31 dicembre 2006

A proposito di Beslan (V)

I VOLI DEI «BOMBI[1]»
Chi e come ha usato i lanciafiamme a Beslan durante le operazioni per la liberazione degli ostaggi?


Finché la «Novaja gazeta[2]» non ha fatto pervenire i lanciafiamme ritrovati alla commissione parlamentare d’inchiesta sull’atto terroristico la procura aveva assicurato che non c’erano lanciafiamme. Poi ha ammesso — c’erano, ma ha dichiarato che la scuola non è bruciata a causa loro. Vogliono convincerci che i lanciafiamme eliminano solo i terroristi, non gli ostaggi

Martedì 12 luglio a Vladikavkaz[3], durante un briefing, il vice procuratore generale del distretto federale meridonale[4] Nikolaj Šepel’ ha dichiarato senz’ombra di dubbio che durante il blitz nella scuola di Beslan i militari della 58.a armata e gli uomini dei reparti speciali dell’FSB[5] hanno usato carri armati e lanciafiamme «Šmel’». Alcuni organi d’informazione hanno ritenuto sensazionale questa dichiarazione, ma alcuni, tra cui i più autorevoli[6] (i giornali «Kommersant[7]» e «Moskovskij komsomolec[8]», la stazione radio «Majak[9]», il canale televisivo NTV[10] e altri), hanno interpretato le parole di Šepel’ esattamente al contrario. Nella loro versione il vice procuratore generale avrebbe comunicato che i lanciafiamme non erano stati utilizzati.

E’ interessante che nei giorni seguenti nei summenzionati organi d’informazione non sia comparsa alcuna smentita o precisazione di una così inesatta citazione del procuratore sull’uso da parte dei nostri militari di armi di tipo non selettivo (proprio così classifica i lanciafiamme il terzo protocollo della Convenzione sul divieto o la limitazione dell’uso di determinati tipi di armi, che non danno possibilità di sopravvivere o aventi un’azione non selettiva del 10 ottobre 1980 e di conseguenza vieta agli stati che hanno ratificato questo protocollo l’uso di lanciafiamme contro i combattenti e i civili).
Nonostante la cattiva pronuncia di Šepel’[11] in ogni modo il senso fondamentale della dichiarazione era abbastanza chiaro. Ecco la citazione precisa: «Voglio dire che ci è stata affidato ed è stata condotto l’esame dell’accademia militare per la difesa dalle armi radioattive, chimiche e biologiche, che ha affermato chiaramente, che l’RPO-A non è un’arma incendiaria. E questo spazza via da solo tutti i discorsi sul fatto che sarebbe stata usata un’arma proibita… da accordi e convenzioni internazionali. A parte ciò, per dare affidabilità all’indagine degli esperti si è sparato ad un edificio di materiale secco (di legno), che è stato completamente distrutto. Ecco
la fotografia. Ma (l’edificio. — nota del redattore) non si è incendiato. E non si è incendiato perché gli esperti dicono che, perché una persona abbia ustioni o un qualsiasi oggetto s’infiammi, è necessario che il fuoco agisca da 3 a 5 secondi. Lo «Šmel’» produce un’esplosione, e questo vuol dire un cerchio di fuoco del diametro di 6-7 metri, che si muove in un lasso di tempo tra 0,3 e 0,5 secondi. Cioè dieci volte meno[12]…».
Alla domanda diretta di un giornalista se comunque siano stati usati i lanciafiamme oppure no, Šepel’ ha risposto:
«Certamente. Non è che abbiamo negato che siano stati usati i lanciafiamme. L
abbiamo detto fin dallinizio. Inoltre, per esser più precisi, gli RPО-А, i cosiddetti «Šmeli», non si chiamano lanciafiamme. Ecco qua, se sarà necessario, vi dirò la conclusione degli esperti. Lo dico un’altra, non ha un’azione incendiaria. Ha unazione termobarica. Cioè si brucia ossigeno e si produce come un vuoto, si ha un’azione distruttiva, e per una persona è mortale. Ma è stato usato solo l’RPO-A».
Alla domanda se siano stati usati i carri armati ha risposto:
«Abbiamo già parlato anche di questo. Nessuno nega che siano stati usati i carri armati. E ce ne danno notizia i testimoni. E fra questi c’era il comando della 58.a armata. I carri armati sono stati usati per stanare i guerriglieri che si erano barricati. Fra l’altro, sapete, sono morti molti uomini dei gruppi speciali e non li si è potuti prendere. E i carri armati sono stati usati quando gli ostaggi non si trovavano più nella scuola».
Notiamo che Nikolaj Šepel’ in questa breve intervista ha dato informazioni imprecise, si può dire astute[13]. Indagini sull’uso a Beslan di armi pesanti «di tipo non selettivo» (cioè non di precisione, ma di distruzione di massa) sono condotte dalla «Novaja gazeta» da settembre dello scorso anno[14]. Perciò possiamo prenderci la responsabilità di dichiarare: se non fosse per gli sforzi della commissione parlamentare dell’Ossezia Settentrionale[15] e degli stessi abitanti di Beslan, che hanno trovato le cartucce dei lanciafiamme usati, che hanno raccolto le deposizioni dei testimoni e che nel vero senso della parola hanno costretto gli addetti alle indagini e la commissione capeggiata dal senatore Toršin, a fornire agli inquirenti i reperti trovati (cartucce, involucri di proiettili da carro armato ecc.), la versione della procura generale riguardo ai lanciafiamme adesso sarebbe questa: «Nel corso dell’ispezione del luogo dei fatti (la scuola. — n.d.r.) sono state rinvenute le seguenti armi dei terroristi: 20 fucili automatici e 5 mitragliatori Kalašnikov, 2 lanciagranate anticarro portatili, 5 lanciafiamme portatili «Šmel’»…» (l’autore della dichiarazione è lo stesso Nikolaj Šepel’ in un’intervista al giornale «Izvestija[16]» di novembre dello scorso anno. — n.d.r.).
L’idea che i lanciafiamme fossero stati usati dai guerriglieri e non dai nostri gruppi speciali dell’FSB era stata esposta a marzo di quest’anno anche dal capo della commissione parlamentare federale Aleksandr Toršin in un’intervista alla «Novaja gazeta». E questo già dopo che gli abitanti di Beslan avevano trovato le cartucce dei lanciafiamme e avevano chiesto a
Тoršin di trasmetterle pubblicamente alla procura. E solo dopo il successivo ritrovamento dei reperti, che ha avuto luogo nell’aprile di quest’anno in presenza di giornalisti e di un gruppo d’iniziativa degli abitanti di Beslan, gli inquirenti della procura generale finalmente hanno detto con chiarezza che i lanciafiamme facevano parte dell’armamentario dei gruppi speciali del Centro per le Azioni Speciali dell’FSB, che aveva usato quest’arma anche durante il cosiddetto blitz nella scuola di Beslan.
Ad aprile e adesso i procuratori affermano che sparare coi lanciafiamme sui civili non è proibito dalle convenzioni internazionali. Evidentemente non hanno letto la convenzione di Ginevra del 12
аgosto 1949 sulla difesa delle vittime di guerra e i quattro protocolli della Convenzione del 1980, che la Russia ha ratificato (a proposito, il quarto protocollo, è stato ratificato dalla Duma di Stato[17] e firmato da Putin ben poco tempo fa).
Fra l’altro nelle convenzioni di Ginevra è data una chiara definizione di “civili” e di popolazione civile (art. 50) e nell’art. 51 (“Difesa della popolazione civile”), comma 5, punto b sta scritto: «E’ vietato compiere attacchi indiscriminati, da cui ci si possa attendere, come effetto collaterale la perdita di vite tra la popolazione civile e il ferimento di civili o il danneggiamento di strutture civili (di queste fanno parte anche le scuole; art. 52, comma 3 della convenzione di Ginevra. — n.d.r.) o l’uno e l’altro contemporaneamente e che siano ECCESSIVI in proporzione al concreto e immediato obbiettivo militare, che ci propone di ottenere in tal modo».
A tal proposito vediamo le indagini militari, basandosi sulle quali Šepel’ assolve chi ha dato l’ordine di sparare sulla scuola con carri armati e lanciafiamme. Le indagini militari sono qualcosa di particolare. (Ricordiamo almeno la vicenda del «Kursk», quando l’ammiraglio d’armata della Marina Militare della Federazione Russa Sergej Kozlov indicò nel suo rapporto, che l’SOS fu lanciato, ma non lo lanciarono i marinai del sottomarino che stava affondando, bensì ignoti da un’imbarcazione non definita). E per quel che riguarda l’atto terroristico di Beslan le indagini che devono stabilire il nesso causale tra l’uso dei carri armati della 58.a armata e la morte degli ostaggi, vengono condotte dagli esperti militari della 58.a armata. Analogamente delle indagini sui lanciafiamme si occupano gli specialisti del Istituto di Ricerca Scientifica dell’FSB, cioè i sottoposti determinano il grado di colpevolezza dei propri diretti superiori.
Citiamo il protocollo più importante della Convenzione del 1980 — il terzo — specialmente per la Procura generale, che in teoria dovrebbe conoscere le leggi meglio di noi. Nella sua dichiarazione Nikolaj Šepel’ ha sottolineato più volte che nella scuola, dove c’erano 1200 ostaggi e solo 32 terroristi (sottolineiamo che è un dato ufficiale e finora non dimostrato), si è sparato «solo» con lanciafiamme RPO-
А. Che non sono incendiari.
Per prima cosa, l’RPO «Šmel’» utilizza tre tipi di cariche: incendiaria — al napalm (indicata con la lettera Z), fumogena (indicata con la lettera D) e termobarica (indicata con la lettera
А). Nel rapporto sul ritrovamento dei reperti (cioè i tubi dei lanciafiamme, trovati e fatti pervenire agli inquirenti dagli abitanti di Beslan) si parla di RPO (А, Z, e D). Cioè poteva trattarsi di cariche termobariche, ma anche di cariche incendiarie. Dopo l’uso di una carica incendiaria, il cui componente principale è il napalm, sul luogo del delitto[18] si devono trovare tracce di fosforo. Stanislav Kesaev, presidente della commissione d’indagine dell’Ossezia Settentrionale sull’atto terroristico compiuto a Beslan, ha detto in un’intervista alla «Novaja Gazeta», che sui corpi delle persone uccise estratti dalla palestra sono state trovate tracce di fosforo. Gli stessi abitanti di Beslan più di una volta hanno testimoniato che dopo il blitz i muri della scuola apparivano fosforescenti durante la notte. Gli specialisti ci hanno confermato che quando si usa il napalm le tracce di fosforo restano per lungo tempo. E visto che a Beslan restano ancora dei lanciafiamme non consegnati agli inquirenti, i parenti delle vittime chiederanno tramite il tribunale che sia condotta un’indagine indipendente per chiarire finalmente quali altri tipi di cariche da RPO «Šmel’», a parte quelle termobariche, sono state usate durante il cosiddetto blitz della scuola.
Ma perfino ciò che ha affermato il vice procuratore generale N. Šepel’, dice che uomini di Stato della Russia hanno violato una serie di articoli della Convenzione del 1980, perché nel terzo protocollo di questa convenzione — «Sul divieto o sulla limitazione di utilizzo di armi incendiarie» (articolo 1, paragrafo 1) — si dice che «arma incendiaria» significa qualsiasi arma o attrezzatura militare, destinata in primo luogo a incendiare oggetti o a procurare ustioni a persone per mezzo di fiamme, calore o l’uno e l’altro insieme, originati da una reazione chimica della sostanza lanciata sul bersaglio. Il punto «
а» dice: «Un’arma incendiaria può avere l’aspetto, per esempio, di un lanciafiamme, un oggetto che esplode al contatto, un razzo, una granata, una mina, una bomba o un involucro contenente sostanze infiammabile…».

Еlena Мilašina


UN’ESPERIENZA PERSONALE
L’RP
О-А «Šmel’» agisce secondo il principio della deflagrazione. La granata viene lanciata in vano, si surriscalda e rilascia una nube di sostanza esplosiva a bassa dispersione (detto semplicemente — una sospensione dirompente[19]), che istantaneamente riempie tutto questo spazio e che con circa un secondo di ritardo si infiamma. All’esterno della nube la pressione aumenta di varie volte, ma nel suo centro, a causa dell’esplosione della miscela, la pressione, al contrario, scende catastroficamente. Così all’esplosione si somma anche l’effetto del vuoto creato. Il vano crolla come se fosse una scatola di cartone. Alcuni spari possono distruggere completamente una casa di cinque piani. Quello che è successo anche durante l’esperimento compiuto dagli inquirenti.
Ma
questo effettivamente non provoca un incendio. Ci si chiede Perché?” La risposta è semplice. Eperché non ceniente da bruciare! L’edificio distrutto, in cui non c’è altro che muri e soffitto, e una scuola «viva» con pavimenti in legno, rivestimenti da palestra, porte, plastica e mobili non sono la stessa cosa. Per non dire del fatto che durante l’esperimento degli inquirenti si è sparato un colpo, mentre intorno alla scuola sono state trovate 9 tubi da lanciafiamme usati. Gli esperti paragonano la potenza del colpo di uno «Šmel’» a quella di una granata da 152 mm. Ci si può immaginare la distruzione che provoca.
Per dirla tutta, le conseguenze dell’esplosione di uno «Šmel’» sono identiche a quelle dell’esplosione di una conduttura del gas in un appartamento, — il principio è lo stesso. E cosa succede quando esplodono i fornelli negli appartamenti, lo sappiamo benissimo tutti. In generale la dichiarazione della procura sul fatto che un lanciafiamme, che al momento dello sparo produce una temperatura di 800 gradi, non possa provocare un incendio, suona perlomeno un po’ strana. In Cecenia mi è capitato anche di sparare con uno «Šmel’», e di vedere le conseguenze dello sparo — le case bruciavano come fiammiferi e venivano completamente distrutte dalle fiamme. E’ un’arma molto potente.
Chissà perché si ritiene che lo «Šmel’» sia un’arma speciale e per usarla è necessario un ordine speciale. Sciocchezze
. Per prima cosa il lanciafiamme non è un mezzo speciale, lo si capisce dal nome: RPO, Reaktivnyj Pechotnnyj Ognemët[20]. E viene fornito alla fanteria di terra e di mare e non solo ai corpi speciali. Seconda di poi, in battaglia ogni soldato usa le armi che gli sono fornite per l’uso. Probabilmente gli «Šmeli» sono stati dati prima del blitz. E i soldati, naturalmente, li hanno usati.
Se sia corretto utilizzare un’arma del genere durante un’operazione per la liberazione di ostaggi[21]
Secondo le testimonianze degli ostaggi i soldati che hanno compiuto il blitz prima di entrare nella sala, ci hanno lanciato una granata. I bambini hanno raccontato che hanno sentito un avvertimento fuori dalla finestra: «Gettatevi a terra, lanciamo una granata», poi c’è stato uno scoppio e solo dopo sono comparsi i gruppi speciali.
Certo
, non tutti hanno agito così durante il blitz. I gruppi speciali «Al’fa» e «Vympel[22]» hanno subito perdite senza precedenti, perché hanno fatto scudo ai bambini, hanno creato un «corridoio vivo» per gli ostaggi coi propri corpi.

Arkadij BABČENKO
18.07.2005



[1] “Bombo” (insetto simili all’ape, in russo Šmel’) è chiamato il lanciafiamme di cui si parla nell’articolo.

[2] “Il giornale Nuovo”, uno dei pochi organi d’informazione russo realmente indipendenti, da cui traggo questo articolo (http://2005.novayagazeta.ru/nomer/2005/51n/n51n-s00.shtml).

[3] Città della Russia meridionale

[4] Alcuni anni fa il presidente russo Vladimir Putin, con una mossa ritenuta da molti anticostituzionale, ha diviso la Russia in sette distretti, a capo dei quali ha posto uomini di sua fiducia (con poteri ben superiori a quelli dei prefetti italiani) affinché vigilino sull’operato dei poteri locali, che, sotto il suo predecessore El’cin, erano arrivati a rendersi di fatto indipendenti dal potere centrale.

[5] Federal’naja Služba Bezopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), i servizi segreti russi.

[6] Qui forse si fa dell’ironia, visto che si tratta di organi d’informazione favorevoli a Putin.

[7] “Il Commerciante”

[8] “Il komsomolec moscovita”; komsomolec sta per “membro del Komsomol (Kommunističeskij Sojuz Molodëži – Unione Comunista della Gioventù, equivalente sovietico dei “balilla” e degli “avanguardisti” fascisti). Con il crollo dell’URSS il “Moskovskij komsomolec” è diventato un giornale popolare.

[9] “Il Faro”

[10] Nacional’noe TeleVidenie (“TeleVisione Nazionale”), canale televisivo privato critico verso Putin finché questi non l’ha fatto prima chiudere e poi riaprire sotto la direzione di uomini a lui fedeli.

[11] Nomen omen, il destino è nel nome, secondo il detto latino: in russo šepeljat’ significa “biascicare”.

[12] Per amor di precisione ho riprodotto più fedelmente possibile il contorto eloquio di Šepel’

[13] L’aggettivo usato può significare anche “maligno” o “il Maligno”, cioè il diavolo.

[14] Quando cioè si sono verificati i drammatici fatti di Beslan.

[15] La repubblica autonoma della Federazione Russa in cui si trova Beslan

[16] “Le Notizie”; un tempo notiziario ufficiale dell’Unione Sovietica (visto che il più importante giornale sovietico, la “Pravda” – cioè “La Verità” – riportava quasi esclusivamente comunicati ufficiali, si diceva che non c’era alcuna verità nelle “Notizie” né alcuna notizia nella “Verità”), dopo un periodo post-sovietico di buon giornalismo sembra avviarsi tristemente a diventare il notiziario ufficiale del regime di Putin.

[17] La Camera dei Deputati del parlamento russo.

[18] Così si esprime, secondo me per nulla impropriamente, l’autore dell’articolo.

[19] “Detto semplicemente”? Però è chiaro che è qualcosa che si surriscalda ed esplode e sicuramente non giova particolarmente alla salute.

[20] Lanciafiamme Reattivo da Fanteria

[21] Come dire “…fate voi”.

[22] “Stendardo”.

