. Ma il Clown capì subito perché. Gli aveva proprio detto: comunque cadrete.

Ecco proprio tutto. Il Clown non ama dare giudizi, ma dice che “vorrebbe trarne una conclusione politica”.

Il senso di quello che dice è semplice.

E’ passato per tutte le istanze. E nessuno ha agito di conseguenza! E’ il sistema… Se avessero incarcerato questi due nel 2002, forse Anna Politkovskaja sarebbe viva.

Leonid Nikitinskij
osservatore della “Novaja gazeta”

“Novaja gazeta”, 8/10/2007, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/77/01.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Diminutivo di Anna.

[2] Federal’naja Služba Besopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), i servizi segreti russi.

[3] Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie (Direzione Generale dell’Intelligence).

[4] Pavel Sergeevič Gračëv, ministro della Difesa russo dal 1992 al 1996.

[5] Gosudarstvennaja Avtomobil’naja Inspekcija (Ispettorato Automobilistico Statale), la polizia stradale russa.

[6] Diminutivo di Ol’ga.

[7] Cittadina alla periferia di Mosca.

[8] Upravlenie po Bor’be s Organizovannoj Prestupnost’ju (Direzione per la Lotta con la Criminalità Organizzata).

[9] Diminutivo di Sergej.

[10] Cekisti erano detti i membri della ČK – pronunciata če-ka – (Črezvyčajnaja Komissija po bor’be s kontrrevoljucej i sabotažem – Commissione Straordinaria per la lotta con la controrivoluzione e il sabotaggio), cioè la prima polizia politica sovietica e per estensione sono chiamati così gli agenti segreti.

[11] Diminutivo di Pavel.

09 dicembre 2007

A proposito di diritti umani violati (VI)

Questo non si può curare

La psichiatria punitiva cerca di nuovo i suoi pazienti. E li trova

Ci sono persone dalla cui posizione in diversi momenti del tempo si possono giudicare le tendenze e la situazione generale di un paese. Giudicate da soli: nell’URSS l’adolescente Andrej Novikov[1] protestava contro il Komsomol[2], si occupava di samizdat[3] e, ovviamente, si beccò una diagnosi psichiatrica come regolarmente avveniva a tutti gli altri “dissidenti attivi”.

Nella Russia della perestrojka dal 1991 gli articoli del 23enne Andrej Novikov furono pubblicati praticamente da tutta la stampa più autorevole, in quel tempo centralizzata: “Literaturnaja gazeta”[4], “Izvestija”[5], “Novyj mir”[6], “Junost’”[7], “Družba narodov”[8], “Znamja”[9]… La televisione e la radio invitavano il giornalista di talento alle loro trasmissioni e già nel 1994, presentandolo, parlavano di lui non altrimenti che come di un importante pubblicista e politologo.

Nella Russia di oggi il giornalista indipendente il giornalista indipendente Andrei Novikov è di nuovo “impazzito”. Da otto mesi viene forzatamente curato nella clinica psichiatrica della città di Rybinsk nella regione di Jaroslavl’[10].

Per molti russi le idee della perestrojka sono passate come una leggera influenza, ma l’esperienza non si scorda così facilmente, com’è noto “non la finisci di bere”[11]. Neanche gli psichiatri “l’hanno finita di bere” e non si sono scomposti, è cambiato il nome del paese, ma non loro. La storia di Larisa Arap[12] cos’è se non un esempio di ritorno alla psichiatria punitiva? Ma che Larisa Arap sarebbe stata dimessa dal manicomio pochi dubitavano – dalla sua parte c’erano gli attivisti per i diritti umani e la stampa. Per il giornalista Andrei Novikov tutto è molto più difficile – la gente a sentir ricordare il suo nome resta semplicemente titubante.

Fra laltro ricordo il 1999. Nello stesso modo esitavano gli avvocati a cui veniva proposto di difendere due profughi ceceni presentati al mondo come i terroristi che avevano fatto esplodere le case di due vie moscovite – via Kaširka e via Gur’janova[13]. Li mostravano in tutti i telegiornali e l’entità delle accuse, l’orrore per ciò che era stato compiuto gettava gli avvocati nello sgomento – non volevano e non potevano difendere dei “terroristi”! Ma poi si chiarì: i sospetti non avevano alcuno colpa, non avevano preso parte all’uccisione di quelle persone.

Così va adesso con Andrej: “Questi, – mi hanno detto, – ha proposto di bombardare le città della Russia. Perfino Rybinsk, sua città nativa!”

In effetti non può aver fatto tutto da solo. Il giornalista Andrej Novikov ha proposto di bombardare la città di Rybinsk? A chi?