A proposito di Beslan (IV)

COMMISSION IMPOSSIBLE[1]
“Russia Unita[2]” ha chiuso l’indagine su Beslan


Venerdì la commissione parlamentare federale su Beslan ha concluso la propria tormentata esistenza. Al mattino presto ha votato in questo senso il Consiglio della Federazione[3]. Verso le 16.00 hanno fatto lo stesso i membri dei raggruppamenti di “Russia Unita” e dell’LDPR[4] nella camera bassa del parlamento.
La commissione Toršin[5] già più di una volta aveva tentato di uscire dal gioco e chiudere la questione Beslan. L’anno scorso gliel’aveva impedito la commissione parlamentare dell’Ossezia Settentrionale, che aveva sollevato la questione della natura delle prime esplosioni nella palestra e delle circostanze del blitz nella scuola di Beslan. Grande confusione aveva causato anche il processo all’unico terrorista sopravvissuto N. Kulaev: decine di testimoni diretti e indiretti avevano rilasciato deposizioni riguardanti il fuoco rivolto verso la scuola da lanciafiamme e carri armati mentre gli ostaggi erano ancora vivi.
Nell’estate di quest’anno è stato pubblicato il rapporto alternativo di uno dei membri della commissione federale, Ju. Savel’ev[6], nel quale questi dimostrava che le prime esplosioni nella palestra si erano verificate in conseguenza del fuoco di lanciafiamme e lanciagranate.
Il rapporto ufficiale della commissione federale, già pronto, in favore del quale avevano votato 18 membri contro due (i deputati Ju. Savel’ev e Ju. Ivanov[7] non si trovarono d’accordo con il testo del rapporto), dovette essere rinviato. Il capo della commissione Toršin promise di smentire Savel’ev in ogni modo. Ma da settembre in poi la commissione parlamentare federale non tenne neanche una seduta.
Non di meno in questa settimana al Consiglio della Federazione e alla Duma di Stato[8] è stata presentata in gran segreto un’istanza per la conclusione dei lavori della commissione.
Al Consiglio della Federazione Toršin ha letto le tesi di un rapporto vecchio di sei mesi e ha chiesto di sciogliere la commissione. Del fatto che nella stessa commissione esistano divergenze su quasi tutte le questioni principali (il numero dei militanti, le fasi del sequestro, le trattative, le circostanze del blitz, ecc.) Toršin non ha detto una parola.
Alla Duma di Stato Aleksandr Porfir’evič non è andato. Al suo posto ha riferito il membro della commissione federale Aleksandr Moskalec[9]. Venerdì alle 10.26 del mattino alla seduta della Duma dedicata ai resoconti Moskalec ha presentato la proposta di mettere all’ordine del giorno e votare l’istanza per la conclusione delle attività della commissione su Beslan.
In
aula non cerano molti deputati. Non di meno su proposta di Moskalec hanno votato quasi tutti quelli di “Russia Unita” (il KPRF[10], “Patria” e il gruppo di Semigin[11] hanno votato contro, l’LDPR si è astenuto). Durante la votazione mattutina è avvenuto un caso: qualcuno ha utilizzato la tessera di Jurij Savel’ev e ha votato al suo posto mentre questi era assente dall’aula.
Lo stesso Jurij Savel’ev ha saputo che la commissione avrebbe concluso i lavori da un servizio di “Ècho Moskvy[12]”. Questi è giunto subito alla Duma e ha raccontato la notizia all’altro membro della commissione Jurij Ivanov, che pure non sapeva nulla dell’iniziativa di Toršin.
Durante la seduta della Duma si è chiarito che ai deputati veniva proposto di votare in tutta fretta un rapporto che nessuno aveva letto né visto! Inoltre Vladimir Žirinovskij ha avanzato la proposta di votare ancor più rapidamente (senz’alcun dibattito o intervento). I MEMBRI DI “RUSSIA UNITA”
[13] e dell’LDPR hanno votato compatti in favore della proposta di Žirinovskij. Ma una svolta degli eventi così marcatamente truffaldina non ha trovato il favore degli altri gruppi. E nell’aula parlamentare si è levato un rumore assolutamente non parlamentare. Il ben esperto presidente della camera bassa Boris Gryzlov si è orientato rapidamente e ha risolto la situazione. Ha avanzato l’ipotesi che i deputati non avessero capito Žirinovskij con tutta precisione e ha posto nuovamente la questione della votazione. Per la seconda volta i deputati hanno votato compatti contro la proposta di Žirinovskij.
Insomma si è deciso di discutere comunque il rapporto. Nel corso del dibattito quasi tutti gli intervenuti hanno parlato dell’assurdità della situazione e del fatto che provavano vergogna davanti agli abitanti di Beslan.
Non di meno in favore della proposta di chiudere l’indagine parlamentare su Beslan hanno votato 333 deputati[14].
Una coincidenza simbolica: 333 persone è il numero di vittime dell’atto terroristico di Beslan.

P.S. Il resoconto dettagliato della Duma di Stato si potrà leggere nei primi numeri della “Novaja Gazeta” nel 2007.

Elena
MILAŠINA http://2006.novayagazeta.ru/nomer/2006/98n/n98n-s03.shtml

25.12.2006 (traduzione e note di Matteo Mazzoni)


[1] Il titolo dell’articolo si basa su quello del film con Tom Cruise. Ho usato l’inglese perché in Italia il film è uscito con il titolo originale.

[2] Il partito che ha praticamente l’unico scopo di sostenere la politica di Putin ed è detto perciò anche il “partito del potere”.

[3] La camera alta del parlamento russo, formata da rappresentanti delle varie entità locali della Federazione Russa (repubbliche, regioni, ecc.).

[4] Liberal’no-Demokratičeskaja Partija Rossii (Partito Liberal-Democratico di Russia): a dispetto del nome si tratta di un partito nazionalista e per molti versi reazionario – ad esempio invoca l’annessione delle vecchie repubbliche sovietiche dentro una Grande Russia. Il suo leader incontrastato è il tristemente noto Vladimir Vol’fovič Žirinovskij.

[5] Aleksandr Porfir’evič Toršin, vice presidente del Consiglio della Federazione e capo della commissione federale d’inchiesta su Beslan.

[6] Jurij Petrovič Savel’ev è un fisico specializzato nella tecnica degli esplosivi e un parlamentare del raggruppamento “Patria” (nazionalista moderato e fedele a Putin) e quindi impossibile da accusare di incompetenza o di tendenziosità…

[7] Il deputato comunista Jurij Pavlovič Ivanov.

[8] Anche i parlamenti locali sono chiamati “Duma”.

[9] Aleksandr Petrovič Moskalec, deputato di “Russia Unita”, vice presidente della commissione affari costituzionali.

[10] Kommunističeskaja Partija Rossiskoj Federacii (Partito Comunista della Federazione Russa”).

[11] Gennadij Jur’evič Semigin, leader del partito “Patrioti della Russia”, di orientamento nazionalista “di sinistra”.

[12] “L’Eco di Mosca”, stazione radiofonica indipendente di Mosca.

[13] Rilievo grafico dell’autrice.

[14] La Duma di Stato è composta di 450 deputati, quindi il 74% di essi ha votato a favore della chiusura dell’inchiesta.

A proposito di Beslan (III)

CI SONO PERSONE A CUI TUTTO E’ NOTO
Questa non è una versione, sono fatti, esposti proprio nell’ordine in cui sono avvenuti

Anche dopo due anni le circostanze dell’atto terroristico di Beslan si possono ricostruire con difficoltà. Al cento per cento è chiara solo una cosa: la versione ufficiale, diffusa in fretta e furia letteralmente pochi giorni dopo l’atto terroristico, non trova conferma. Si sono accumulate troppe domande. Ma gli organi ufficiali, in primo luogo la Procura Generale e il tribunale, evitano di dare risposte anche alle domande più scontate.
In tutti questi anni la “Novaja Gazeta[i]” ha considerato necessario non permettere alla questione Beslan di chiudersi. Non seguire l’ordine del giorno informativo diretto dall’alto, da cui Beslan è stata cancellata molto rapidamente. C’è stato un periodo in cui sulla questione principale per gli abitanti di Beslan – se nel blitz fossero state usate armi non selettive[ii], proibite dalla Convenzione di Ginevra, - ha scritto solo la “Novaja Gazeta”.
C’è stato un periodo molto breve, ed è finito, in cui col nostro aiuto i parenti delle vittime hanno potuto consegnare alla procura
прокуратуре gli involucri dei lanciafiamme utilizzati, trovati da loro, e i bossoli dei proiettili sparati dai carri armati. Hanno costretto la procura ad ammettere l’evidenza, ma questa si è messa ad inventare confutazioni: sì, hanno sparato, ma quando nella scuola non restavano più ostaggi in vita. Notate che non si sono messi a giustificarsi i militari che hanno usato i carri armati, né l’FSB[iii] della Federazione Russa, i cui membri dei corpi speciali hanno sparato con armi tipo RPO[iv], RPG[v] e RŠG[vi], ma gli stessi inquirenti della Procura Generale.
Fra l’altro per la Russia, in cui non sono stati indagati a fondo le esplosioni di abitazioni a Mosca e a Volgodonsk[vii], il caso del “Nord-Ost”[viii], il caso del “Kursk” ecc., questo è abituale.
Una sola cosa non è stata come d’abitudine: prima c’è stato un processo pubblico, in cui sono stati letti ufficialmente i risultati delle indagini.
Nonostante il fatto che gli abitanti di Beslan siano stati accusati più di una volta di speculare sul proprio dolore, essi hanno retto con dignità questo processo durato molti mesi, formulando tutte le domande fondamentali alle quali gli inquirenti non avevano voluto rispondere.
Alla Russia sono rimasti impressi i nomi di due donne – Susanna Dudieva e Èlla Kesaeva[ix], che sono state accusate di eccessiva attività e offese nel modo più crudele.
Ma la cosa più importante è che al processo al terrorista N. Kulaev[x], e adesso al processo contro i poliziotti osseti accusati di negligenza, hanno deposto donne, uomini, anziani e bambini. E quelli che in quei tre giorni erano nella scuola o nelle vicinanze. Al processo a N. Kulaev hanno deposto anche uomini del Ministero degli Interni, dell’MČS[xi] e dell’FSB, i militari della 58.a armata, i membri del governo della repubblica dell’Ossezia Settentrionale e l’ex presidente dell’Ossezia Settentrionale Dzasochov. E anche se al processo sono risuonate molte menzogne e le reali circostanze del blitz sono state nascoste, queste bugie non hanno impedito di stabilire la verità. In assoluto tutte le deposizioni si sono rivelate componenti importantissime per comporre il quadro dei tre giorni di settembre che fecero tremare il mondo.
Nella sua inchiesta la “Novaja Gazeta” è partita dal principio che ogni persona che ha preso parte a questi avvenimenti ha diritto ai propri ricordi, alle proprie opinioni e ai propri giudizi sull’accaduto. Abbiamo ascoltato, confrontato e analizzato tutte le fonti a nostra disposizione: i resoconti stenografici dei processi, i rapporti della polizia, i materiali dell’istruttoria, i rapporti di entrambe le commissioni parlamentari[xii], l’opinione particolare di un membro della commissione parlamentare federale, il deputato della Duma di Stato della Federazione Russa Jurij Savel’ev, le deposizioni dei testimoni dell’attacco terroristico e dei partecipanti all’operazione antiterroristica.
Alla fine abbiamo ottenuto il quadro dell’atto terroristico. Questa non è una versione, sono fatti, esposti proprio nell’ordine in cui sono avvenuti.

L’attacco
Alle otto la scuola n. 1 di Beslan[xiii] era già aperta, per primi erano arrivati gli insegnanti e il personale non docente. Alle 9.30 era programmata la linejka[xiv] solenne. Molti l’avevano saputo solo al mattino del 1 settembre (in genere la linejka era alle 10.00). Al figlio di Inga Basaeva-Čedžemova Zelimchan suonò alla porta un compagno di classe e gli disse che bisognava andare a scuola prima. Inga si affrettò con la figlia ed il figlio.
Alle nove gli scolari cominciarono ad avvicinarsi in massa. Molti bambini e adulti si trovavano nella scuola (proprio là li sorprenderanno i terroristi), ma il maggiore affollamento era all’esterno, dove attendevano il segnale d’inizio della linejka.
Alcuni testimoni poi racconteranno che dal lato di via Komintern ben prima della linejka avevano notato persone armate presso i cancelli della scuola. Ma a questi fatti quasi nessuno dette importanza. Pensavano che fosse un corpo di guardia privato. L’ex ostaggio A. Komaev vide due uomini sul tetto già durante la formazione della “riga”.
Passando dall’ingresso, Inga notò due macchine che si muovevano lentamente – un “GAZ[xv]-66” con il cassone coperto da un telone con la targa
А 3012 СЕ e un “modello 7[xvi]” senza targa. Queste macchine furono viste anche da una donna che camminava più avanti, che in seguito confermerà le parole di Inga. Zelimchan disse alla mamma che nella macchina sedevano uomini barbuti. Non era meglio tornare a casa? Inga disse al figlio: “Non inventare storie, non cercare di andartene da scuola, ma in cuor suo, evidentemente, si inquietò. La preoccupazione si affievolì un po’ quando vide una persona in uniforme da poliziotto sul sedile anteriore di una piccola macchina. Ma comunque non perse di vista le due macchine e notò che si erano fermate presso il negozio di articoli per la casa “Bonus” in via Komintern; il guidatore del “modello 7” si avvicinò al guidatore del “GAZ” e gli disse qualcosa. Inga aggirò la macchina, si avvicinò alla scuola e subito incontrò Fatima Dudieva, maggiore del ROVD[xvii] della regione Pravoberežnyj[xviii], che quel giorno era di turno di guardia a scuola. Inga le parlò delle macchine che avevano attratto la sua attenzione; in realtà poteva essersi sbagliata: forse si trattava di militari che andavano a sorvegliare la scuola (il marito di Inga, agente del GIBDD[xix], l’aveva avvertita che in Ossezia avrebbero potuto verificarsi atti terroristici).
Il maggiore Dudieva andò a telefonare al secondo piano. Questa conversazione fu udita da Inga Chazbievna Charebova, che parlerà al riguardo durante le indagini.
Nel frattempo la direttrice capo della scuola Ol’ga Ščerbinina alle 9.20 aveva fatto suonare la campanella per tre volte ed era uscita. La riga si formò, la direttrice della scuola Lidija Aleksandrovna Calieva salutò gli allievi e gli espresse gli auguri per il nuovo anno scolastico. In quel momento, quando la musica cominciò a suonare, in cielo comparve un razzo da segnalazione. All’improvviso risuonarono raffiche di armi automatiche.

La maggior parte degli ostaggi, descrivendo il momento dell’attacco, ripetono gli stessi dettagli: 1) Inizialmente hanno visto 6 persone in tuta mimetica, alcuni mascherati e alcuni no, in particolare attirò la loro attenzione un militante alto, dalla corporatura atletica, con la barba rossa, che stava presso l’ingresso della scuola dal lato di via Komintern, che sparò in aria con un fucile di precisione e gridò: “Questo è un sequestro!”; 2) I militanti riuscirono a circondare scolari e insegnanti in riga e partirono dal cortile della scuola per disporsi presso tutte le uscite (in tutto sono due); 3) La gente, spaventata dagli spari, corse di propria volontà nell’edificio della scuola, ma solo pochi poterono fuggire dalla porta posteriore della scuola che era aperta (!), gli altri ruppero le finestre e saltarono nel corridoio della scuola, corsero al secondo piano e si nascosero nelle classi; 4) Nella scuola c’erano già molti militanti, tra cui il militante con la mano ferita, che molti ostaggi riconoscono nell’identikit n. 20.1
Al momento in cui iniziò l’attacco terroristico si avvicinò alla scuola (secondo alcune versioni era fermo, in attesa del razzo di segnalazione) il “GAZ-66”, da cui saltarono fuori 15 persone in tuta mimetica. Il “
ГАЗ-66” fece scendere i militanti, fece inversione a U e se ne andò.
Alla fine dal lato del vicolo Batagov un altro piccolo gruppo di militanti raggiunse la scuola. Li videro Valerij Dzgoev, che stava innaffiando le patate nel proprio orto, e sua moglie, che istantaneamente comprese la situazione e trascinò il marito in casa (Valerij non aveva capito cosa stava succedendo: sentendo gli spari, li aveva presi per una salva di saluto[xx]).
Già durante le indagini alcuni avevano reso testimonianze simili, cioè di aver visto un “Gazel’[xxi]”, da cui erano saltati fuori militanti armati e inoltre due ostaggi hanno visto una macchina “UAZ con dei militanti a bordo. Il “Gazel’” bianco in effetti è stato fermo per tutti e tre i giorni[xxii] presso l’ingresso centrale della scuola ed è finito perfino nel processo. Poi il “Gazel’” senz’alcuna spiegazione ha smesso di figurare nella versione ufficiale.
Resta aperta anche la questione del secondo “GAZ-66” targato
А 8130 СЕ, che non si capisce quando sia comparso nei pressi della scuola. Secondo le deposizioni dei testimoni, questo sarebbe successo già dopo il sequestro. Mairbek Tuaev vive presso la scuola in una casa del vicolo Škol’nyj[xxiii]. Nelle sue deposizioni nel corso delle indagini Mairbek ha raccontato che uno dei militanti corse una decina di metri fuori dal terreno della scuola e si mise a chiamare qualcuno via radio parlando in ceceno o in inguscio. Dopodichè aggiunse: “E’ tutto già fatto, mandate rinforzi”. (Secondo le deposizioni di una grande quantità di ostaggi, oltre ai telefoni cellulari tutti i militanti avevano delle radio).
E’ possibile che col “GAZ-66” targato
А 8130 СЕ siano giunti alla scuola i “rinforzi”.
C’è solo da dire che, secondo la versione degli inquirenti, proprio con questa macchina, trovata in seguito nei pressi della scuola, sarebbero giunti tutti i terroristi: in tutto trenta uomini e due donne. Fra l’altro dopo la condanna di N. Kulaev il sostituto procuratore generale N. Šepel’ ha inaspettatamente ammesso: “L’inchiesta non ha mai affermato che i banditi fossero trentadue”. E nella corrispondenza con gli ex ostaggi gli uomini della Procura si sono praticamente trovati d’accordo: il “GAZ-66”, a guardare le sue caratteristiche tecniche, non poteva giungere a Beslan con 32 militanti (neanche con 28 – quattro persone erano nella macchina di Guražev[xxiv]) e con tutte le armi, che furono trovate nella scuola dopo il blitz.
Si può supporre molto verosimilmente che all’atto terroristico abbiano partecipato non meno di cinque-sei gruppi di terroristi. Il numero totale di terroristi potrebbe, secondo diversi calcoli, ammontare a 60-70 persone, tra cui c’era un gruppo di militanti russofoni di aspetto europeo, fino a cinque donne2 e un gruppo di 15-16 militanti fanatici altamente professionali, che colpirono gli ostaggi per il loro aspetto (barbe e capelli lunghi e neri, camici neri) e anche per il fatto che leggevano il Corano in momenti inappropriati (durante il blitz)3. Tutti questi capitarono a Beslan per diverse strade, con diversi mezzi di trasporto e in diversi momenti.
Un fatto è significativo: qualche giorno dopo l’atto terroristico Inga Basaeva-Čedžemova, a cui nella scuola era morto il figlio Zelimchan, irruppe dal sostituto procuratore generale Vladimir Kolesnikov (questi conduceva allora il procedimento sull’atto terroristico) e parlò delle strane macchine. Insistette tenacemente sulla propria versione e chiese che fosse fatta una verifica. Kolesnikov ascoltò e chiese a Inga: “Lei ha un cognome molto noto. Basaev
. Non ne ha paura?”.

Il quartier generale
Si usa ritenere, che se nella scuola per tutti e tre i giorni fu un unico orrore, fuori dalla scuola fu un unico casino.
Comunque, secondo le indagini, la confusione che regnava nel quartier generale, non avrebbe influito sulla situazione degli ostaggi.
Già subito dopo il blitz è apparso chiaro che tutti i movimenti del quartier generale antiterroristico influivano e come sulla situazione nella scuola occupata dai terroristi.
In conseguenza del numero “354 ostaggi” fatto risuonare risuonava tenacemente nei notiziari (i terroristi guardavano la televisione) nella palestra fu inasprito il regime (il primo giorno era permesso andare al bagno e veniva data dell’acqua, il secondo la maggior parte degli ostaggi beveva già la propria urina e faceva i propri bisogni nella palestra), ma non di meno non vi furono sparatorie significative4.
Nel processo di divulgazione dei dettagli sulle azioni di questa o quella persona, coinvolta nell’operazione antiterroristica è apparso chiaro che non c’era affatto casino nel quartier generale.
In realtà c’era un disaccordo sul modo di agire, nato in conseguenza dei contrasti esistenti tra i membri del quartier generale, in cui alcuni erano i sostenitori della liberazione degli ostaggi e altri dell’eliminazione dei terroristi.

Fin dаll’inizio il comando delle operazioni contro i terroristi fu preso dal presidente della repubblica[xxv] A.S. Dzasochov, giunto a Beslan alle 10.30 del mattino. Furono prese tutte le prime misure necessarie: dall’immediato accerchiamento della scuola (fu organizzato abbastanza in fretta e prevenne la presa in ostaggio di un gran numero di persone) ai primi tentativi di instaurare trattative coi terroristi.
Per mezzo del mufti Volgasov alle 12.50 i terroristi ricevettero un messaggio via radio, cioè, in sostanza, fu stabilito un primo contatto coi terroristi.
Secondo le indicazioni dell’OŠ (quartier generale operativo[xxvi]) fu usata un’apparecchiatura per la scansione di tutte le conversazioni tra i militanti, e fu stabilito che utilizzavano un segnale codificato.
Alle 11.20 la procura aprì un procedimento sul sequestro di “oltre 600 persone”.
Alle 11.40 Dzasochov parlò per la prima volta al telefono con il presidente della Federazione Russa.
Dei dettagli delle conversazioni (con Putin Dzasochov parlerà ancora alcune volte in quei tre giorni) si sa poco. Non di meno si può molto verosimilmente supporre, che il presidente venga informato di tutti i dettagli, tra cui il presunto numero di ostaggi e le richieste dei terroristi. A sua volta, stando a quanto ha detto Dzasochov, Putin chiede di fare “tutto il possibile per liberare gli ostaggi”. Ma ecco che già nelle prime ore dell’atto terroristico5 si parla di esaudire la richiesta dei terroristi, che risuona per tutti e tre i giorni: che entrino nella scuola il presidente dell’Inguscezia Zjazikov, il presidente dell’Ossezia Settentrionale Dzasochov, il pediatra Rošal’[xxvii] e il consigliere di Putin Aslachanov, aggiunto più tardi alla lista (dopo la sua conversazione telefonica coi terroristi, che aveva avuto luogo il 1 settembre).
E
quale fu la reazione di Mosca? Categoricamente negativa. Giunge l’ordine di fermare Dzasochov con tutti i mezzi (arresto compreso). Neanche Zjazikov comparirà a Beslan in quei tre giorni e in seguito, giustificandosi, rimanderà a un ordine da Mosca. Anche Aslachanov affermerà di essere volato a Beslan, non appena ricevuto l’autorizzazione necessaria (in verità era già troppo tardi – Aslachanov giunse a Beslan verso le 17.00 del 3 settembre, cioè dopo il blitz).
Così si può trarre la conclusione che Mosca impedì un reale svolgimento delle trattative, vietando categoricamente l’arrivo a Beslan di negoziatori di alto rango (ad esclusione di Rošal’, che non è un uomo politico). Il divieto di partecipare alle trattative fu espresso direttamente dall’ufficio di presidenza ad alcuni noti politici, che avevano preso parte alle trattative nel caso del “Nord-Ost”.
E’ necessario constatare anche che reali tentativi di stabilire contatti coi terroristi furono effettuati esclusivamente da Dzasochov e dalle autorità della repubblica[xxviii]. Proprio il presidente dell’Ossezia Settentrionale propose di rilasciare gli ingusci arrestati come sospetti di aver partecipato all’attentato a Nazran’[xxix], che al momento dell’atto terroristico si trovavano nel SIZO[xxx] di Vladikavkaz[xxxi]. Dzasochov invitò i fratelli Guceriev[xxxii] e Ruslan Aušev[xxxiii] a prender parte alle trattative. Dzasochov (per mezzo di Guceriev) propose ai terroristi di scambiare i bambini presi in ostaggio con 800 persone, tra cui funzionari del governo regionale e deputati del parlamento locale. Su richiesta personale di Dzasochov e Mamsurov[xxxiv] le “autorità” criminali di Cecenia e Inguscezia parlano coi militanti con i cellulari. Dzasochov, infine, parla alcune volte con Zakaev[xxxv], esigendo (!) da quest’ultimo che coinvolga Maschadov nelle trattative. Forse Dzasochov ha omesso di fare una sola cosa: non ha tentato di parlare personalmente al telefono coi terroristi.
Ma che fece nel frattempo Mosca e i rappresentanti dell’UFSB[xxxvi] dell’Ossezia Settentrionale, direttamente dipendenti dal capo dell’FSB N. Patrušev?
E’ noto che alle 13.00 del 1 settembre il presidente Putin si riunisce coi siloviki[xxxvii] e poi verso Beslan si dirigono tre vicedirettori dell’FSB: i generali Proničëv, Tichonov, e Anisimov.
Va detto che Proničëv e Tichonov erano divenuti molto noti grazie al blitz con l’impiego di gas nell’edificio sulla Dubrovka nell’ottobre 2002[xxxviii]. Anisimov invece si trovava per la prima volta in una situazione del genere, ma poi la sua presenza a Beslan sarà spiegata dal presidente della commissione parlamentare federale A.P. Toršin e dal comandante del quartier generale Valerij Andreev.6
Il rappresentante dell’ufficio di presidenza della Federazione Russa Dmitrij Peskov si occupa della copertura informativa dell’atto terroristico.7 Di conseguenza per tutti e tre i giorni le informazioni ufficiali sul numero di ostaggi restano bloccate sul numero 354. Il capo del quartier generale, “consultato” [il termine originale è di una goffaggine irriproducibile, è un participio passato passivo solo teoricamente esistente nella lingua russa – n.d.t.] (espressione usata dallo stesso Andreev) dal generale Proničëv, delega a trattare coi terroristi l’agente dell’FSB dell’Ossezia settentrionale Zangionov, che tenta di stabilire un contatto coi terroristi sotto la vigilanza di un negoziatore del CSN [Centr Special’nogo Naznačenija, “Centro per le Operazioni Speciali”] dell’FSB della Federazione Russa.
Interrogato durante il processo a Kulaev, Zangionov parlerà di una situazione unica: essendo il negoziatore ufficiale non sapeva che le trattative coi terroristi venivano condotte dai fratelli Guceriev, non sapeva delle trattative con Zakaev e Maschadov, del ruolo di Ruslan Aušev nella liberazione di 26 ostaggi, non conosceva le richieste politiche dei terroristi, esposte in un messaggio portato da Aušev di ritorno dalla scuola e infine Zangionov non aveva idea che i terroristi avessero permesso agli uomini dell’MČS di portare via i cadaveri degli ostaggi uccisi.
Tuttavia Zangionov confermerà che in tutti quei giorni i terroristi non si stancarono di ripetere la stessa cosa: che avrebbero iniziato le trattative, quando nella scuola fossero giunti Dzasochov, Zjazikov, Rošal’ e Aslachanov.
Quali conclusioni si possono trarre?
1) Nonostante tutta la loro crudeltà senza precedenti e il mancato esaurimento delle loro richieste i terroristi non uccidono gli ostaggi – dalla sera del 1 settembre all’inizio del blitz nella scuola occupata dai terroristi questi non hanno ucciso nessuno.
2) Le proposte realistiche (lo scambio, le trattative, ecc.) sono portate avanti dal governo regionale dell’Ossezia settentrionale (A.S. Dzasochov) e tutte queste azioni sono condotte in accordo coi rappresentanti di Mosca. D’altra parte lo stesso Dzasochov non ha accesso al centro di comando non ufficiale dell’operazione antiterroristica, formato dai vice di Patrušev, dal capo del CSN dell’FSB della Federazione Russa, dai rappresentanti dell’apparato centrale dell’FSB della Federazione Russa, da altri servizi segreti federali e anche da uomini dell’ufficio di presidenza della Federazione Russa.
3) E’ evidente che il summenzionato quartier generale non ufficiale la tirerà per le lunghe per preparare una soluzione di forza. A Beslan giungono le truppe della 58.a armata e i sottoreparti delle VV[xxxix], che con carri armati e BTR[xl] si mettono a disposizione del capo del CSN dell’FSB, generale Tichonov. Già nella notte tra il 1 e il 2 settembre otto gruppi operativi da combattimento (“Al’fa”
[xli] e “Vympel”[xlii]) vengono radunano, vengono divisi fra loro i compiti, coppie di tiratori scelti vengono disposte intorno a tutto il perimetro della scuola, in tre condomini di cinque piani (ai numeri 37, 39 e 41 del vicolo Škol’nyj) viene portata una grande quantità di armi: lanciafiamme, RŠG, RPG, ecc. Viene trovata una scuola simile a quella di Beslan, in cui i sottoreparti speciali elaborano i possibili metodi di assalto. Nel frattempo si studia e si osserva con la massima attenzione la stessa scuola occupata dai terroristi, si analizzano i modelli delle finestre in Lexan[xliii] della palestra, lo schema dei laboratori e delle sale, la disposizione delle uscite dalla scuola; gli ostaggi liberati e fuggiti vengono interrogati minuziosamente sullo schema delle mine piazzate nella scuola, sui covi e sui gruppi di militanti, si determinano le posizioni dei loro tiratori scelti.

Si può supporre che in conseguenza delle informazioni ricevute i siloviki giungano a una conclusione sconfortante: è impossibile penetrare nella scuola senza provocare l’esplosione della palestra e cioè anche la morte della grande maggioranza degli ostaggi. Insomma il blitz porterà in ogni caso a perdite inevitabili, di cui in seguito verrebbero accusati proprio i corpi speciali dell’FSB. E queste perdite saranno enormi, soprattutto se confrontate con il numero di ostaggi precedentemente diffuso. (Nel caso del “Nord-Ost” in generale erano riusciti ad evitare le accuse scaricando la responsabilità per la morte degli ostaggi sull’MČS e i medici. Tra l’altro applicare uno scenario “da Nord-Ost” a Beslan non pareva possibile: i terroristi avevano rotto fin dall’inizio le finestre della palestra, avevano con se le maschere antigas e si erano sparpagliati in tutta la scuola, nella palestra per tutti e tre i giorni si trovavano continuamente da 3 a 10 terroristi).
Ai siloviki si poneva un problema difficile da risolvere, che io formulerei così: non come condurre l’attacco, ma come PROVOCARLO[xliv]. Cioè fare in modo che la responsabilità del blitz venisse scaricata proprio sui terroristi.
Per risolvere questo problema i siloviki non hanno molto tempo. Dzasochov, Aušev e i Guceriev sviluppano la loro azione e in qualche modo stabiliscono un contatto coi terroristi. Hanno già fatto accordi concreti, Aušev porta già via degli ostaggi, dimostrando con questo che le trattative sono efficaci. Inoltre lo stesso Aušev porta dalla scuola un messaggio più che strano.8

E Zakaev e Maschadov cominciano a figurare nelle trattative in modo praticamente ufficiale.
Ritengo che proprio l’assenso di Maschadov a farsi mediatore per la liberazione degli ostaggi abbia provocato il blitz compiuto dai siloviki il 3 settembre 2004.

Il blitz. Cronologia dei fatti del 3 settembre

Al mattino i terroristi minano la palestra appendendo ai muri l’esplosivo che si trovava a terra fino a quel momento.
Alle 11.11 Aušev e Guceriev cercano un accordo coi terroristi per far portar fuori i corpi degli ostaggi uccisi. I terroristi mettono al corrente di ciò l’ostaggio Larisa Mamitova, ordinandole di mettere in moto le trattative con gli uomini dell’MČS.
11.15. Dzasochov in un incontro con gli abitanti di Beslan dichiara: “Nelle trattative sono comparse nuove figure. Non ci sarà un blitz”.
12.00. Zakaev conferma telefonicamente a Dzasochov la dichiarazione di Maschadov, rilasciata alle 22.15 del 02.09.04 all’AFP[xlv] sulla sua disponibilità a cooperare a una pacifica soluzione della crisi “senza porre condizioni”. Zakaev parla a Dzasochov della disponibilità sua e di Maschadov di recarsi a Beslan, se sarà garantito loro di poter raggiungere la scuola senza essere ostacolati [un ostacolo poteva essere costituito dal fatto che entrambi erano ufficialmente ricercati]. Dzasochov chiede due ore di tempo per organizzare la cosa e fa rapporto al generale Proničëv sulla sua conversazione con Zakaev. Dal poligono di Šalchi [nei pressi di Vladikavkaz – n.d.t.] per ordine del comandante della 58.a armata V.I. Sobolev partono i BTR n. 826 e 833 e circa 50-60 militari dell’“Al’fa” “per compiere l’azione concordata”. In aggiunta a questi partì un BTR delle truppe interne (VV) con il suo equipaggio.
12.55. Si avvicinano alla scuola una macchina e quattro collaboratori dell’MČS, che devono portar via i corpi delle persone uccise. Li accompagna il capo del quartier generale Andreev. Guceriev ha dato il proprio telefono ai collaboratori dell’MČS e si è fatto garante della loro sicurezza.
13.03. Risuona una forte esplosione. L’esplosione è causata dallo scoppio di una granata termobarica, sparata da un RPO-А[xlvi] (è altrettanto probabile che si tratti di un RŠG-2 o di una granata TBG[xlvii]-7V sparata da un RPG-7V1)9 nell’intercapedine tra il tetto e il soffitto adiacente alla sala per gli allenamenti. Dopo 22 secondi si sente un’altra esplosione, in conseguenza della quale si forma un foro sotto la finestra della palestra più vicina all’edificio principale della scuola dal lato del cortile. L’esplosione è causata da un colpo sparato da un RŠG-1 dal condominio a cinque piani n. 41 dal lato del vicolo Škol’nyj. Il breve lasso di tempo in cui si sono susseguiti gli spari, a cui sono seguite le esplosioni, e anche il bersaglio – i due militanti “al pedale”[xlviii], che si trovano nella palestra – fanno pensare a un ordine di dare il via a una soluzione di forza inviato ai tiratori scelti del CSN dell’FSB dislocati sul tetto e sugli edifici annessi delle case del vicolo Škol’nyj. In conseguenza degli spari nella palestra entrambi i militanti “al pedale” restano uccisi.10 Le esplosioni sono udite da tutti quelli che guardano i notiziari in quel momento.
Il corrispondente di NTV per la sorpresa si esprime con volgarità, ma con precisione: “P…c!”[xlix]
13.04-13.25. Dalla palestra fuggono gli ostaggi capaci di muoversi autonomamente. Gli ostaggi sopravvissuti precisano che le bombe legate dai terroristi ai canestri, alle sedie e nel centro della sala, non sono esplose. Molti ostaggi (circa 300 persone) che hanno conservato la capacità di muoversi, ma non sono riusciti a fuggire dalla palestra, vengono condotti dai militanti nell’edificio principale della scuola – nell’aula magna, nella mensa e nei laboratori.
13.05. Al quartier generale giunge notizia dell’incendio della parte orientale della palestra e del solaio sopra la palestra per gli allenamenti. (A causa dell’esplosione di una granata termobarica nel soffitto della palestra si è formato un foro delle dimensioni di circa 1
х1 metri. I bordi del foro, il materiale isolante e le travi di legno sono incandescenti).
Di tali notizie sono messi a parte il capo del quartier generale Andreev, il capo dell’operazione militare Tichonov, il capo dell’MČS della RSO-
А Dzgoev e altri. Si chiede che le macchine dei pompieri possano accedere al luogo dell’incendio, ma Tichonov ordina di restare sul posto pronti a intervenire.
13.30. Il quartier generale comunica che i militanti hanno aperto il fuoco sui bambini in fuga. Nella zona della scuola è in corso una furiosa sparatoria. Eimpossibile capire chi spari e dove.
14.20-14.55. Nella palestra, in conseguenza dell’incendio esplode un potente ordigno artigianale. Nel frattempo accorrono alla scuola la popolazione civile, gli uomini dell’OMON[l] locale, gli uomini dei corpi speciali delle VV. Cominciano a operare una caotica evacuazione di ostaggi feriti e uccisi (non ci sono militanti nella palestra) in conseguenza delle esplosioni. I terroristi cecchini fanno fuoco dalle finestre del secondo piano. L’incendio divampa, bruciano le strutture in legno del solaio, il soffitto, l’angolo vicino all’ingresso della palestra dal lato del cortile della scuola, i banchi e gli effetti personali degli ostaggi ammucchiati lì. I corpi speciali del CSN dell’FSB sparano granate a reazione con diversi tipi di armi verso le finestre del secondo piano dell’edificio meridionale della scuola, parallelo alla palestra. In quel momento nell’edificio meridionale potevano trovarsi ostaggi portati fuori dalla palestra dai terroristi e sparpagliati per tutta la scuola. I carri armati n. 325 e 328 si muovono verso le postazioni nei pressi della scuola.
Gli artificieri della 58.a armata Nabiev e Gagloev senza averne ricevuto ordine (volontariamente) procedono allo sminamento della sala per gli allenamenti. La popolazione tenta di spegnere l’incendio con l’aiuto di mezzi antincendio privati della fabbrica “Istok”[li]. Il soffitto della palestra ha iniziato a crollare, una parte della palestra è in fiamme. Il BTR n. 826 torna dal poligono di Šalchi e subito prende parte al blitz – copre i corpi speciali delle VV nel cortile della scuola n. 1. Là si trova un secondo BTR, presumibilmente il n. 519.
14.25. Uno dei carri armati ha fatto fuoco sull’edificio della scuola. Poi entrambi i carri armati manovrano, il carro armato n. 328 prende una nuova posizione tra il centro sportivo e l’edificio del DOSAAF[lii], il carro armato n. 325 prende una nuova posizione tra il DOSAAF e la casa di T. Kokov in via Komintern 128.
14.55. L’incendio si sviluppa con forza, crollano una parte del soffitto e la copertura in cemento e amianto della palestra. Nella sala ci sono ancora ostaggi in vita. I corpi speciali del CSN dell’FSB della Federazione Russa sparano con gli RPO-A (è altrettanto probabile che sparino anche RPG-7V e RPG-7V1) verso il tetto dell’edificio principale della scuola. L’elicottero militare MI[liii]-24, probabilmente, spara una granata TBG-7V sul tetto dell’edificio della scuola attiguo alla palestra (nell’intercapedine tra il tetto e il soffitto del laboratorio di lingua osseta si trovava un militante-cecchino). Si continua a sparare con RPG-26 e RŠG-2 verso l’edificio meridionale della scuola (parallelo alla palestra). Con un RPO-А viene sparato un colpo verso il tetto dell’edificio meridionale, contiguo a un annesso della mensa.
15.00. Entrambi i carri armati hanno sparato più di una volta sulla scuola per mano di ufficiali del CSN dell’FSB della Federazione Russa, che si trovavano tanto sui carri armati quanto nella scuola ed erano dotati di radio. In conseguenza dei colpi sparati dai carri armati le cornici sono strappate via dalle finestre e cadono nei locali della mensa. Alle 16.00 i corpi speciali del CSN dell’FSB della Federazione Russa entrano nella mensa dalle finestre. I
carri armati smettono di sparare.
15.10. Il generale dell’FSB Tichonov da ordine ai sottoreparti “Al’fa” e “Vympel” di entrare nella scuola. Inizia l’immediata ripulitura[liv] della scuola dai militanti. Tichonov da anche ordine al capo dell’MČS dell’RSO-A Dzgoev di spegnere l’incendio della palestra.
15.27. Proprio a quest’ora i pompieri (il PSČ n. 6 dell’MČS dell’RSO-А) comincia a gettare acqua nella palestra. Il pavimento di legno, libero dai corpi degli ostaggi, brucia con forza, cominciano a bruciare le inferriate delle finestre e le cornici interne in legno. Per spegnere l’incendio si uniscono le restanti forze dell’MČS dell’RSO-А.
15.28. Il tetto della palestra è completamente crollato, ad esclusione di una piccola parte, adiacente al muro occidentale. Il pavimento della palestra, nelle parti occidentale, orientale e centrale, brucia con forza.
16.37. Ingresso nella palestra di uomini del MČS con idranti.
17.00. L
incendio è spento.
17.10-18.00. Viene organizzato un rigido cordone di sicurezza intorno alla scuola, tutti i civili, il MČS, i militari, ecc. (a parte i corpi speciali del CSN dell’FSB della Federazione Russa) sono condotti fuori dal territorio della scuola.
17.25. Nel corridoio presso la mensa gli uomini dei corpi speciali del CSN dell’FSB della Federazione Russa fanno un minuto di silenzio in memoria dei compagni rimasti uccisi.
18.05-19.34. Verso il tetto dell’edificio meridionale (parallelo alla palestra) i corpi speciali del CSN dell’FSB della Federazione Russa sparano con RPG-26 e, forse, con RŠG-2. Si
spara dal tetto dellaula magna.
24.00. Si spara con RPO-А verso l’annesso meridionale per distruggere i muri e il soffitto dei laboratori. Il motivo della sparatoria è finora ignoto. Il sotterraneo, nonostante quanto comunicato dal quartier generale ufficiale[lv] (secondo la versione ufficiale, i terroristi sarebbero rimasti proprio lì e avrebbero sparato fino all’ultimo), è assolutamente intatto (questo si può vedere anche oggi, visitando la scuola). Indizi della presenza di terroristi sul posto o tracce di combattimenti non sono stati trovati.