La risposta è in una lettera inviata dal manicomio dal “malato” al presidente del tribunale di Rybinsk Solncev per mezzo di amici: “Vostro onore! Ritengo di aver semplicemente fruito della libertà di parola – come politologo e scrittore – per esprimere il mio punto di vista. La durezza fa parte della mia professione. Per cosa mi si giudica? Per un reale, concreto estremismo, per aver lanciato proclami ed appelli diretti a persone reali o semplicemente per la mia dura presa di posizione? Per la mia attività pubblicistica? Porto un esempio dalla stampa. Nel marzo del 2000 sul giornale “Komsomol’skaja pravda”[14] fu pubblicata la mia lettera aperta al presidente degli USA Clinton “Bombardi le città russe!”. E tutti capirono, che era semplicemente una dura, stravagante presa di posizione, anche se nella forma è un appello!..”.

Il pathos della pubblicistica in forma imperativa, la speciale esasperazione fino all’assurdo di un tema per far sì che l’essenza di una situazione sia presentata in modo più pesante, più chiaro – in questo stile scrivevano negli anni ‘90 molti importanti giornalisti di questo paese. E’ sufficiente guardare i titoli di organi di stampa allora influenti: secondo la logica di oggi questo sarebbe semplicemente un massiccio e infinito appello estremista. In tutto sono passati sette anni dal 2000, dicono che questo sia un periodo critico per un matrimonio. Ma per un paese?

Alla redazione della “Novaja gazeta” è giunta una lettera di Vladimir Andreevič Novikov: “Vi scrive il padre del membro dell’Unione dei Giornalisti di Mosca e dell’Unione degli Scrittori russi Andrei Novikov, anno di nascita 1966, nativo della città di Rybinsk. Per articoli di genere saggistico, scritti ai limiti del grottesco letterario e della provocazione, posti (a quanto affermano le indagini) nella rete Internet, è stato aperto un procedimento penale nei suoi confronti secondo l’articolo 280 comma 1 del Codice Penale della Federazione Russo “Pubblici appelli ad azioni di tipo estremistico”.

– I testi sono stati presi dal computer personale di Andrej Novikov, non sono stati pubblicati, – dice l’avvocato di Jaroslavl’ Vladimir Noskov – Questi è un uomo di talento, duro, audace. Ma non è di alcuna pericolosità sociale, ha semplicemente espresso il suo punto di vista… Non aveva alcun progetto particolare… Ma quando un caso è legato alla psichiatria, tirarlo fuori e dimostrare qualcosa è molto difficile.

Il 6 dicembre 2006 il giornalista è stato mandato a fare un esame psichiatrico-giudiziario nella clinica psichiatrica regionale di Jaroslavl’. Una copia dell’atto di questo esame è a disposizione della redazione, per ora cito solo un paragrafo: “…La coscienza non è lesa, è ben orientato quanto al luogo e al tempo. Elenca correttamente i propri dati anagrafici, ma firma la documentazione medica “Allah akbar[15]…”.

E’ un argomento, certo, ma la traduzione letterale significa solo che “Dio è grande”. Lo preciso perché ho un sospetto: gli psichiatri che hanno firmato l’atto non lo sanno ancora e, forse, ritengono queste parole un appello estremista.

Ma Andrej Novikov per tutta la vita ha scioccato così il pubblico – sia nei testi, sia nella vita. Negli anni in cui era al potere il segretario generale del Comitato Centrale del PCUS, si firmava “segretario geniale”. All’epoca del presidente russo, quando per Mosca girava il noto articolo di Andrej Novikov su El’cin “Il genio dei torbidi russi” e qualcuno diceva scherzando che egli, l’autore, fosse pure un genio dei torbidi russi, prese a distribuire i propri biglietti da visita, su cui erano scritte queste parole. E per tutta la vita ha chiamato non tanto ad un’attività estremistica, quanto a un’“attività di pensiero sperimentale”[16]. Ho attinto queste informazioni dall’archivio elettronico di una rivista moscovita, ha già paura perfino di dire quale. La rivista è liberamente consultabile in Internet. Là insieme all’elenco degli articoli di Novikov c’è una biografia, leggere la quale è semplicemente divertente…

– Dall’infanzia mi accusano di avere la testa tra le nuvole, – dice lo stesso Andrej Novikov.

– Ma in realtà ci sto tutto intero.

– A Jaroslavl’ nella stessa sala con mio figlio hanno esaminato banditi, assassini, stupratori. Ebbene, questi sono “patrioti”, ma egli a quel tempo era attratto dalla religione musulmana, diceva “Allah akbar”, andava in giro con la barba, – racconta il padre del giornalista. – E’ così dall’infanzia: se si fa prendere da qualcosa, allora non ci sono compromessi, è esclusivamente una persona onesta. Poi abbandona da solo queste idee, ma nel momento in cui pensa così, così si comporta. All’ospedale di Jaroslavl’ lo hanno tormentato: gli hanno dato fuoco alla barba, non l’hanno fatto dormire e nella notte di Capodanno l’hanno picchiato in modo terribile, hanno tentato di violentarlo… Là sotto sorveglianza mio figlio ha passato 43 giorni…

– Quando è tornato a casa a Rybinsk da Jaroslavl’ sembrava un robot. O una mummia. Diceva: “Mi escono le medicine dalle orecchie!”. Ecco come lo hanno trattato, – racconta la madre di Andrej Galina Novikova.