Risultato: Il 4 settembre furono tratti fuori dalla palestra 112-116 corpi carbonizzati di ostaggi. Dai restanti locali della scuola gli uomini del MČS trassero fuori nello stesso giorno 106-110 persone rimaste uccise nell’annesso meridionale della scuola, nella mensa, nell’aula magna e in altri locali. Il numero totale dei corpi trovati nella scuola il 4 settembre (contando anche i 18 ostaggi uccisi dai terroristi) è di 237[lvi]. Furono portati tutti nel cortile della scuola (luogo in cui aveva avuto luogo la linejka[lvii]) e poi trasportati all’obitorio della città di Vladikavkaz.Школьный двор СОШ №1 г. Беслана. 04.09.04.


1)
Era Vladimir Chodov, che faceva parte del gruppo di Ruslan Chučbarov [leader del gruppo dei sequestratori di Beslan – nota del traduttore]. Al momento dell’attacco gli ostaggi videro questo gruppo non nel cortile della scuola, ma immediatamente nell’edificio.

2)
La questione del numero delle donne terroriste è stata studiata da un membro della commissione parlamentare, il deputato della Duma di Stato Jurij Petrovič Savel’ev (nella parte 5 del suo rapporto) [Jurij Savel’ev, rappresentante del partito nazionalista moderato e filogovernativo Rodina (Patria) ha elaborato un rapporto che contraddice radicalmente la versione ufficiale sui fatti di Beslan – n.d.t.]. Questi ha analizzato tutte le deposizioni degli ostaggi ed è giunto alla conclusione che questi abbiano visto quattro cosiddette šachidki [il neologismo russo šachidka è la forma femminile di shahid, “testimone”, termine arabo con cui si definiscono i terroristi-kamikaze – n.d.t.], due delle quali erano vestite di grigio e due di nero. Il 1 settembre si dettero il cambio nella palestra, alla sera due di esse rimasero uccise da un’esplosione. Nella scuola si trovava anche una quinta donna, vestita con una tuta nera, dal viso tondo, con la testa scoperta (alla testa aveva legata una benda verde con scritte in arabo), i capelli castano chiaro legati in una lunga coda di cavallo. Aveva
un fucile di precisione. Fumava. Fra i militanti morti questa donna non c’è.

3)
Nei materiali del processo si dice che durante l’esame del luogo del crimine furono trovati i cadaveri di due militanti vestiti con lunghe camicie nere simili a camici. Vicino a questi cadaveri sono stati trovati il Corano e i libretti “Usi e costumi dei mujaheddin” e “La legislazione secondo la jihad”. Non sono stati registrati altri cadaveri in abiti caratteristici ritrovati nella scuola.

4)
Durante l’attacco i terroristi uccisero 5 persone, oltre dieci persone furono ferite. Il secondo giorno, tuttavia, i terroristi gettarono dal secondo piano 18 cadaveri.
Le circostanze dell’uccisione di 13 uomini già dopo l’attacco nella seconda metà della giornata del 1 settembre sono finora incomprensibili.
Secondo la versione ufficiale, furono uccisi dai terroristi a colpi di arma da fuoco. Ma secondo le deposizioni degli ostaggi sopravvissuti, che per primi furono messi fuori dalla palestra dai militanti a fare scudo alle finestre della scuola, era apparso chiaro che questi uomini erano morti verso le quattro del 1 settembre a causa dell’esplosione di una donna terrorista presso il laboratorio n. 10, che è vicino all’ingresso della palestra. A causa di questa esplosione era morto uno dei militanti ed era rimasta ferita l’ostaggio Mamitova. In seguito i terroristi uccisero a colpi di arma da fuoco gli ostaggi uomini rimasti gravemente feriti a causa di questa esplosione e li gettarono fuori dalla scuola. Chi era rimasto lievemente ferito o semplicemente contuso, fu portato di nuovo nella palestra dagli altri ostaggi.
Un membro della commissione parlamentare federale, il deputato della Duma di Stato della Federazione Russa Ju.P. Savel’ev nella 6.a parte del proprio rapporto analizza la versione riguardante un colpo sparato da un lanciagranate dall’esterno della scuola, dal lato di via Komintern. E’ possibile che proprio una granata lanciata contro una donna terrorista (al riguardo hanno testimoniato gli ostaggi Ju. Ajjalrov, S. Bziev e altri) sia stata la causa dell’esplosione.

5)
Già il primo giorno dalla scuola viene fatto pervenire al quartier generale un messaggio: “8-928-738-33-374 Chiediamo di trattare con il presidente della repubblica Dzasochov, con Zjazikov, presidente dell’Inguscezia, e con Rašajlo [in realtà si chiama Rošal’ – n.d.t.], il pediatra [la parola è scritta male in russo – n.d.t.]. Se uccideranno qualcuno di noi, uccideremo a colpi di arma da fuoco 50 persone. Se feriranno qualcuno di noi, uccideremo 20 persone. Se uccideranno 5 di noi, faremo saltare in aria tutti. Se ci toglieranno la luce o la comunicazione per un minuto uccideremo a colpi di arma da fuoco 10 persone”. Questo messaggio fu portato dall’ostaggio Larisa Mamitova. Secondo le fonti ufficiali, il messaggio fu ricevuto alle 11.05 del 1 settembre. Mamitova al processo a Kulaev affermerà che il messaggio è comparso alle cinque di pomeriggio, dopo la prima esplosione della scuola, in conseguenza della quale erano morti una šachidka e alcuni uomini presi in ostaggio. Mamitova affermerà anche che questa esplosione fu totalmente inattesa per i militanti. Proprio dopo questa esplosione (secondo la versione degli ostaggi, dopo un colpo sparato da un lanciagranate verso la scuola) Chučbarov seguì il consiglio di Mamitova e le dettò il messaggio.

6)
Andreev e Toršin affermano che il vice di Patrušev Anisimov curava la rete degli agenti in tutto il Caucaso settentrionale. Dall’analisi delle biografie dei terroristi uccisi a Beslan si è chiarito che Kamurzoev S.M., Chočubarov M.M., Cečoev M.I., Taršchoev I.K., Chodov V.A., Achmedov Ch.Ch., Iliev A.M., Cečoev B.B., Šebichanov M.S. e Kulaev Ch.A. erano stati incarcerati o arrestati in varie occasioni o erano ricercati.
Per chi conosce il modo di agire delle forze dell’ordine del Caucaso Settentrionale è noto anche che per i detenuti sospettati di attività terroristiche ci sono solo tre vie per uscire dal SIZO: quella per l’altro mondo, quella per il carcere o quella per la libertà in qualità di informatori. Il 7 settembre 2004, mentre a Beslan si svolgevano funerali di massa e l’identità dei terroristi non era ancora stata stabilita ufficialmente stabilita, due giornali – la “Komsomol’skaja Pravda” [“La Verità del Komsomol” un tempo uno degli organi del Komsomol, l’Unione della Gioventù Comunista, ora un giornale di livello non eccelso – n.d.t.] e il “Moskovskij Komsomolec” [“Il membro moscovita del Komsomol”, altro ex organo del Komsomol, adesso un giornale quasi scandalistico – n.d.t.] – sul terrorista Vladimir Chodov, ucciso a Beslan, che era stato arrestato nel 1997 per aver violato l’articolo 132 del codice penale della Federazione Russa [si tratta di violenza sessuale – n.d.t.]. In circostanze non chiarite Chodov si trova in libertà. In seguito, come sospetto autore di almeno due attentati compiuti nel territorio dell’Ossezia Settentrionale, risulta ricercato. Nonostante il fatto che il suo identikit sia stato inviato a tutti i ROVD della repubblica, Chodov, senza nascondersi assolutamente, vive in casa dei propri genitori (suo luogo di residenza anagrafico) nel villaggio di Èlchotovo nell’RSO-A [Respublika Severnaja Ossetija-Alanija, “Repubblica dell’Ossezia Settentrionale-Alanjia; Alanija è il nome osseto della repubblica].
Un anno dopo la pubblicazione di queste notizie su Chodov nel sito “Kavkaz-centr” [“Centro del Caucaso”, sito internet dei guerriglieri indipendentisti ceceni – n.d.t.] comparve una lettera scritta, a quanto pare, da Šamil’ Basaev, dove si esponeva la versione secondo cui Chodov era un “agente” dell’FSB. Per di più in questa lettera si affermava, che Chodov era stato inviato alla banda di Basaev per preparare un attentato a Vladikavkaz, che avrebbe dovuto aver luogo il 6 settembre 2004. Perché Chodov acquistasse credito presso Basaev i servizi segreti dell’Ossezia Settentrionale e dell’Inguscezia crearono una leggenda: in Ossezia si verificarono due attentati [un’esplosione a Vladikavkaz presso la “Gamid-bank” e un attentato a un treno (senza vittime – l’esplosivo è posto dove il treno si muove alla minima velocità e inoltre non tutte le bombe esplodono)].
Nella lettera si afferma inoltre che nella banda di Basaev Chodov avrebbe cambiato padrone e avrebbe aiutato il principale terrorista russo a ingannare i servizi segreti e ad organizzare l’atto terroristico di Beslan (i servizi segreti non solo non avrebbero arrestato i banditi nel loro campo, ma avrebbero anche tolto tutti i posti di blocco dal confine amministrativo perché i militanti arrivassero a Beslan senza trovare ostacoli).
La versione fornita da “
МK” [“Moskovskij Komsomolec” – n.d.t.], “KP” [“Komsomol’skaja Pravda” – n.d.t.] e da Š. Basaev merita indubbiamente attenzione. Ma ci insospettisce il fatto che due giornali pubblichino il fatto CONTEMPORANEAMENTE [rilievo grafico dell’autrice – n.d.t.]. Ciò non svaluta i fatti esposti in quegli articoli, ma fa pensare a una fuga di notizie allo scopo di spodestare Anisimov, che era responsabile del reclutamento degli agenti del Caucaso settentrionale. E’ indispensabile aggiungere che il generale Anisimov è l’unico generale dell’FSB della Federazione Russa ad essere criticato dalla commissione parlamentare di Toršin e l’unico vice del direttore dell’FSB Patrušev ad aver perso il posto a causa dei fatti di Beslan.

7)
Secondo la testimonianza del capo della commissione dell’Ossezia settentrionale, il vicepresidente del parlamento della repubblica Stanislav Kesaev, proprio i rappresentanti del centro federale – il collaboratore dell’ufficio di presidenza e vice addetto stampa del presidente della Federazione Russa Gromov, Dmitrij Peskov, e il collaboratore dell’ufficio moscovita della VGTRK [Vserossijskaja Gosudarstvennaja Televizionnaja i Radioveščatel’naja Kompanija, “Azienda Televisiva e Radiofonica Statale Russa”] Pëtr Vasil’ev – curavano la copertura informativa dell’atto terroristico. Questo fatto originò un conflitto: il 2 settembre il vicepresidente del parlamento dell’Ossezia settentrionale S. Kesaev fu chiamato a rapporto dal quartier generale a causa delle informazioni non autorizzate date alla popolazione sul vero numero di ostaggi nella scuola. I moscoviti si presentarono come uomini della direzione informativa dell’ufficio di presidenza della Federazione Russa e gli chiesero di non diffondere informazioni che contraddicessero quelle ufficiali (cioè di non uscire dal limite dei “354 ostaggi”).

8)
“Dal servo di Allah Šamil’ Basaev al Presidente della Federazione Russa V.V. Putin.
Vladimir Putin, questa guerra non l’hai iniziata tu. Ma tu potrai farla finire, se avrai il coraggio e la decisione di De Gaulle. Ti proponiamo una pace ragionevole su una base vicendevolmente favorevole secondo il principio: “Indipendenza in cambio di sicurezza”.
In caso di uscita delle truppe dal territorio e di riconoscimento della Repubblica Cecena di Ičkerija [nome dato alla Cecenia dagli indipendentisti, in cui in realtà non tutti i ceceni si riconoscono – n.d.t.], noi ci impegniamo a: non stringere con alcuno alcun tipo di alleanza politica, militare o economica contro la Russia, non permettere sul proprio territorio l’installazione di basi militari straniere, neanche in forma temporanea, non appoggiare e non finanziare gruppi o organizzazioni che utilizzano il metodo della lotta armata contro la Federazione Russa, far parte di un’unica area del rublo, entrare a far parte della CSI. Oltre a ciò, potremmo firmare il DKB, anche se preferiremmo lo status di stato neutrale. Possiamo anche garantire la rinuncia di tutti i musulmani di Russia alla lotta armata contro la Federazione Russa per almeno 10-15 anni, a condizione che sia garantita la libertà religiosa, affermata nella Costituzione della Federazione Russa).
Non abbiamo a che fare con l’esplosione delle case a Mosca e a Volgodonsk, ma possiamo, in modo accettabile, prendercene anche la responsabilità.
Il popolo ceceno porta avanti la lotta di liberazione nazionale per la propria Libertà e Indipendenza [in maiuscolo nell’originale – n.d.t.] e per la propria autoconservazione e non per distruggere la Russia o umiliarla. Una volta liberi saremo interessati ad avere un vicino forte. Ti
proponiamo la pace, ma la scelta è tua.
Allah Akbar» Firmato il 30.08.04 Scritto in corsivo
La fotocopia del messaggio si trova nel sito www.pravdabeslana.ru [Pravda Beslana significa “la Verità di Beslan” – n.d.t]. Il messaggio sembra strano, perché testimonia l’indubbia cultura dell’autore e anche la sua conoscenza delle sfumature diplomatiche: DKB (Dogovor Kollektivnoj Bezopasnosti, [“Accordo per la Sicurezza Collettiva”, firmato nel 1992 da Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tajikistan – nota e rilievo grafico del traduttore]) è un termine poco noto.

9)
Per due anni dall’FSB della Federazione Russa non sono giunte risposte a domande importanti per lo studio delle circostanze in cui sono avvenute le prime esplosioni: 1) A che ora del 03.09.2004 sono partiti i primi colpi di armi di tipo non selettivo (RPO, RŠG, RPG e altre) verso gli edifici della SOŠ [Srednjaja Obščeobrazovatel’naja Škola, “Scuola Media a Indirizzo Generico” – n.d.t.] n. 1 della città di Beslan? 2) In conseguenza di quali spari, diretti dove e a che ora [anche l’originale è grammaticalmente piuttosto disinvolto qui – n.d.t.] sono comparse tre nubi dovute a esplosioni? (Si veda il filmato di NTV [Nacional’noe TeleVidenie, “TeleVisione Nazionale”, canale privato avverso a Putin, prima che costui lo “nazionalizzasse” affidandolo a persone di sua fiducia] del 03.09.2004); 3) Per quali scopi concreti sono state utilizzate le armi summenzionate nel corso dell’intera giornata del 03.09.2004, a cominciare dalle prime esplosioni? 4) Quanti RPO, RŠG e RPG sono stati utilizzati nel corso dell’operazione antiterroristica nella città di Beslan il 03.09.2004? 5) Quale era il motivo dell’utilizzo di armi di tipo non selettivo per colpire gli edifici della scuola e in particolare le finestre del secondo piano dell’annesso meridionale davanti alle quali, come nella mensa e nell’aula magna si trovavano degli ostaggi, usati come scudi umani dai terroristi dopo le esplosioni nella palestra?
Al riguardo, nel resoconto che fa nella prima parte del suo rapporto, dedicata alle prime esplosioni nella palestra, il membro del collegio [forse si tratta della “commissione” – n.d.t.] parlamentare federale Savel’ev Ju.P. parte dalle caratteristiche tattiche e tecniche delle armi che hanno provocato alla palestra danni accertati. Poiché alcuni tipi di armi a reazione da fanteria hanno caratteristiche simili, Savel’ev Ju.P. esamina tutti i possibili (e facenti parte dell’armamentario del CSN dell’FSB della Federazione Russa) tipi di armi che, se utilizzate, avrebbero potuto produrre tali caratteristici danni e conseguenze.

10)
Nella prima parte del proprio rapporto il membro della commissione federale Savel’ev Ju.P. analizza dettagliatamente le circostante delle prime esplosioni nella palestra, le loro cause e conseguenze. Dopo le prime esplosioni “non sono esplose… nella palestra della SOŠ n. 1 gli ordigni posti dai terroristi in diversi posti:
- sul tabellone del canestro sul lato orientale (il tabellone è posto presso il muro che divide la sala per gli allenamenti dall’aula magna);
- sul tabellone del canestro sul lato occidentale (il tabellone è posto presso il muro che divide la palestra dagli spogliatoi e dalle docce tra la palestra e l’edificio principale della scuola);
- sui tabelloni dei canestri sul lato occidentale e orientale [ripetizione che non comprendo – n.d.t.];
- sul quadrato svedese presso l’entrata nella sala per gli allenamenti;
- gli ordigni artigianali posti su una sedia presso una finestra sul lato settentrionale, adiacente all’entrata nella palestra dal lato del cortile della scuola;
- gli ordigni artigianali appesi al centro della sala”.
Molto più tardi, nell’ordine di 1,5 [sic – n.d.t.] ore, le SVU [Samodel’nye Vzryvnye Ustrojstva, “Apparecchiature Esplosive Artigianali”, da me tradotte altrove come “ordigni artigianali” – n.d.t.] piazzate dai terroristi hanno cominciato a fondersi e ad esplodere. Queste esplosioni sono state causate dal riscaldamento della superficie delle SVU fin oltre 3000-4000 gradi [pare impossibile, ma Savel’ev parla con competenza, essendo dottore e professore in scienze tecniche, e d’altronde ciò spiegherebbe perché, a quanto pare, di alcuni cadaveri non sarebbe rimasta alcuna traccia – n.d.t.] in conseguenza dell’enorme incendio della palestra.
Quindi: “…Nessuno degli ordigni posti dai terroristi nell’angolo nord-occidentale della palestra è esploso nel lasso di tempo in cui nella palestra, a circa 22 secondi una dall’altra si sono verificate due esplosioni.
…La prima esplosione si verificò nel solaio della palestra nell’angolo nord-orientale tra la porta d’ingresso alla palestra dal lato del cortile della scuola e il muretto sul lato orientale, che divide la palestra dalla sala per gli allenamenti. I risultati della prima esplosione furono:
- la perforazione del soffitto con la formazione di un foro del diametro di circa un metro;
- la distruzione del tetto sopra al foro;
- un principio di incendio nel solaio della palestra.
…La seconda esplosione si verificò sotto il davanzale della finestra sul lato settentrionale della palestra, contiguo al muro sul lato occidentale.
Il risultato della seconda esplosione fu la distruzione del muro sul lato settentrionale sotto al davanzale e la formazione di un foro nel muro delle seguenti dimensioni:
- dalla parte interna della palestra il diametro della parte distrutta sotto il davanzale è approssimativamente 1,5 m;
- dal lato esterno (del cortile) il diametro della parte del muro di mattoni distrutta è approssimativamente 2,2 m;
- la profondità della perforazione nello spazio tra il davanzale e il pavimento della palestra è di 80-85 cm, la parte non distrutta del muro tra il pavimento e il limite inferiore della perforazione è di circa 30 cm.
…La prima esplosione nella palestra (nel solaio della palestra) è stata causata dall’esplosione di una granata termobarica in conseguenza di un colpo sparato da un lanciagranate dal tetto del condominio n. 37 del vicolo Škol’nyj verso l’angolo nord-orientale del tetto della palestra : è altrettanto probabile che sia stato utilizzato un lanciagranate RPG-7V1 con una granata TBG-7V o una granata d’assalto a reazione RŠG-2.
…In conseguenza dell’esplosione di una granata termobarica nel solaio approssimativamente sopra l’ingresso della palestra dal lato del cortile della scuola nel soffitto si è formato un foro del diametro di circa un metro, attraverso il quale i detriti dell’esplosione in forma di sfera infuocata sono penetrati nella palestra, nello spazio tra la porta d’ingresso e il tabellone del canestro presso la sala per gli allenamenti.
…In conseguenza dell’alta temperatura nella zona dell’esplosione e dell’interazione tra le particelle di magnesio condensate e riscaldate ad alta temperatura (tra i 2000 e i 3500
С°) e il materiale isolante del soffitto della palestra si è formato un grande focolaio incandescente.
Col passar del tempo, in conseguenza della corrente d’aria, causata dalla formazione di un foro e dall’assenza di vetri nella palestra l’intensità dell’incandescenza dell’isolante è aumentata per mutarsi in alte fiamme in tutto il solaio.
I frammenti roventi di materiale isolante che cadevano attraverso la perforazione del soffitto hanno portato all’incendio della struttura in legno del pavimento della palestra. In tal modo si è formato e diffuso l’incendio della palestra della SOŠ n. 1 della città di Beslan.
…Il terrorista che si trovava presso la porta barricata e che controllava il “pedale-interruttore” del meccanismo d’innesco, è rimasto ucciso da questa esplosione, poiché si trovava immediatamente sotto il foro nel soffitto.
…Mancano testimonianze materiali del fatto che, in conseguenza della morte del terrorista e della pressione sul pedale d’innesco abbiano avuto luogo l’innesco della bomba e la detonazione degli ordigni artigianali, disposti dai terroristi.
…La seconda esplosione – l’esplosione nell’angolo nord-occidentale della palestra si verificò 22 secondi dopo la prima…”

Elena
MILAŠINA
28.08.2006 (traduzione e note di Matteo M.)



[i] “Giornale Nuovo”, uno dei pochi organi di stampa indipendenti rimasti in Russia, dalla cui versione Internet (http://2006.novayagazeta.ru/nomer/2006/65n/n65n-s00.shtml) traggo questo articolo.

[ii] Traduco letteralmente. Si tratta di armi con cui non si possono selezionare gli obbiettivi. In pratica di armi non convenzionali.

[iii] Federal’naja Služba Bezopasnosti (Servizio di Sicurezza Federale), i servizi segreti russi.

[iv] Reaktivnyj Pechotnyj Ognemët, “Lanciafiamme a Reazione da Fanteria”.

[v] Reaktivnyj Protivotankovyj Granatomët, “Lanciagranate Anticarro a Reazione”.

[vi] Reaktivnj Šturmovoj Granatomët, “Lanciagranate a Reazione da Assalto”.

[vii] I terribili attentati del 1999, attribuiti in modo più che dubbio a terroristi ceceni, da cui per reazione prese il via la “seconda guerra cecena”.

[viii] Nel 2002 a Mosca un gruppo di terroristi ceceni prese in ostaggio gli spettatori del musical “Nord-Ost” (Nord-est). La cosa si risolse con un blitz in cui restarono uccisi tutti i terroristi e oltre 100 ostaggi.

[ix] Rispettivamente presidente e insigne rappresentante del “Comitato delle Madri di Beslan”.

[x] Nurpaši Kulaev, secondo la versione ufficiale unico terrorista sopravvissuto del commando di Beslan, condannato all’ergastolo nel giugno 2006.

[xi] Ministerstvo Črezvyčajnych Sytuacij, “Ministero per le Situazioni di Emergenza”, equivalente alla nostra Protezione Civile.

[xii] Cioè della commissione della Duma, la Camera bassa federale, e quella del parlamento della repubblica dell’Ossezia Settentrionale.

[xiii] Le scuole russe non hanno nome, sono semplicemente numerate…

[xiv] Linejka sta per “riga”, ma anche per festa di inizio anno scolastico (durante la quale gli scolari sono posti in riga).

[xv] Casa automobilistica russa. GAZ sta per Gor’kovskij Avtomobil’nyj Zavod, “Fabbrica di Automobili di Gor’kij”.

[xvi] Anche le automobili russe, soprattutto le Lada, hanno numeri e non nomi.

[xvii] Rajonnyj Otdel Vnutrennich Del, “Sezione Provinciale del Ministero degli Interni”. In pratica il distretto di polizia provinciale.

[xviii] “Della Riva Destra” (del fiume Terek), la provincia di cui Beslan è capoluogo.

[xix] Gosudarstvennaja Inspekcija po Bezopasnosti Dorožnogo Dviženija, „Ispettorato di Stato per la Sicurezza del Traffico Stradale”. In pratica la polizia stradale.

[xx] Non è raro che le feste nazionali (e il 1 settembre, giorno di inizio della scuola, è il Giorno della Conoscenza) vengano celebrate così in Russia…

[xxi] Letteralmente “Gazzella”, nome popolare dei camion GAZ.

[xxii] I giorni del sequestro (1-3 settembre 2004).

[xxiii] “Della Scuola”.

[xxiv] Il “modello 7”, sottratto a tal Sultan Guražev.

[xxv] Della repubblica federata dell’Ossezia Settentrionale, s’intende.

[xxvi] In russo Operativnyj Štab.

[xxvii] Leonid Michajlovič Rošal’, famoso pediatra russo, che era intervenuto come mediatore durante il sequestro degli spettatori del musical “Nord-Ost”.

[xxviii] Della repubblica di Ossezia Settentrionale (vedi nota 26).

[xxix] Ex capitale della repubblica federata di Inguscezia, che fino al 1992 formava un’unica entità statale con la Cecenia.

[xxx] Sledstvennyj Izoljator, “Carcere per la detenzione preventiva”.

[xxxi] Capitale dell’Ossezia Settentrionale.

[xxxii] I fratelli Michail Safarbekovič e Sait-Salam Safarbekovič Guceriev sono noti uomini d’affari e politici russi di origine caucasica.

[xxxiii] Ex presidente dell’Inguscezia.

[xxxiv] Tajmuraz Dzambekovič Mamsurov, politico russo, che diverrà nel 2005 successore di Dzasochov alla presidenza.

[xxxv] Achmed Zakaev, ministro degli Esteri del governo indipendentista ceceno, che risiede a Londra.

[xxxvi] Upravlenie Federal’noj Služby Besopasnosti, “Direzione (regionale) del Servizio Federale di Sicurezza”.

[xxxvii] Termine russo difficile da tradurre con cui si designano gli uomini delle istituzioni deputate all’uso della forza (sila in russo), cioè i ministeri degli Interni, della Difesa e delle Situazioni di Emergenza, l’FSB e il controspionaggio.

[xxxviii] Si tratta del caso “Nord-Ost”. Il teatro in cui andava in scena il musical si trova in via Dubrovka. Vedi nota 9

[xxxix] Vnutrennie Vojska, “Truppe Interne”.

[xl] BroneTRansportëry, “mezzi di trasporto corazzati”.

[xli] “Alfa”.

[xlii] “Stendardo”,

[xliii] Policarbonato di produzione americana usato in luogo del vetro.

[xliv] Rilievo grafico dell’autrice.

[xlv] Agence France-Presse

[xlvi] La A caratterizza proprio gli RPO in grado di sparare granate termobariche.

[xlvii] TBG sta per TermoBaričeskaja Granata, “Granata TermoBarica”.

[xlviii] Cioè all’innesco delle bombe.

[xlix]Pizdec!” (nel testo mi conformo all’autocensura dell’autrice) è un’esclamazione volgare di disappunto derivata da pizda, nome volgare dell’organo genitale femminile, e difficile da tradurre per la sua concisione. La più articolata frase èto delo pizdec, utilizzabile in contesti analoghi, potrebbe essere tradotta con “la cosa è andata a puttane”.

[l] Otdel Milicii Osobogo Naznačenija, “Reparto di Polizia con Compiti Speciali”, una sorta di Celere russa, nota per la sua durezza.

[li] Istok (“Fonte”) è un’azienda che produce alcolici e derivati del petrolio.

[lii] Il DOSAAF (Dobrovol’noe Obščesctvo Sodejstvija Armii, Aviacii i Flota – Società Volontaria per la Collaborazione tra Esercito, Aviazione e Marina) è un’associazione paramilitare russa.

[liii] Mnogomestnyj Istrebitel’, “Caccia Multiposto”.

[liv] Il termine začistka indicherebbe un lavoro di fino (una limatura, una spolverata, ecc.), ma in Cecenia si usa per le operazioni durante le quali vengono fatti sparire presunti banditi e terroristi. La Cecenia ha migliaia di desaparecidos.

[lv] L’autrice intende dire che ce n’era uno non ufficiale? Credo di sì…

[lvi] Notare che in Italia si parlò e si parla ancora di oltre 300 morti.

[lvii] In queste circostanze i russi paiono mostrare un gusto del macabro agghiacciante: molti cadaveri degli spettatori del “Nord-Ost” furono messi a sedere dentro a degli autobus come se stessero andando in gita e portati via.

A proposito di Beslan (II)

IL GIORNO DELL’IGNORANZA[1]
I rapporti delle due commissioni che indagano sull’atto terroristico sono a disposizione della "Novaja Gazeta"

Un anno fa in Russia veniva presa la scuola della città di Beslan con bambini e adulti. Furono prese in ostaggio 1128 persone. Il 3 settembre a seguito di un’operazione militare per l’eliminazione dei terroristi morirono 331 ostaggi, tra cui 186 bambini. Questa statistica, in effetti, è la più precisa che sia nota un anno dopo questo crimine.
Finora non sappiamo quanti fossero i terroristi e chi concretamente abbia preso parte alla presa della scuola. Non sappiamo come sia riuscito ai guerriglieri portare nella scuola tante armi. Non sappiamo chi effettivamente comandasse il gruppo di guerriglieri. Non sappiamo chi coordinasse le loro azioni fuori dalle mura della scuola. Non sappiamo chi abbia ordinato questo crimine e quali scopi avesse il mandante.
A queste indubbiamente fondamentali domande non ci sono risposte. La versione dei fatti elaborata dalla Procura Generale nei capi d’accusa a Nurpaš Kulaev[2] non ha retto all’urto con le deposizioni della parte lesa — gli abitanti di Beslan.
Stando ai risultati provvisori di 23 udienze giudiziarie, si può dire, che la procura della Russia non da risposta alle domande più importante. Inoltre agli abitanti di Beslan appare già evidente che la procura non intende cercare i nessi causali tra la morte di una grande quantità di ostaggi e l’operato dei rappresentanti del potere esecutivo e dei dirigenti dei servizi segreti russi.
I cittadini dell’Ossezia Settentrionale, e in particolare gli abitanti di Beslan affermano, che tale posizione degli inquirenti della Procura Generale aiuta non solo le alte cariche, ma anche gli organizzatori e gli esecutori dell’atto terroristico, a non farsi carico delle loro responsabilità.
Perfino qui, a Beslan e a Vladikavkaz[3], il quadro della tragedia non si presenta completo. Ma più ci si allontana dalla repubblica[4], più chiara si fa la tendenza ad aggirare le domande spiacevoli, ad interpretare i fatti in modo dubbio, a non ammettere neanche l’evidenza.
La versione non definitiva del rapporto della commissione parlamentare federale capeggiata da Aleksandr Toršin si trova a disposizione della redazione «Novaja Gazeta». Conoscerla permette di capire che, purtroppo, questa commissione ha preso una posizione di attesa, anche se su molte questioni chiave ha già formulato la propria opinione. E questa opinione non chiarisce il quadro della tragedia perché ripercorre il lavoro della Procura Generale. Nel rapporto risuonano rimproveri indiretti nei confronti del presidente Dzasochov[5], del capo dell’FSB[6] dell’Ossezia Settentrionale Andreev e rimproveri diretti nei confronti del Ministero degli Interni della repubblica di Inguscezia[7] e di alcuni giornalisti. Ma nei confronti dei militari, né dei rappresentanti dell’FSB, dell’FSO[8] e del Ministero degli Interni[9], né dei membri dell’ufficio di presidenza della Federazione Russa, né dei pompieri, né dei medici, in effetti non si muovono seri appunti. Come si dice nel rapporto: «L’operato delle forze dello Stato in generale va considerato positivo… In una situazione che si aggravava il quartier generale ha operato conformemente alla legge, sono state applicate tutte le misure necessarie per la salvaguardia della vita e della salute dei civili e per la minimizzazione delle conseguenze dell’atto terroristico».
Fra l’altro riteniamo che le conclusioni tratte dalla commissione Toršin nella seconda parte del rapporto (dedicata direttamente all’atto terroristico di Beslan) siano mobili: cioè è pienamente possibile che cambino secondo gli sviluppi della situazione. Se agli abitanti di Beslan riuscisse dimostrare che i guerriglieri erano più di trentadue, nel rapporto scriverebbero una nuova cifra. Se con gli sforzi della parte lesa si riuscisse ad intentare una causa penale contro gli agenti e i dirigenti dei servizi segreti, nel rapporto figurerebbero nuove accuse.
In ogni caso, anche se il rapporto della commissione Toršin venisse pubblicato, non rappresenterebbe più una scoperta. Ben più significativo è risultato il lavoro di una seconda commissione, a cui nessuno nel paese dava inizialmente importanza. Ai deputati dell’Ossezia Settentrionale, che hanno condotto una propria indagine, è riuscito creare un quadro ben più completo dell’atto terroristico e del blitz, di quello dei loro «più importanti» colleghi del centro federale.
A settembre il capo della commissione parlamentare dell’Ossezia Settentrionale che indaga sui fatti di Beslan, il vicepresidente del parlamento Stanislav Kesaev leggerà ai deputati del parlamento dell’Ossezia Settentrionale un rapporto sui risultati provvisori del lavoro della commissione. Oggi compariamo i risultati e le conclusioni delle due commissioni (Kesaev e Toršin) sui momenti chiave dell’atto terroristico di Beslan. Il
loro confronto spiega molte cose.


1. IL NUMERO DI GUERRIGLIERI

  • Commissione parlamentare federale
    Presumibilmente 32 guerriglieri.
    Basaev[10] organizzò l’atto terroristico, della banda facevano parte ingusci[11], ceceni e mercenari provenienti da paesi arabi. Si è riusciti a stabilire l’identità di 17 di essi. Ma nel rapporto della commissione Toršin solo una volta sorge il dubbio che i guerriglieri fossero di più e che qualcuno abbia potuto fuggire dalla scuola.
    Infatti nel rapporto si dice che il 1 settembre ad uno degli ostaggi (non si fa il nome, ma nel rapporto Kesaev sta scritto “A. Kudzaev”. — n.d.a.) è riuscito fuggire dalla scuola e che da questi è stato riconosciuto da una foto uno dei guerriglieri — I.I. Kodzoev, nativo dell’Inguscezia. Sono stati individuati la moglie e i tre figli del guerrigliero, che sono stati trasportati a Beslan. In un video è stata registrata la richiesta della moglie del guerrigliero di essere impiegata nelle trattative.
    Alle 23.00 alla moglie del terrorista I.I. Kodzoev è stata data la possibilità di parlare al telefono col marito. Questa si è rivolta a lui chiedendogli di risparmiare i bambini presi in ostaggio. Kodzoev
    ha rifiutato. Ha dichiarato che avrebbe sparato a chiunque tra i suoi familiari avesse tentato di mettersi in contatto con lui.
    Questo sta nel rapporto, ma ai margini sono stati posti alcuni punti esclamativi e interrogativi. Si capisce perché: nell’aprile 2005, cioè 7 mesi dopo l’atto terroristico, I.I. Kodzoev è stato ucciso in Inguscezia. E ai parlamentari (in verità, solo «ai margini». — nota dell’autrice) un giusto dubbio: o I.I. Kodzoev è fuggito dalla scuola o non è mai stato là.
    A quanto abbiamo saputo, l’appello della moglie di Kodzoev iniziava con le parole: «So che non sei nella scuola…».
    Tuttavia nessuna spiegazione di queste incongruenze è data nel «corpo» del rapporto della commissione Toršin.
  • Commissione parlamentare dell’Ossezia Settentrionale
    Basandosi sulle deposizioni degli ostaggi, ma anche su testimonianze personali (i deputati del parlamento dell’Ossezia Settentrionale, tra cui lo stesso Stanislav Kesaev, sono stati testimoni dell’atto terroristico), la commissione è giunta alla conclusione che i terroristi fossero più di 32. In primo luogo la Procura Generale non ha fornito, secondo la commissione, convincente dimostrazione del fatto che i guerriglieri fossero proprio 32. In secondo luogo, secondo le deposizioni degli ostaggi, tra i terroristi c’era un gruppo di sabotatori di etnia slava, tra cui una donna-cecchino che aveva il volto scoperto e non portava la «cintura da šachid[12]». Questo gruppo parlava in puro russo. Tra i cadaveri dei terroristi uccisi non sono stati trovati né slavi né una donna-cecchino. Tra i cadaveri non è stato riconosciuto neanche un guerrigliero con una cicatrice che gli attraversava tutto il volto, che è stato visto praticamente da tutti gli ostaggi. Anche S. Kesaev ha visto di persona che il 3 settembre, durante il blitz nella scuola, sono stati catturati tre uomini in tuta mimetica. Uno di essi sarebbe Nurpaša[13] Kulaev, gli altri due — dei civili. Non di meno, nonostante tutti i tentativi di ottenere i cognomi e gli indirizzi di queste persone, né la commissione federale di Toršin, né l’FSB, né la Procura Generale hanno dato risposta.
    La commissione farà molta attenzione anche a questo fatto: dopo la fine dell’operazione per l’eliminazione dei terroristi nella scuola è stata trovata una grande quantità di tute mimetiche gettate via che non sono state consegnate agli inquirenti. Contare i vestiti gettati via e quelli che restavano addosso ai terroristi uccisi non avrebbe costituito un problema per gli esperti. La Procura generale non ha saputo spiegare perché ciò non sia stato fatto.
    Kesaev ha sollevato questa questione durante un’interpellanza alla commissione parlamentare federale, ma la commissione Toršin non si è interessata di questo fatto.

2. CHI E’ RESPONSABILE DELLE FALSE INFORMAZIONI SUL NUMERO DEGLI OSTAGGI

  • Commissione parlamentare federale
    Nel rapporto della commissione federale non si dice nulla delle menzogne riguardanti il numero degli ostaggi.
    Si ricordano le liste provvisorie, stilate alle 12 del 1 settembre, dove figura il numero 354, si ricorda il rapporto del capo del ROVD[14] alle 16.20 dello stesso giorno: il numero degli ostaggi supera i 700, si continua ad aggiornare le liste.
    Alle 0.15 del 2/09 si sono avute le liste, in cui risultavano circa 1100 ostaggi.
    Si dice anche che nel pomeriggio del 1 settembre dall’edificio della scuola sono riusciti a fuggire sei ostaggi, che sono stati interrogati sulla situazione nella scuola. E’ risultato che gli ostaggi erano stati divisi in gruppi e piazzati in diverse parti della scuola. La maggior parte era stata raccolta nella palestra. In altri vani della scuola c’erano gruppi di 100 e più ostaggi.
    Alla domanda “Perché il quartier generale, che conosceva il numero degli ostaggi, ha dato ostinatamente informazioni false?” non c’è risposta nel rapporto.
    Però per la prima volta si fa il nome di un funzionario, che «filtrava» le informazioni. Quando i giornalisti hanno preso a mandare in onda informazioni provenienti da fonti non verificate (leggi: non ufficiali. — n.d.a.), i contatti coi giornalisti sono stati affidati al ministro degli Interni dell’Ossezia Dzantiev, al capo dell’FSB locale Andreev e all’addetto stampa di Dzasochov Lev Dzugaev. Attraverso il rappresentante dell’ufficio di presidenza della Federazione Russa D.S. Peskov è stato garantito un regolare afflusso di informazioni ai mass media.
    Nel rapporto Toršin non c’è alcuna valutazione delle conseguenze delle bugie intenzionali, che per tre giorni sono state ascoltate anche dai terroristi (avevano giornali freschi di stampa, la radio e la possibilità di guardare i notiziari televisivi).
  • Commissione parlamentare dell’Ossezia Settentrionale
    Già nelle prime ore del sequestro era noto al quartier generale che il numero di ostaggi era 1000 e oltre. Il primo giorno la cifra ufficiale oscillava tra le 120 e le 500 persone. Ma nei due giorni seguenti i rappresentanti ufficiali del quartier generale, tra cui il suo capo nominale V.A. Andreev, hanno parlato ai mass media di 354 ostaggi. Questa bugia intenzionale, secondo numerose testimonianze di ostaggi, ha fatto crescere l’aggressività dei terroristi. E’ stata perfino una delle cause dell’uccisione di alcuni uomini presi in ostaggio, i cui corpi sono stati ostentatamente gettati dalla finestra della sala di lettura, situata al secondo piano della scuola.
    La responsabilità per le informazioni intenzionalmente false sugli ostaggi, secondo la commissione dell’Ossezia Settentrionale è dei rappresentanti del centro federale: il funzionario dell’ufficio di presidenza e sostituto dell’addetto stampa del presidente della Federazione Russa Gromov Dmitrij Peskov e il funzionario dell’ufficio della VGTRK[15] di Mosca Vasil’ev. Stando alle testimonianze del vicepresidente del parlamento Kesaev, il 2 settembre questi fu convocato al quartier generale per discutere sul modo di informare la popolazione sul vero numero di ostaggi nella scuola. Dei moscoviti si presentarono come collaboratori della sezione informativa dell’ufficio di presidenza della Federazione Russa e chiesero di non diffondere informazioni che contraddicessero quelle ufficiali.
    Nel suo rapporto la commissione dell’Ossezia Settentrionale porrà la questione della responsabilità penale per la diffusione intenzionale di false informazioni sul numero degli ostaggi.