Tale è stato l’esame, il risultato del quale è un atto stampato a caratteri grandi con tre firme: “Zajarnaja, Orlova, Borodin” e con una conclusione simile a una condanna: “Novikov A.V. rappresenta un pericolo per la società e necessita di un trattamento coatto in una struttura psichiatrica di tipo comune…”.

In seguito gli avvenimenti, a quanto dice il padre, si sono svolti così: a Jaroslavl’ gli è stato detto che suo figlio non sarebbe stato dimesso, ma sarebbe stato portato alla clinica psichiatrica di Rybinsk. Fortemente sconvolto è tornato, è entrato nell’appartamento di Andrej – la tutto era a soqquadro dopo la perquisizione: gli inquirenti avevano portato via il blocco di sistema del computer di casa e i manoscritti. Ha deciso di fare delle ristrutturazioni, ha strappato la carta da parati, ha raccolto tutto quello che giaceva sul pavimento e l’ha gettato via come spazzatura.

– Questo, – dice, – è stato il mio errore. Ho sottovalutato qualcosa, ho pensato, ha molti scarabocchi, carte di ogni tipo. E all’improvviso, inaspettatamente, il 19 gennaio Andrej compare a casa, l’ospedale locale l’aveva dimesso fino al processo. E’ arrivato in un tale stato di stress, frenato, e lì ho aggiunto – beh, una ristrutturazione è una ristrutturazione… Quando ha smesso di prendere le medicine, ha scoperto la scomparsa dei suoi articoli. Che aveva, pare, in esemplare unico. Li ho gettati via, ho fatto una stupidaggine del genere. Ha preso a gettarsi su di me, così furioso non l’avevo ancora mai visto. Beh dopo aver preso l’aloperidolo[17] e tutte quelle vessazioni, certamente la sua situazione era difficile. Sinceramente avevo paura, è ancora sotto inchiesta, che all’improvviso facesse qualcosa…

– E che poteva fare?

– Chi lo sa? Cosa può fare una persona, dopo quello che ha sopportato lui. Mi sono rivolto alla polizia.

– Perché?

– Beh, perché lo accordassero un po’, parlassero con lui. Perché lo calmassero. Ma invece della polizia è arrivata l’ambulanza. L’hanno ricoverato il 14 febbraio e da quel giorno non è mai uscito dall’ospedale… Perfino il processo è stato fatto senza di lui! E ha avuto luogo solo il 4 maggio 2007. E’ stato un processo pro forma, che ha semplicemente confermato la diagnosi dell’esame psichiatrico. Il resoconto del periodo di cura coatta viene tenuto solo dal momento della sentenza e dal momento che a tutte le istanze mi rispondono per lettera, come minimo si tratta di sei mesi. Solo al termine di questo periodo si potrà riunire una nuova commissione. Ma quei 43 giorni a Jaroslavl’, in cui gli hanno fatto iniezioni, e questi tre mesi nell’ospedale locale non vengono conteggiati… Io sono un pensionato, non ho soldi per un esame indipendente.

La redazione della “Novaja gazeta” si è rivolta al presidente dell’Associazione Psichiatrica indipendente Jurij Sergeevič SAVENKO[18] chiedendo per iscritto di esaminare Andrej Novikov. Al ritorno da Rybinsk, questi ha comunicato di aver avuto là un consulto e che insieme ai colleghi è giunto alla conclusione che Andrej Novikov è assolutamente sano di mente e non ha bisogno di cure. Lo psichiatra indipendente, in particolare, ha detto:

– I testi di Novikov, che, a ben vedere, sono serviti all’FSB[19] per intraprendere il procedimento penale, sono molto interessanti. Nonostante la loro apparente asprezza e, forse, un modo di esprimersi perfino offensivo, al posto dei servizi segreti sarei grato all’autore. Questa è un’analisi paradossale, ci sono tutti i possibili scenari di sviluppo degli avvenimenti politici visti da un uomo non comune. Non sono gli agenti dei servizi speciali né gli psichiatri a dover dare una valutazione agli articoli giornalistici. Là è stato compiuto un esame testuale da parte di studiosi chiamati da Jaroslavl’, ma è stato compiuto evidentemente in modo non professionale. Ritengo che l’accusa di estremismo rivolta a Novikov abbia un carattere totalmente inventato. Come un tempo l’articolo “per calunnia nei confronti del potere sovietico”, così adesso la legge sull’estremismo porta ad avere a che fare con la psichiatria una grande percentuale di persone dissidenti, scomode. Il concetto di pericolosità sociale è così ampio che si può trattare in vari modi. Il caso del giornalista Novikov in questo senso costituisce un precedente…

– Adesso lo dimetteranno?

– Prima del processo sarà estremamente difficile, gli è rimasto ancora un mese e mezzo. Egli, certamente, è molto stanco, nella stessa stanza con lui si trovano 15 persone… La posizione generale dei medici è quella di presentare al processo, quando avrà luogo, la conclusione che Andrej non necessita di una struttura …

– Non si può fare davvero nulla, perché il processo abbia luogo prima?

– E’ praticamente impossibile.

…Io penso che la prigione sia più umana. Se si chiarisce e viene dimostrato che chi sta scontando una pena è una persona innocente, lo rilasciano. Ma se non è malato – continuano a “curarlo”, la psichiatria è uno strumento universale per colpire le persone scomode… Andrej Novikov è semplicemente capitato dentro un’ineccepibile, classica messa in atto dei più vergognosi procedimenti di tali repressioni. Con la stampa che circonda il tribunale: proprio così era, nel periodo sovietico la vittima era messa alla berlina e diffamata da giornali come la “Pravda”[20].

E qui qualcuno che si nasconde dietro lo pseudonimo Mefodij Skuratov a gennaio (ricordo che il processo ha avuto luogo a maggio) pubblica righe del genere su Novikov nel giornale regionale di Jarosalvl’ “Zolotoe kol’co”[21]: “Un tale tipo di concetto di se è caratteristico dello stadio più avanzato di schizofrenia paranoide, chiamata dagli specialisti sindrome parafrenica… Non c’è bisogno di essere profeti, né specialisti della psiche umana, per supporre con un notevole grado di certezza, che l’autore di questi scritti deliranti non rischia una multa di trecentomila rubli[22] o l’arresto fino a sei mesi o la detenzione fino a tre anni, ma la cura coatta nella clinica psichiatrica di Rybinsk fino al momento in cui cesserà di rappresentare un pericolo per la società”.

Così è la posa di un cameriere con sfavillanti maniche bianche come neve. Non serve tutti , ma solo la crema dell’elite, non dice: “Che desiderate?”, ma domanda: “Chi comandate?”. C’è stato il tempo del giornalismo indipendente – il giornale “Zolotoe kol’co” ristampava articoli della stampa moscovita che portavano gloria ad un conterraneo, presentandolo come “l’astro nascente del giornalismo russo”…

E’ arrivato un altro tempo – niente di personale… semplicemente ordini.

Galina Mursalieva
Rybinsk – Mosca

27.09.2007, “Novaja gazeta”, http://www.novayagazeta.ru/data/2007/74/14.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)



[1] Nomen omen? Nel XVIII secolo il giornalista russo Nikolaj Ivanovič Novikov fu incarcerato per 15 anni per le proprie idee progressiste.

[2] KOMmunističeskij SOjuz MOlodëži (Unione della Gioventù Comunista), l’organizzazione comunista giovanile sovietica.

[3] “Stampato da sé”, la stampa clandestina sovietica.

[4] “Giornale letterario”, la principale rivista letteraria sovietica e russa.

[5] “Notizie”, il principale giornale d’informazione sovietico e russo.

[6] “Mondo nuovo”, rivista letteraria.

[7] “Gioventù”, rivista letteraria giovanile.

[8] “Amicizia tra i popoli”, rivista letteraria e politica.

[9] “Insegna”, rivista letteraria di grande formato.

[10] Russia centro-settentrionale.

[11] Come dire che non è una cosa amara che non lascia tracce dopo essersela bevuta.

[12] Attivista per i diritti umani rinchiusa per qualche mese in una clinica psichiatrica.

[13] Nell’estate del 1999 l’esplosione di due condomini posti in queste strade provocò centinaia di morti.

[14] “La Verità del Komsomol”, giornale un tempo organo del Komsomol (vedi nota 1).

[15] “Allah è grande”, affermazione di fede islamica (il corsivo è mio).

[16] In russo c’è un gioco di parole tra èkstremistskij (estremistico) ed èksperimental’nyj (sperimentale).

[17] Medicinale usato nella cura della schizofrenia.

[18] Rilievo grafico dell’autrice.

[19] Federal’naja Služba Besopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), i servizi segreti russi.

[20] “Verità”, il giornale dei comunicati ufficiali sovietici, a cui erano affidate anche le campagne contro i “nemici del popolo”.

[21] “Anello d’oro”, nome della cerchia di città storiche attorno a Mosca.

[22] Oltre 8300 euro.