3. CHI COMANDAVA LA КТО (KONTRTERRORISTIČESKAJA OPERACJA)[16]

  • Commissione parlamentare federale
    La commissione Toršin esamina a fondo questa questione indubbiamente importante. Cita la legislazione della Federazione Russa per definire chi deve assumersi la responsabilità in tali situazioni. Così, nell’Ossezia Settentrionale nel luglio 2001 è stato elaborato un piano complesso che coinvolgeva le forze e i mezzi per la difesa dei luoghi più importanti dal terrorismo. Secondo questo piano a capo del quartier generale era stato posto il presidente della repubblica A. Dzasochov e non uno dei capi dell’FSB dell’Ossezia. Secondo il decreto del presidente della Federazione Russa № 352-rps del 1 agosto 2004 all’interno dei soggetti del Distretto Federale Meridionale[17] devono essere creati dei gruppi per la direzione delle operazioni (GROU[18]) in servizio permanente effettivo, il comando dei quali è affidato ai più diretti collaboratori del rappresentante della commissione antiterrorismo — cioè ai più alti ufficiali delle
    ВВ del Ministero degli Interni della Federazione Russa. A quel tempo il più diretto collaboratore del capo della commissione antiterrorismo dell’RSO-A[19] e il comandante del gruppo per la direzione delle operazioni del Ministero degli Interni della Federazione Russa per l’RSO-A era il colonnello A.A. Cyban’ (che è entrato a far parte del quartier generale). Durante l’atto terroristico a Beslan il governo della Federazione Russa non ha neanche adempiuto pienamente a quanto richiede la legge sulla lotta al terrorismo. Così, con il proprio decreto № 11/46 del 01/09/04 il governo ha creato un quartier generale con a capo un rappresentante dell’FSB della Federazione Russa e ha incaricato Patrušev[20] di nominarne il capo, anche se proprio il governo avrebbe dovuto farlo. In qualche modo perfino il presidente Putin ha violato la legge sulla lotta al terrorismo, perché proprio questi, secondo quanto afferma il rapporto Toršin, su suggerimento di Nurgaliev[21] e Patrušev ha nominato capo del quartier generale il generale Andreev. In tal modo, solo per nominare lo «scambista»[22] si è perso circa un giorno e mezzo. Andreev ha preso il comando delle operazioni solo alle 14.45 del 2 settembre, dopo aver ricevuto un ordine scritto del direttore dell’FSB. Comunque il rapporto Toršin non giunge a questa conclusione.
  • Commissione parlamentare dell’Ossezia Settentrionale
    Il primo giorno è caratterizzato dall’assenza di un unico quartier generale. Nessuno si prende la responsabilità di dirigere l’operazione antiterroristica. Si formano alcune strutture di cui fanno parte membri dell’FSB, della 58.a armata, del Ministero degli Interni, di funzionari e rappresentanti del potere esecutivo dell’Ossezia Settentrionale. L’autorità si incarna nel presidente Dzasochov. Ma non se ne stabilisce la dislocazione, né c’è accordo sui metodi d’azione. Il secondo giorno dell’atto terroristico il capo della sezione locale dell’FSB Andreev diviene capo dell’operazione antiterroristica. Il 1 settembre giungono da Mosca i più diretti collaboratori di Patrušev Proničëv e Anisimov e anche il capo del CSN[23] dell’FSB della Federazione Russa Tichonov e il capo dell’FSB del Distretto Federale Meridionale generale Kaloev. Il
    generale Andreev comanda i propri capi (!). Nel frattempo, secondo quanto dicono i testimoni che si trovavano nel quartier generale, gli agenti moscoviti dell’FSB e gli uomini dell’ufficio di presidenza della Federazione Russa avevano creato il proprio quartier generale parallelo, a cui non aveva accesso Andreev e neanche Dzasochov. Il ruolo di Proničëv e Anisimov nel comando dell’operazione antiterroristica è tuttora oscuro. Nei materiali per il processo penale non ci sono le loro deposizioni come testimoni indiretti.

4. IL RUOLO DI ANDREEV

  • Commissione parlamentare federale
    Nel rapporto Toršin, tuttavia, è scritto dettagliatamente cos’ha fatto Andreev e quando. Nonostante il fatto che Andreev comandasse l’operazione antiterroristica, svolgeva inoltre una serie di funzioni, non proprie del capo di un quartier generale. In particolare Andreev ha accompagnato Aušev[24] nella scuola, ha condotto trattative coi terroristi, ha condotto personalmente all’interno del primo cordone di sicurezza gli uomini dell’
    МČS[25] che andavano a raccogliere i corpi degli ostaggi uccisi, ha informato i mass media sul lavoro del quartier generale, ha fatto dichiarazioni davanti alla popolazione della città, ha concesso interviste alla stampa, mentre nel frattempo il quartier generale non teneva riunioni, lavoravano gruppi separati, formati sulla base dei ministeri e delle istituzioni, che prendevano parte all’operazione antiterroristica.
    La disposizione esistente (dal 2003), in cui sono definite la struttura e l’organizzazione del lavoro necessarie e i compiti funzionali del capo e dei membri del quartier generale, non è stata applicata. Così, il quartier generale non ha organizzato a dovere il lavoro per la raccolta tempestiva degli ordini e delle disposizioni dei capi e per la raccolta e la diffusione dei dati sui mutamenti della situazione e sull’operato dei terroristi.
  • Commissione parlamentare dell’Ossezia Settentrionale
    Nella valutazione del ruolo di Andreev l’opinione della commissione ricorda in qualche modo la deposizione del presidente Dzasochov al processo sull’atto terroristico di Beslan. Aleksandr Sergeevič semplicemente non si ricorda di Andreev, inoltre più volte gli sfugge detto che, in effetti, a Beslan tra il 1 e il 3 settembre tutte le decisioni sono state prese dai più diretti collaboratori di Patrušev: i generali dell’FSB Proničëv, Anisimov e Tichonov.

5. IL RUOLO DEI GENERALI DELL’FSB PRONIČËV E ANISIMOV

  • Commissione parlamentare federale
    Per dare aiuto al quartier generale fu inviato a Beslan il primo vicedirettore dell’FSB, il generale di brigata Proničëv, che aveva fatto l’esperienza necessaria per la liberazione di ostaggi, in particolare nel Centro Teatrale sulla Dubrovka a Mosca[26].
    Con l’arrivo a Beslan di Proničëv e Tichonov (capo del CSN dell’FSB della Russia, di cui fanno parte «Al’fa» e «Vympel»[27]) il quartiere è stato circondato e bloccato, sono stati posizionati dei tiratori scelti, è stata organizzata la sorveglianza della scuola e sono state attivate le trattative. Nel frattempo alla commissione parlamentare è rimasto oscuro il ruolo dell’altro stretto collaboratore di Patrušev — il generale V.G. Anisimov. Idealmente la partecipazione di questa alta personalità all’operazione antiterroristica, avrebbe dovuto esprimersi e trasformarsi in qualche atto concreto per la soluzione di una situazione che si era aggravata e non semplicemente esprimersi nella presenza di questo funzionario, o specialista, sul luogo della situazione di emergenza[28].
  • Commissione parlamentare dell’Ossezia Settentrionale
    La commissione dell’Ossezia Settentrionale è convinta che i veri capi dell’operazione antiterroristica erano proprio gli alti funzionari dell’FSB. La commissione giudica assai negativamente il fatto che durante il processo non siano stati interrogati i principali protagonisti dell’operazione antiterroristica — il generale Proničëv, il generale Anisimov, il capo del CSN dell’FSB Tichonov, il capo dell’FSB della Federazione Russa Patrušev. La commissione insisterà perché le persone summenzionate siano interrogate ufficialmente, perché senza le loro deposizioni e senza determinare il grado di responsabilità di ciascuna di queste persone l’indagine sull’atto terroristico non si può considerare completa.

6. LE RICHIESTE DEI TERRORISTI

  • Commissione parlamentare federale
    Alle 11.05, per mezzo di una donna presa in ostaggio i guerriglieri inviarono un messaggio in cui si esprimeva l’intenzione di intavolare trattative solo col presidente dell’Ossezia Settentrionale Dzasochov, col presidente dell’Inguscezia Zjazikov e con Rošal’[29]. I terroristi fornirono un numero di telefono — 8-928-728-33-74, tuttavia a questo numero non rispose alcuno. Le ultime due cifre erano state scritte scorrettamente dai terroristi.
    Alle 16.05 dalla scuola uscì di nuovo una donna presa in ostaggio, che portò un messaggio. Nel messaggio compariva un’altra persona con cui i terroristi concordavano di parlare: il consigliere del presidente della Federazione Russa A. Aslachanov. Ancora una volta fu scritto un numero di telefono per contattare i terroristi: 8-928-728-33-47. Per mezzo di questo numero un negoziatore (un tenente colonnello dell’FSB dell’Ossezia Settentrionale. — n.d.a.) stabilì un contatto coi terroristi — il guerrigliero che rispose si definì uno šachid e dichiarò che in una classe aveva fatto saltare in aria 20 ostaggi. Il 1 e 2 settembre i terroristi continuarono ad insistere sulla presenza contemporanea alle trattative di Dzasochov, Zjazikov, Rošal’ e Aslachanov.
    La richiesta da parte dei terroristi della contemporanea presenza nella scuola di queste persone fu respinta in vista del reale pericolo della loro eliminazione[30].
    In ottemperanza alla legge federale sul terrorismo la richiesta da parte dei guerriglieri del ritiro delle truppe dalla Cecenia non poteva essere oggetto di trattative in quanto minaccia all’ordine costituzionale e all’integrità della Federazione Russa.
    Invece il quartier generale propose ai guerriglieri di scambiare gli ostaggi con gli uomini arrestati in Inguscezia come sospetti di aver commesso un attentato a Narzan’[31]. Nel caso che i guerriglieri acconsentissero erano stati preparati degli autobus «Ikarus».
    Il 2 settembre a coloro che conducevano le trattative furono aggiunti Ruslan Aušev e Michail Guceriev[32].
    Alle 14.45 Aslambek Aslachanov parlò al telefono coi terroristi e promise di trasmettere le loro richieste al presidente Putin in persona. I terroristi proposero ad Aslachanov di entrare nella scuola insieme ad Aušev.
    Il 2 settembre
    Аушев entrò nella scuola e si ottenne che fossero liberate 26 persone.
    Guceriev convinse i terroristi a consegnare i corpi degli ostaggi uccisi.
    Nella notte tra il 2 e il 3 i terroristi non si misero in contatto, non si svolsero trattative con loro.
    Sulle trattative coi terroristi del 3 settembre non ci sono dettagli nel rapporto della commissione federale.
  • Commissione parlamentare dell’Ossezia Settentrionale
    Il 1 settembre per mezzo dell’ostaggio L. Mamitova i guerriglieri trasmisero un messaggio con la richiesta che A. Dzasochov, M. Zjazikov e L. Rošal’ entrassero nella scuola. Più tardi fu fatto anche il nome di
    А. Aslachanov. La richiesta dei terroristi che alle trattative partecipassero contemporaneamente Dzasochov, Zjazikov, Rošal’ e Aslachanov non fu esaudita.
    La richiesta da parte dei terroristi che finisse la guerra in Cecenia e fossero ritirate le truppe e che la Cecenia entrasse a far parte della CSI[33] furono considerate assolutamente inaccettabili dal quartier generale e non furono oggetto di trattative.
    La questione se coinvolgere Maschadov[34] e Zakaev[35] nelle trattative venne fuori troppo tardi. Non si riuscì a coinvolgere Maschadov nelle trattative (cioè ad esaudire una delle richieste dei terroristi), anche se questi aveva dato il proprio assenso.
    La commissione constata anche che finora non è stata fatta piena luce sulle richieste dei terroristi. E’ ignoto il destino e il contenuto della cassetta fornita dai guerriglieri al quartier generale.

7. IL CORSO DELLE TRATTATIVE E IL COINVOLGIMENTO IN ESSE DI MASCHADOV

  • Commissione parlamentare federale
    Del coinvolgimento di Maschadov nelle trattative nel rapporto della commissione Toršin si parla poco e in modo contraddittorio. In un caso si da un secco sommario: «Il 2 settembre in qualità di possibile negoziatore i terroristi fecero il nome del ricercato[36] Aslan Maschadov. Dzasochov ed Aušev tentarono di mettersi in contatto con lui per mezzo di Zakaev, ma Maschadov non si mise in contatto con loro».
    Ma alcune pagine dopo nel rapporto compaiono le seguenti notizie:
    «Il quartier generale operò tempestivamente per coinvolgere Maschadov nelle trattative. Per mezzo degli organi dell’FSB fu subito stabilito un contatto telefonico con Zakaev, che si trovava a Londra. Dzasochov ed Aušev chiamarono Zakaev, ma si attivò la segreteria telefonica, ed essi lasciarono un messaggio con la richiesta di contattarli tempestivamente. Al mattino del 3 settembre Zakaev ebbe un colloquio telefonico con Aušev e Dzasochov. Zakaev disse che il contatto con Maschadov era unidirezionale e che c’era bisogno di tempo per avere una risposta. Aušev chiese a Zakaev anche di contattare Basaev per trovare un modo per risolvere la situazione che si stava aggravando e che minacciava esiti terribili. Zakaev rifiutò questa proposta a causa dei suoi rapporti conflittuali con Basaev. Di conseguenza neanche Zakaev si mise più in contatto con loro.
  • Commissione parlamentare dell’Ossezia Settentrionale
    Alla fine del secondo giorno non intervenne nelle trattative coi terroristi alcuno degli importanti funzionari federali, nelle competenze dei quali rientrava almeno parzialmente il compito di valutare le richieste dei guerriglieri[37].
    La promessa di chiamare in aiuto del negoziatore principale — un tenente colonnello dell’FSB dell’Ossezia Settentrionale — i suoi più esperti colleghi di Mosca non fu mantenuta.
    Affidando la conduzione delle trattative a funzionari regionali, a membri delle forze armate, a un pediatra, e anche a M. Guceriev e R. Aušev (lo invitò a fare ciò S. Šojgu[38] in persona. — n.d.a.), il potere centrale della Federazione Russa, in effetti, venne meno alle proprie responsabilità e condannò all’insuccesso le trattative.
    La commissione ritiene, che l’esito non violento di simili atti terroristici a Budënnovsk[39] e a Kizljar[40] fu in buona sostanza garantito dalla partecipazione diretta del centro federale alle trattative: a Budënnovsk le trattative con Basaev furono condotte dal primo ministro V. Černomyrdin (e nella città si trovavano i capi di tutte le forze armate della Russia), a Kizljar le trattative furono condotte per ordine di Mosca dal presidente del Consiglio di Stato del Daghestan M. Magomedov.
    La speranza di un esito incruento era legata alla possibile partecipazione di A. Maschadov alla liberazione degli ostaggi. La commissione ha interrogato il testimone A. Zakaev, che ha dichiarato che della reale situazione di Beslan venne a sapere durante la prima conversazione telefonica con R. Aušev, che ebbe luogo il 2 settembre, 29 ore dopo la presa della scuola. R. Aušev chiese a Zakaev di coinvolgere A. Maschadov nelle trattative. Tra il pomeriggio del 2 settembre e la mattina del 3 Zakaev contattò Maschadov per mezzo di intermediari. Maschadov si disse pronto ad andare a Beslan, ponendo una sola condizione: la garanzia di un corridoio di sicurezza fino alla scuola. Zakaev dubitò sulla possibilità che venisse creato un corridoio per Maschadov e propose in alternativa la propria candidatura a prender parte alle trattative coi guerriglieri. Il 3 settembre alle 12 (ora di Mosca)[41] Zakaev contattò A. Dzasochov e ribadì il proprio assenso e quello di Maschadov a partecipare alle trattative. Dzasochov chiese due ore di tempo per la risoluzione di problemi tecnici e l’organizzazione delle trattative. Il seguente colloquio tra Dzasochov e Zakaev doveva aver luogo alle 14 (ora di Mosca). L’analisi della situazione indica che Maschadov dette il proprio consenso ad andare a Beslan meno di 20 dopo la prima telefonata di Aušev. La commissione trova strano il fatto che nessuno del quartier generale abbia tentato di contattare Maschadov il primo giorno del sequestro.

8. LE PRIME ESPLOSIONI

  • Commissione parlamentare federale
    Delle prime esplosioni, che hanno condotto all’operazione militare nella scuola di Beslan, nel rapporto della commissione federale non si dice praticamente niente. «Alle 13.05 si sono verificate due potenti esplosioni nella scuola.
    Secondo le deposizioni di alcuni ostaggi, i terroristi erano sotto l’effetto di stupefacenti. E’ possibile che, per questo motivo abbiano perso la capacità di controllare gli esplosivi e sia avvenuta un’esplosione».
    Si ha l’impressione che la commissione ignori una delle questioni più importanti che riguardano l’atto terroristico di Beslan: di quale natura erano le esplosioni, che hanno portato a un intervento di forza e alla morte di 331 ostaggi.
  • Commissione parlamentare dell’Ossezia Settentrionale
    Grazie alla qualità delle indagini degli uomini della Procura Generale sulle cause delle prime esplosioni si può giudicare solo dalle deposizioni degli ostaggi e dei testimoni. L’assenza di analisi di qualità dal punto di vista balistico, di tecnica degli esplosivi e da altri punti di vista nel corso del procedimento penale pare indubbiamente strano alla commissione e fa sorgere molte domande.
    Le prime esplosioni, indubbiamente, hanno una motivazione nascosta — legale e politica.
    La possibile comparsa a Beslan di Maschadov e Zakaev avrebbe posto il Cremlino davanti a una scelta difficile: permettere il salvataggio degli ostaggi e con ciò legalizzare la figura di Maschadov e dare una possibilità ad una soluzione politica del problema ceceno. Un blitz non preparato come variante degli eventi ha permesso che non si creasse questa situazione. E ha reso invisibile la responsabilità del potere per la morte degli ostaggi.
    Dalle deposizioni degli ostaggi e dei testimoni si può trarre la conclusione che le esplosioni nella palestra abbiano sorpreso gli stessi guerriglieri. Addirittura non pochi testimoni dicono che le esplosioni nella palestra furono provocate dall’esterno. Risulta anche che nessuna delle catene che tenevano legate le bombe nella palestra sia stata toccata. Risulta che, dopo le esplosioni nella palestra, gli artificieri della 58.a armata abbiano disinnescato la maggior parte delle bombe. (In tutto c’erano 14 bombe a frammentazione di fattura artigianale e 4 mine antiuomo a deflagrazione circolare[42]. Sono
    state trovate e disinnescate 11 bombe. — n.d.a.) Ancora una volta la commissione sottolinea la cattiva qualità dell’indagine condotta e ritiene fondamentale la versione che pone un nesso causale tra l’uso dei lanciafiamme e le prime esplosioni nella palestra, perché la versione ufficiale, secondo cui la bomba è esplosa da sola o casualmente per colpa dei guerriglieri stessi, non trova conferma. Secondo l’analisi dei medici legali, nei corpi di 21 guerriglieri si è trovata una miscela di morfina e codeina, in cinque casi solo codeina, in uno — solo morfina. Nei corpi di tre guerriglieri non è stata trovata alcuna traccia di sostanze psicotrope.
    Non sono state trovate tracce di droghe pesanti nei corpi dei guerriglieri[43], il che coincide con le deposizioni degli ostaggi, che sottolineano l’alta professionalità[44] dei terroristi e non sono inclini a ritenere i guerriglieri dei semplici tossicodipendenti.

9. CHI E QUANDO HA DATO L’ORDINE DI USARE LANCIAFIAMME E CARRI ARMATI

  • Commissione parlamentare federale
    Il 2 settembre alle 16.30 il capo del quartier generale Andreev ha ordinato al comandante della 58.a armata Sobolev di mettere i carri armati e i blindati BTR[45] a disposizione del CSN dell’FSB su sua richiesta.
    Alle 17.00 Sobolev ha dato ordine a una divisione di carri armati di dirigersi verso Beslan. Alle 18.15 i carri armati sono giunti a Beslan e sono stati messi a disposizione del CSN dell’FSB.
    Il 3 settembre dopo le due prime esplosioni Andreev ha dato ordine al generale Tichonov (capo del CSN dell’FSB della Federazione Russa. — n.d.a.) di dare inizio all’operazione militare per il salvataggio degli ostaggio. I tiratori scelti dei gruppi di spionaggio e di osservazione agli ordini del capo del CSN hanno risposto ai colpi provenienti dalle postazioni dei terroristi.
    Alle 15.05 il capo del CSN ha dato ordine di entrare nell’edificio della scuola.
    Alle 18.00 sono stati definiti tutti i posti in cui si trovavano i guerriglieri — classi, sotterranei, soffitte. Non
    ci sono ostaggi.
    Per ordine del capo del CSN (il generale Tichonov. — n.d.a.)[46] e per minimizzare le perdite di agenti dell’FSB è stato portato sui punti di fuoco un carro armato (numero 325), il cui equipaggio era agli ordini del tenente A., comandante della divisione di carri armati. Per ordine del capo del CSN dell’FSB Tichonov, che si trovava sul carro armato, il comandante А. ha di conseguenza fatto fuoco in due occasioni. La prima — dalle 20.00 alle 20.30 — sparando quattro volte, la seconda — dalle 20.30 alle 21.00 — sparando tre volte. Sono state sparate granate a frammentazione nei vani delle finestre della mensa. Le capacità dei carri armati sono state utilizzate dal comandante del CSN dell’FSB con professionalità ed efficacia. La resistenza dei guerriglieri nel sottosuolo della mensa è stata spezzata.
    I terroristi che si trovavano nel sotterraneo, sono stati uccisi dal crollo del tetto dovuto a una granata sparata sopra di esso.
    Sempre per ordine del generale Tichonov verso i punti maggiormente difesi dai terroristi si è fatto fuoco coi lanciafiamme. In tutto i lanciafiamme hanno sparato 9 volte.
    La 58.a armata non disponeva di RPO-A[47] (solo di mitragliatrici, armi automatiche e tiratori scelti[48]).
    Per far cessare le versioni ostinatamente ripetute dai mass media sul fatto, che l’uso di lanciafiamme RPO-A «Šmel’
    [49]» abbia provocato la morte di un gran numero di ostaggi e che di per se l’uso di lanciafiamme sia illegale, va notato che secondo la legge sul terrorismo il capo di un’operazione antiterroristica ha diritto di usare tutte le forze e i mezzi per la conduzione della stessa. Di tali forze e mezzi dispongono il Ministero degli Interni, il Ministero della Difesa, l’FSB e l’FSO della Russia (art. 6 comma З «Sulla lotta al terrorismo»[50]).
    Secondo la disposizione del governo della Federazione Russa № 148/11 dell’11 marzo 2002 i lanciafiamme RPO-A fanno parte dell’armamentario delle suddivisioni degli organi dell’FSB. Nella parte tecnica delle istruzioni per l’uso dei manufatti
    РПО si dice che sono lanciafiamme reattivi da fanteria ad azione termobarica per l’attacco ai punti di fuoco nascosti o palesi del nemico. Lo «Šmel’» si presenta come un contenitore, predisposto per garantire la chiusura ermetica della copertura e del motore. La copertura della carica si presenta come una granata appuntita, che ruota sulla propria traiettoria, ed è riempita di miscela termobarica per colpire con un’enorme pressione i punti di fuoco del nemico per mezzo di un tipico processo termico[51]. A conferma di questo c’è l’assenza di focolai d’incendio nella soffitta della scuola, dove tali armi sono state utilizzate.
    Così l’RPO-A non rientra nel sottocomma b del comma 1 dell’articolo 1 del protocollo della convenzione di Ginevra sulla limitazione dell’uso di armi incendiarie, poiché non si tratta di un’arma incendiaria.
    L’RPO-Z e l’RPO-D[52] non fanno parte dell’armamentario dell’FSB della Federazione Russa e non sono stati utilizzati a Beslan durante l’operazione antiterroristica. La commissione nota anche che, dopo i lavori per liberare i sotterranei della scuola dalle macerie, là dove erano stati impiegati RPO-A, carri armati e granate non si sono trovati corpi di ostaggi. Così, l’uso di quest’arma, secondo la commissione, è motivato e non è in contrasto con la legislazione vigente.
  • Commissione parlamentare dell’Ossezia Settentrionale
    Dai materiali del procedimento penale appare chiaro che i lanciafiamme sono stati utilizzati da agenti del CSN dell’FSB della Federazione Russa. Ci sono anche dati necessari per dire che la divisone di carri armati della 58.a armata sia stata messa a disposizione del CSN dell’FSB della Federazione Russa. L’ordine di impiegare lanciafiamme e carri armati è stato dato dal capo del CSN dell’FSB, il generale Tichonov.
    Tuttavia la commissione dispone di dati sufficienti per dire che i lanciafiamme e i carri armati sono stati impiegati il 3 settembre, quando nella scuola si trovava un grande numero di ostaggi.
    Basandosi sulle deposizioni di numerosi testimoni (per esempio, la testimonianza del segretario del Consiglio di Sicurezza dell’Ossezia Settentrionale, il generale di divisione Uruzmak Sozyrkoevič Ogoev) e su osservazioni personali, la commissione ritiene che i carri armati abbiano iniziato a sparare sulla scuola tra le 15 e le 16 del 3 settembre. La commissione sottolinea anche, che i carri armati non hanno sparato colpi a salve, ma veri e propri proiettili a frammentazione e che ci sono ostaggi (fra cui anche bambini piccoli) da cui sono stati estratti proiettili da carro armato.
    La commissione nutre forti dubbi sulla versione ufficiale, che ha stabilito che si è sparato coi lanciafiamme sul tetto dell’edificio principale della scuola. Nessuno traccia dell’impiego di lanciafiamme in quei luoghi concreti è stata rinvenuta dalla commissione. Inoltre la commissione considera le conclusioni degli esperti della Procura Generale sulla non pericolosità dei lanciafiamme come minimo non convincenti né obbiettive.
    L’analisi delle cause della morte delle 331 persona da la seguente statistica: ferite da arma da fuoco — 51 persone (tra cui 21 persone che furono uccise il 1 e il 2
    сентября, e 10 agenti dei corpi speciali); ferite da schegge — 150 persone, ustioni — 10 persone, danni causati da corpi contundenti (frammenti del tetto in fiamme della palestra) — 4 persone. Gli esperti non hanno potuto stabilire le cause della morte di 116 persone per gli effetti delle fiamme, che le hanno anche completamente carbonizzate.
    La commissione ritiene anche enormemente significative le deposizioni del deputato della Duma di Stato[53] della Federazione Russa e membro della commissione parlamentare federale Ol’ga Georgievna Borzovaja sul tipo di ustioni riscontrate dai medici sugli ostaggi sopravvissuti. Nella storia clinica degli ostaggi ci sono resoconti che testimoniano che la causa di tali ustioni potrebbe essere il napalm, presente fra l’altro nelle cariche dei lanciafiamme RPO-Z.

C’E’ LA POSSIBILITA’ DI FERMARE IL TERRORE

Davanti a voi ci sono i risultati non definitivi del lavoro di due commissioni parlamentari: quella dell’Ossezia Settentrionale e quella federale. Volevamo confrontarle, non contrapporle. Il lavoro di entrambe le commissioni su Beslan è importante per la società russa. La commissione dell’Ossezia Settentrionale ha violato la pluriennale tradizione di mantenere il silenzio corporativo dei funzionari e ha cominciato a chiamare le cose coi loro nomi. La commissione Toršin non riesce ancora a decidersi a fare proprio censore non il potere, ma la società. Ma questa commissione non è omogenea. Le rare apparizioni sui mass media di membri della commissione federale mostrano che non tutti sono concordi con la linea «generale». Inoltre all’interno della commissione Toršin è stato fatto un patto tra i partecipanti: sul documento conclusivo devono essere d’accordo tutti. Ma spontaneamente, non sotto la pressione della Lubjanka[54] o dell’ufficio di presidenza della Federazione Russa. Nella commissione Toršin ci sono persone che capiscono, che l’indagine su Beslan non si può fermare — come l’indagine sul «Nord-Ost»[55], non si può schiacciare — come l’indagine sull’esplosione delle case a Mosca[56], non si può pervertire — come l’indagine sul «Kursk»[57].
E c’è anche il processo. Non è il più importante, ma è aperto. La cosa più importante di questo processo non sono procuratori e giudici, ma le madri dei bambini uccisi. E’ andata in modo che agli abitanti di Beslan è stata data una chance unica, perché questo è il primo processo del genere in Russia. E non è solo un processo al terrorismo. E’ un processo al sistema che produce questo terrorismo.
L’uomo più importante di questo sistema è il presidente. Questi, probabilmente, ha la sua spiegazione per la scuola di Beslan e per il cimitero di Beslan. Un anno dopo l’atto terroristico gli abitanti di Beslan hanno ricevuto un invito al Cremlino. Gli abitanti di Beslan si preparano ad un colloquio difficile: quando si dovrà dir tutto nella mezz’ora di protocollo. Ma comunque non c’è bisogno di dire, spiegare, esigere, piangere o chiedere alcunché. Bisogna avere la sua parola, che andrà al processo. Perché è un testimone.

Elena MILAŠINA, nostra corrispondente speciale, Vladikavkaz—Beslan, http://2005.novayagazeta.ru/nomer/2005/64n/n64n-s00.shtml
“Novaja Gazeta”, 01.09.2005 (traduzione e note di Matteo M.)



[1] Il 1 settembre in Russia è il primo giorno di scuola, festeggiato come “giorno della conoscenza”. Il 1 settembre di un anno fa i terroristi ceceni sequestravano i presenti nella scuola n. 1 di Beslan. Il gioco di parole è più pregnante in russo, poiché si contrappongono znanie, “conoscenza” e neznanie, letteralmente “non conoscenza”.

[2] Secondo la versione ufficiale Nurpaš (o Nurpaša) Kulaev è l’unico sopravvissuto tra i sequestratori di Beslan.

[3] Capitale dell’Ossezia Settentrionale.

[4] Si intende la repubblica dell’Ossezia Settentrionale, che fa parte della Federazione Russa. La caduta dell’Unione Sovietica ha spaccato l’Ossezia: l’Ossezia Meridionale faceva parte della Repubblica Sovietica di Georgia e adesso fa parte dello stato sovrano di Georgia.

[5] Allora presidente della repubblica dell’Ossezia Settentrionale.

[6] Federal’naja Služba Bezopasnosti (Servizio di sicurezza federale), i servizi segreti russi.

[7] Repubblica caucasica della Federazione Russa confinante con la Cecenia e che formava un tutt’uno con essa fino agli anni ’90.

[8] Federal’naja Služba Ochrany (Servizio di protezione federale), organo parallelo dell’FSB.

[9] Quello federale, evidentemente.

[10] Šamil’ Basaev, leader non incontrastato dei terroristi ceceni, una specie di Bin Laden dei russi…

[11] Abitanti dell’Inguscezia. Vedi nota 7

[12] Šachid è la russificazione dell’arabo shahid, “martire”, da intendersi come “kamikaze”.

[13] L’oscillazione nella trascrizione del nome di Kulaev segue quella dell’originale

[14] Rajonnyj Otdel Vnutrennich Del (Sezione provinciale del Ministero degli Interni), in pratica la polizia locale.

[15] Vserossijskaja Gosudarstvennaja Televizionnaja i Radioveščatel’naja Kompanija (Compagnia Radio-Televisiva Panrussa di Stato), in pratica la radiotelevisione di Stato.

[16] Operazione antiterroristica. Kto in russo significa “chi” e l’assenza di articoli nella lingua russa contribuisce a creare un gioco di parole assolutamente intraducibile.

[17] Uno dei sette distretti in cui Putin ha diviso la Russia. A capo di ogni distretto c’è un uomo di fiducia del presidente, che vigila sull’operato dei governatori delle regioni e dei presidenti delle repubbliche della Federazione Russa, che sotto El’cin agivano fin troppo autonomamente. Non contento, Putin ha in seguito abolito l’elezione diretta dei governatori, che adesso nomina di persona (si tratta della cosiddetta “verticale del potere”).

[18] Abbreviazione di Gruppa Operativnogo Upravlenija (Gruppo di Comando Operativo).

[19] Respublika Severnoj Osetii-Alanija cioè “Repubblica dell’Ossezia Settentrionale-Alanija” (Alanija è il nome autoctono dell’Ossezia).

[20] Capo dell’FSB.

[21] Ministro degli Interni della Federazione Russa.

[22] In Russia si definisce “scambista” un esecutore d’ordini su cui all’occorrenza far ricadere tutte le colpe, in pratica il nostro “capo espiatorio”.

[23] Centr Special’nogo Naznačenija, “Centro per le Operazioni Speciali”.

[24] Ex presidente dell’Inguscezia.

[25] Ministerstvo Črezvyčajnych situacij (Ministero per le Situazioni d’Emergenza), una sorta di Protezione Civile.

[26] Visto come terminò la vicenda del teatro di Dubrovka, si può senz’altro ritenere che l’autrice faccia dell’ironia.

[27] Cioè i gruppi speciali Alfa e Stendardo.

[28] Il linguaggio ironicamente pomposo è ricalcato su quello dell’originale.

[29] Noto pediatra, impegnato sul fronte dei diritti umani.

[30] L’autrice usa il brutale termine uničtoženie, letteralmente “annientamento”.

[31] Capitale dell’Inguscezia.

[32] Vice presidente della Confindustria russa.

[33] “Comunità di Stati Indipendenti”, entità che riunisce le ex repubbliche sovietiche con l’eccezione delle repubbliche baltiche.

[34] Unico presidente della Cecenia democraticamente eletto (nel 1997). Esautorato e poi addirittura accusato di aver ordito con Basaaev la strage di Beslan, è stato ucciso in un conflitto a fuoco coi russi nel 2004.

[35] Attivista ceceno fuggito in Gran Bretagna, accusato falsamente di numerosi crimini, che i russi tentarono inutilmente di farsi restituire (nel procedimento emersero anzi i metodi disumani utilizzati dai russi per ottenere informazioni e non solo).

[36] Tale era per i russi…

[37] Il linguaggio formale ricalca quello dell’originale, che riprende a sua volta quello della commissione (invero paludata nelle forme, ma schietta nella sostanza).

[38] Capo dell’MČS (vedi nota 25).

[39] A Budënnovsk, nella Russia meridionale, nel 1995 un commando di terroristi ceceni guidati da Basaev prese in ostaggio un intero ospedale. Dopo due disastrosi blitz tentati dai russi, in cui persero la vita 14 guerriglieri e 121 ostaggi, i terroristi ottennero di poter rientrare indisturbati in Cecenia. Anche se alcuni ostaggi furono usati come scudi umani, la maggior parte di essi sostenne di non aver subito alcun maltrattamento da parte dei ceceni…

[40] A Kizljar (Daghestan) nel 1996 fu pure sequestrato un intero ospedale e anche in questo caso gli ostaggi furono infine liberati.

[41] Le 10 italiane.

[42] Il traduttore è francamente fiero delle propria totale ignoranza in tema di esplosivi, anche se in questo caso potrebbe averlo portato a scrivere delle assurdità…

[43] Questo è un punto oscuro. Si può ritenere la morfina una droga leggera?

[44] L’autrice usa proprio questo inquietante termine.

[45] Brone-Tankovyj Rezerv, “Carri armati della riserva”, nome dei blindati prodotti dalla fabbrica russa Arzamas.

[46] Tale precisazione non pare affatto necessaria…

[47] Cioè Reaktivnyj Pechotnyj Ognemët (Lanciafiamme Reattivo da Fanteria) di tipo A, cioè armato con cariche termobariche.

[48] E’ curioso che i tiratori scelti siano classificati come armi…

[49] “Bombo”.

[50] Le leggi della Federazione Russa non sono identificate da un numero, ma da un titolo.

[51] La descrizione non è delle più chiare, ma pare di capire che il calore sprigionato da queste armi provochi uno spostamento d’aria, che va a premere in modo distruttivo sul nemico.

[52] L’RPO-Z spara napalm (vedi articolo), l’RPO-D cariche fumogene.

[53] La Duma di Stato è la camera bassa del parlamento federale della Russia.

[54] Sede del KGB prima e dell’FSB poi.

[55] “Nord-est”, titolo del musical che andava in scena al teatro di Dubrovka quando i terroristi ceceni presero in ostaggio il pubblico.

[56] Si tratta degli attentati del 1999, che dettero il via alla seconda guerra cecena, che dura tuttora. C’è chi sospetta che quegli attentati siano stati opera dei servizi segreti, che avrebbero fatto ricadere la colpa sui ceceni per scatenare la guerra. Stragi di Stato, insomma…

[57] Il sottomarino russo affondato misteriosamente nel 2000, causando la morte degli oltre 100 marinai a bordo.

26 dicembre 2006

A proposito della giustizia in Cecenia

La pace nel Caucaso: cronaca di guerra

Da sette anni in Cecenia ufficialmente c’è la pace. Ma “Memorial” da sette anni scrive un resoconto non ufficiale (cioè non censurato) di una guerra.
Anna Politkovskaja collaborava attivamente con “Memorial” e utilizzava le sue informazioni per stendere i propri articoli. Adesso che Anja non c’è più abbiamo deciso di aprire una nuova rubrica (iniziata con il n. 93): due volte al mese pubblicheremo estratti della “Cronaca della violenza” della zona del conflitto armato nel Caucaso settentrionale, che viene portata avanti da quelli di “Memorial”.
In
questo numero altre due storie.

UN CASO MAI AVVENUTO NELLA CECENIA DI OGGI: HANNO TORTURATO, MA HANNO ASSOLTO
Gli abitanti della Cecenia tentano di lottare contro l’arbitrio e l’impunità. A volte hanno successo

Di cosa scriveva la Politkovskaja
L’11 dicembre 2006 la Corte Suprema della Repubblica Cecena ha sancito la condanna di Ali Tečiev, anno di nascita 1985, accusato di aver preso parte all’attacco contro Groznyj del 21 agosto 2004 e di omicidio. In quel giorno i militanti avevano preso sotto il loro controllo molte strade e incroci di Groznyj e avevano ucciso uomini delle forze armate.
Il 30 settembre 2005 Ali Tečiev era già stato condannato con la condizionale per aver fatto parte di formazioni armate illegali (secondo l’art. 208 del codice penale). Le prove consistevano fondamentalmente in testimonianze rese sotto tortura, com’era stato confermato da documenti e dimostrato durante il processo (Anna Politkovskaja aveva scritto delle torture che Tečiev aveva subito). Ali fu nuovamente sequestrato[1] il 29 novembre 2005 e portato all’ORB-2[2]. Dopo pestaggi, torture e una finta fucilazione[3], “confessò” e il 30 novembre fu dichiarato in arresto.
Durante il processo apparve evidente, che il “procedimento” era basato su falsificazioni, torture e false testimonianze.
Durante l’udienza del 19 settembre fu resa nota la deposizione scritta di Chamid Arsabiev, ma questi in precedenza aveva dichiarato che gli agenti dell’ORB-2 l’avevano costretto a testimoniare il falso contro Tečiev, promettendogli che al processo avrebbe reso la sua deposizione sotto pseudonimo da dietro uno schermo protettivo.
Il 3 ottobre comparve al processo Chasanbek Achmadov, che era stato sequestrato e torturato insieme ad Ali. Nonostante la costrizione, Achmadov rifiutò di testimoniare il falso contro Tečiev. Ben presto Chasanbek fu “invitato” a comparire al comando. Evidentemente, a causa dei presentimenti riguardanti le “conversazioni” con gli uomini delle forze armate il 33enne Achmadov morì il 23 ottobre per un attacco cardiaco.
Il
17 ottobre comparve Ruslan Očerchadžiev. Questi raccontò di due giorni di torture (che erano confermate da documenti!), con cui lo avevano costretto non solo ad accusare Ali, ma anche a “confessare” egli stesso di aver preso parte all’attacco contro Groznyj, nonostante avesse un alibi.
Il 30 ottobre l’accusa presentò un testimone, la cui identità fu tenuta segreta, che parlò sotto pseudonimo da dietro uno schermo protettivo. Questi disse che aveva “casualmente” incontrato un agente dell’ORB-2 in un cafè, dove “si ricordò improvvisamente” di aver visto Tečiev il 21 agosto.
Divenne evidente che invece di cercare i veri colpevoli gli inquirenti avevano montato un’accusa contro un ex militante.
L’11 dicembre il tribunale emise un verdetto assolutorio – un caso mai avvenuto nella Cecenia di oggi. Ali
Tečiev uscì libero dallaula del tribunale.

La procura si è insediata in casa d’altri
Il 5 ottobre 2006 presso il tribunale interprovinciale di Urus-Martan ha avuto luogo l’udienza per dirimere la causa intentata da Muchadi Gazimagomaev nei confronti della procura della provincia di Urus-Martan, in cui questi richiedeva l’espulsione della procura dall’abitazione a lui appartenente.
Nel 1944 la famiglia Gazimagomaev fu deportata in Kazakistan[4]. Al loro ritorno nel 1957 questi non poterono rientrare nella propria casa in via Kalančakskaja. La casa era stata occupata da una biblioteca e da una sala per giochi infantili fatti costruire dalla polizia[5]. La famiglia del 25enne Muchadi non poté trovar casa in Cecenia e si trasferì a Mosca.
Negli anni ’90 la casa finì con l’essere rovinata dal tempo, la biblioteca e la sala per i giochi infantili furono trasferite. Dopo aver ricevuto gli atti per la restituzione delle proprietà delle vittime delle repressioni gli ex padroni di casa decisero di ristabilire i propri diritti. Nel 1992 il sessantenne Muchadi Gazimagomaev ottenne un verdetto favorevole dal tribunale, ristrutturò da cima a fondo le rovine della casa e si stabilì là con sua moglie.
Dopo l’inizio della guerra, nel 1994 ripararono a Mosca. Nel 1999 la casa aveva nuovamente bisogno di riparazioni. Gazimagomaev
assunse degli operai. All’inizio del 2000 giunsero nella casa gli uomini della procura e cacciarono gli operai. Muchadi tentò di farsi restituire la sua proprietà, ma senza successo: per entrare nel cortile della propria casa avrebbe avuto bisogno di un permesso che non sempre veniva dato. Gazimagomaev presentò una querela al tribunale della città di Urus-Martan. La querela non fu accolta. Questi si rivolse al tribunale di Mosca – là decisero che della vicenda avrebbe dovuto occuparsi il tribunale interprovinciale di Urus-Martan, che ricevette i documenti nel marzo 2006. Il 5 ottobre ebbe luogo la prima udienza.
Gli avvocati del querelante acclusero alla querela leggi e decreti che non lasciavano spazio a dubbi sul diritto di Muchadi sulla casa. L’arringa dell’avvocato della procura fu stupefacente: questi non pronunciò una sola volta la parola “legge” – disse che tutti gli atti del parlamento della Repubblica Cecena negli anni 1992-1995 “non hanno alcun valore” e che Gazimagomaev “non è l’unica persona, a cui non è stato restituito qualcosa”.
Il giudice propose di portare prove del fatto che Muchadi avesse investito risorse nella ristrutturazione. Gazimagomaev non poté presentare conti, ma la difesa invitò a comparire gli operai che avevano ristrutturato la casa; questi raccontarono dei lavori e confermarono che Muchadi aveva pagato le loro prestazioni.
Il giudice ha preso una decisione: obbligare la procura a liberare l’edificio occupato illegalmente. La procura è intenzionata a presentare un esposto alla Corte Suprema.

"Novaja Gazeta" n. 97,
http://2006.novayagazeta.ru/nomer/2006/97n/n97n-s11.shtml
21.12.2006 (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

http://matteobloggato.blogspot.com/2006/12/si-pu-avere-un-po
-di-giustizia-anche.html#links


[1] Traduco alla lettera. Dire “arrestato illegalmente” non mi sembrerebbe del tutto corretto.

[2] Operativno-Rozysknoe Bjuro, “Ufficio Operativo di Ricerca”.

[3] La storia si ripete? Nel 1849 i membri del circolo socialista di Michail Vasil’evič Petraševskij-Butasevič (i cosiddetti petraševcy, tra cui spiccava lo scrittore Dostoevskij), furono processati, condannati a morte e condotti alla fucilazione, ma quando il plotone d’esecuzione stava per sparare, fu letto un proclama dello zar, che faceva loro grazia della vita e li inviava al confino. Uno dei condannati, sconvolto da questa ignobile farsa, impazzì. In “Arcipelago GULag” Solženicyn racconta che ai danni generale Konstantin Konstantinovič Rokossovskij (rinchiuso in un lager e poi riesumato perché contribuisse alla vittoria sovietica sui nazisti) fu inscenata più di una falsa fucilazione.

[4] Nel 1944 Stalin fece deportare praticamente l’intera popolazione della Cecenia, accusata (fra l’altro in modo del tutto infondato) di aver collaborato con gli invasori nazifascisti. I ceceni sopravvissuti poterono tornare in patria solo nel 1957, dopo che il famoso rapporto segreto di Nikita Serheevič Chruščëv rivelò i crimini di Stalin e avviò la destalinizzazione.

[5] Ad uso dei poliziotti e dei loro figli, suppongo.

23 dicembre 2006

A proposito di Putin (III)

RULLI COMPRESSORI AL CREMLINO
L’inasprimento della lotta all’interno del clan. Chi schiaccia chi sulla strada verso il potere

Chi ha detto che in Russia non ci sono blocchi politici né lotta politica? A mio modo di vedere, questa lotta c’è. Solo che non bisogna guardare la Duma, ma altri posti.
Ecco, per esempio c’è il blocco dell’FSB[1] e il blocco dell’FSO[2]. La loro principale divergenza politica riguarda la questione delle dogane. A dirla rozzamente, la posizione dell’FSB consiste nell’idea che delle dogane non debba impossessarsi qualsiasi corruttore, mentre la posizione dell’FSO consiste nell’idea che delle dogane non debba impossessarsi qualsiasi corruttore, ma poiché come figure concrete di corruttori si intendono persone del tutto diverse, le posizioni vengono ad essere assolutamente inconciliabili.
Uso la parola “blocco” invece della parola “partito” perché si tratta di coalizioni particolarmente ampie. Per esempio, tra quelli che appoggiano il giusto operato[3] dell’FSB, secondo gli esperti, si trovano persone come il ministro della Giustizia Ustinov[4] e il primo vicedirettore dell’amministrazione presidenziale Igor’ Sečin[5] e i loro avversari, secondo alcune voci, includono il capo del “Gosnarkokontrol’”[6] Viktor Čerkesov, che, secondo alcune voci, ha fatto anche rapporto al presidente.
Tracce delle battaglie le abbiamo viste tutti: arresti, dimissioni, interventi dell’OMON[7], la rimozione di Ustinov e un grande repulisti nell’ambito delle dogane. Bisogna dire che al momento presente il blocco che viene associato al nome di Sečin è chiaramente vincitore. Questo è evidente perché gli avversari di questo blocco, una volta rimossi dai loro posti, ne sono stati effettivamente privati (come, per esempio, il vice capo del ministero degli Interni Novikov[8]), mentre alcuni funzionari dell’FSB, rimossi con decreto presidenziale nel corso del conflitto, occupano in silenzio i loro uffici come prima.
Ma
se il sig. Ustinov riuscisse a distaccare dalla procura, dal ministero degli Interni e dall’FSB la Commissione Investigativa, che concentra tutte le indagini nelle proprie mani, questa non sarebbe più soltanto una vittoria. Sarebbe, per così dire, la presa di Berlino[9].
Ci sono anche altri due blocchi, che potremmo chiamare il “partito dell’erede” e il “partito del terzo mandato[10]”, - il partito di Medvedev[11] e quello di Sečin. Questi non sono del tutto identici ai due blocchi della guerra delle dogane, ma non sono neanche del tutto diversi. Il motivo del conflitto tra blocchi sta nel fatto che in caso di addio del presidente molti al Cremlino perderebbero la posizione che hanno adesso e fra l’altro i rappresentanti di un blocco hanno motivo di pensare che saranno piazzati più in alto e i rappresentanti di un altro che saranno piazzati più in basso. E se in precedenza, ai tempi del Rinascimento, tali divergenze tra sostenitori di diverse piattaforme ideali erano decise con l’aiuto del veleno e del pugnale, adesso i costumi si sono notevolmente ingentiliti – e la lotta invisibile al mondo si accompagna a un meschino agitarsi di procedimenti penali. Come quelli che sono stati avviati nei confronti degli ex compagni del ministro Zurabov[12].
All’interno di “Russia Unita[13]” ci sono profondi e tragici dissensi tra la sig.ra Sliska[14] e il sig. Volodin[15]; là si tratta sia della proprietà del 19% delle azioni della fabbrica “Transmaš[16]” sia di quella sull’appartenenza del parlamento di Saratov[17]. Nella “Gazprom” ci sono non meno di quattro partiti e quanto al governo, è terribile solo pensarci – si possono contare almeno tre blocchi, fra l’altro con un programma politico perfettamente identico: “Di questo casino non sono colpevole io, ma tu!”.
Oppure prendiamo l’incendio nella casa del sacerdote Andrej Nikolaev[18] nel villaggio di Prjamuchino nella regione di Tver’[19]. Davanti ai nostri occhi questo orribile incendio è diventato oggetto del contendere di due partiti.
Uno si potrebbe chiamare convenzionalmente il “partito dei PR” – ad esso serve qualsiasi notizia da usare come pretesto per coprire il caso Litvinenko. E non erano ancora riusciti a rimuovere i resti carbonizzati che dagli schermi televisivi comunicano: Incendio doloso! Minacce
! Tre bambini! La piccola madre[20] incinta bruciata viva! Il sangue si gela nelle vene in un paese in cui i trafficanti di vodka di contrabbando bruciano vivo un sacerdote coi tre figli piccoli e la moglie incinta solo perché impediva alla gente di bere, anche il polonio-210 passa in secondo piano.
Ma qui all’improvviso entrano in gioco gli interessi dell’altro partito, che si potrebbe chiamare il “partito degli sbirri”. Ma che volete dire, chiedono minacciosamente, che il casino nel paese è giunto a un tale punto, che davanti a tutto il villaggio i distillatori di vodka casereccia bruciano vivo un prete coi figli perché non impedisca loro di guadagnare e tutto il villaggio lo sa? Ed ecco che da parte del secondo partito già si insinua: essi stessi hanno appiccato il fuoco[21]. Cosa
? Minacce? Non c’è stata alcuna minaccia. Cosa, avevano già dato fuoco alla casa? Ma che dite!
Vi invito a fare attenzione al fatto che tutto questo avviene ancor prima del termine di qualsiasi indagine, che lo sfortunato padre Andrej è rimasto bruciato in modo tale che di lui sono rimasti solo la croce e il teschio, insomma tutte queste dichiarazioni in generale non hanno a che fare con la realtà, ma hanno a che fare solo con la necessità di sfruttare queste notizie da parte dell’uno o dell’altro clan.
E al fatto che i blocchi sono assolutamente inconciliabili, perché qui non si tratta di qualche manifesto o statuto, ma di denaro e di posti importanti. E qui sta la faccenda: un manifesto si può correggere, si può giurare fedeltà a due padroni in una volta, ma se si tratta di rubli, è difficile far finta che li abbia Ivan Ivanovič, se li ha Pëtr Petrovič.

Julia LATYNINA[22], articolo speciale per la “Novaja Gazeta”,
http://2006.novayagazeta.ru/nomer/2006/94n/n94n-s00.shtml


11.12.2006 (traduzione e note di Matteo Mazzoni)

http://matteobloggato.blogspot.com/2006/12/gli-intrighi-di-corte-
vanno-avanti.html#links



[1] Federal’naja Služba Besopasnosti (Servizio Federale di Sicurezza), il servizio segreto russo principale, erede del KGB.

[2] Federal’naja Služba Ochrany (Servizio Federale di Protezione), altro servizio segreto russo, incaricato di proteggere gli alti funzionari e le proprietà dello Stato.

[3] Qui si ironizza, ovviamente.

[4] Vladimir Vasil’evič Ustinov, che a suo tempo, come magistrato, si è occupato degli attentati del 1999 che hanno dato il via alla “seconda guerra cecena”, del magnate dell’informazione Gusinskij, del sottomarino “Kursk”, di Chodorkovskij…

[5] Igor’ Ivanovič Sečin, presidente del consiglio dei direttori del colosso petrolifero “Rosneft’”, che molto si è giovato della dissoluzione del colosso JUKOS di Chodorkovskij.

[6] Abbreviazione che sta per “controllo statale dei narcotici”, nome non ufficiale del “Servizio Federale della Federazione Russa per il Controllo sul traffico di Narcotici”.

[7] Otrjad Milicii Osobogo Naznačenija (Reparto di Polizia con Compiti Speciali), analogo russo della nostra Celere, che non di rado si segnala per la propria brutalità.

[8] Andrej Novikov, che nel 2001 dal posto di comandante di una stazione di polizia di San Pietroburgo ascese direttamente alla dirigenza del ministero degli Interni.

[9] La presa di Berlino durante la Seconda Guerra Mondiale garantì ai sovietici il controllo su mezza Europa per oltre quarant’anni…

[10] Per avere un terzo mandato presidenziale Putin dovrebbe cambiare la costituzione russa, che prevede al massimo due mandati presidenziali consecutivi.

[11] Dmitrij Anatol’evič Medvedev, primo vice premier, è considerato il possibile erede di Putin.

[12] Michail Jur’evič Zurabov, ministro della Sanità, assai contestato a causa della riforma che ha sostituito le agevolazioni di cui godevano i pensionati con indennizzi in denaro assolutamente insufficienti.

[13] Il partito nato per sostenere Putin, detto anche “partito del potere”.

[14] Ljubov’ (in russo significa “amore”…) Konstantinovna Sliska, primo vice presidente della Duma, la camera bassa russa.

[15] Vjačeslav Viktorovič Volodin, uno dei vice presidenti della Duma.

[16] Fabbrica di materiale ferroviario, di cui Sliska possiede il 19% delle azioni.

[17] L’equivalente di un consiglio regionale, che presiede alla regione di Saratov, a sud di Mosca, e che protesta contro la Duma a causa di uno stabilimento per lo smaltimento di armi chimiche presente sul proprio territorio.

[18] Fatto di cronaca che ha fatto molto parlare: nella notte del 2 dicembre il pope Andrej Nikolaev, la moglie incinta e i loro tre figli sono morti nell’incendio appiccato alla loro casa.

[19] Città a nord di Mosca.

[20] Matuška, diminutivo di mat’, “madre”, appellativo della moglie del pope.

[21] In effetti c’è chi cerca di sostenere l’assurda versione del pope impazzito che da fuoco alla propria casa bruciando vivo anche se stesso…

[22] Julija Leonidovna Latynina, giornalista economica e scrittrice di libri gialli e fantasy.

17 dicembre 2006

A proposito dei desaparecidos del Caucaso

«Persone che spariscono».
Prosecuzione delle indagini di Anna POLITKOVSKAJA
SEQUESTRI: IL PIANO DEL PRESIDENTE NON E’ STATO REALIZZATO
Tre anni fa Putin promise agli abitanti della provincia di Urus-Martan di “trovare gli scomparsi e portare alla luce i colpevoli”. Non ha trovato e non ha portato alla luce nessuno

Dal 2000 il centro per la difesa dei diritti umano “Memorial”[1] porta avanti la “Cronaca della violenza” nella zone del conflitto armato nel Caucaso settentrionale: raccoglie le testimonianze delle vittime, riportano fatti riguardanti sequestri e omicidi, seguono il corso delle indagini degli inquirenti su questi fatti – insomma scrive un resoconto non ufficiale (leggi – non censurato) della guerra.
I membri di “Memorial” ritengono che uscire dal circolo vizioso della violenza, della contrapposizione armata diventerà possibile solo quando trionferà la legge: uno per tutti. Quando i colpevoli dei delitti sconteranno le loro responsabilità e gli innocenti potranno tornare alla vita pacifica indipendentemente dal fatto che siano dei “nostri” o degli “altri”.
Ma finché tutto andrà in un altro modo, “Memorial” continuerà a scrivere il suo resoconto.
Anna Politkovskaja collaborava attivamente con “Memorial” e utilizzava le loro informazioni per preparare i propri articoli. Adesso che Anja[2] non c’è più, abbiamo deciso di aprire una nuova rubrica: due volte al mese pubblicheremo estratti della “Cronaca della violenza”, portata avanti da “Memorial”.
In questo numero sarà la volta di tre storie avvenute a novembre di quest’anno.


La pace nel Caucaso: cronaca di guerra

3 NOVEMBRE 2006
“E’ stato dentro[3] per poco”

Nel villaggio di Samaški nella provincia di Ačchoj-Martan (Cecenia) Murad Vachidovič Magomadov, anno di nascita 1982, fu portato via da agenti di una struttura armata non precisata.
Verso le due di notte nella casa in v. Ambulatornaja[4] fece irruzione un gruppo di uomini armati mascherati. Senza essersi qualificati e senza spiegare i motivi del loro operato questi, sotto la minaccia delle armi, fecero stendere tutti a terra, dopo di che presero Murad dalla sua stanza e lo portarono con loro. Non gli permisero neanche di vestirsi: lo portarono via in canottiera e slip.
Dopo che i sequestratori se ne furono andati, il padre di Murad, Vachid, si diresse alla sezione territoriale di polizia (TOM[5]), che si trova a due isolati di distanza. I poliziotti raccontarono che nel villaggio erano entrate tre automobili. Alla richiesta di fermarsi le persone sedute all’interno gridarono: “I nostri” – e proseguirono. Ben presto le tre macchine ripassarono in senso contrario, lampeggiando e aggirando i poliziotti del posto di blocco. Nell’abitacolo di una delle macchine gli agenti della
ТОМ videro il capo della polizia criminale della provincia di Ačchoj-Martan, il colonnello Vjačeslav Nikolaevič Kulikov.
Alla ROVD[6] di Ačchoj-Martan dichiararono che Murad Magomadov non era da loro. Ciononostante il padre del sequestrato ottenne di potersi incontrare con Vjačeslav Kulikov e questi fu costretto a confermare la notizia dell’arresto di Magomadov: a suo dire, questi era stato portato all’FSB[7], da cui presto l’avrebbero mandato indietro, alla ROVD di Ačchoj-Martan. Alla domanda: “Perché l’hanno preso?” – Kulikov rispose: “E’ stato dentro per poco!”.
In precedenza, nell’estate del 2006, Murad Magomadov fu condannato a un anno e mezzo di detenzione per partecipazione a una NVF[8]. Il 27 settembre il tribunale provinciale di Naur acconsentì alla richiesta di libertà condizionata per Magomadov, in quanto “il condannato aveva scontato in carcere più di un terzo della pena prevista. In questo periodo da parte sua non vi erano state violazioni del regime carcerario, ha ricevuto un incentivo per il suo coscienzioso atteggiamento verso il lavoro. E’ pentito di ciò che ha commesso…”.
Il 3 novembre giunsero di nuovo in casa Magomadov gli agenti di una qualche forza armata, che effettuarono la perquisizione della casa e degli edifici annessi e scavarono anche in qualche parte dell’orto. Nel far questo rifiutarono di qualificarsi, non mostrarono i documenti necessari per effettuare una perquisizione e accompagnarono le loro azioni con insulti e minacce. Non avendo trovato niente di loro interesse, gli uomini armati se ne andarono.
Il 6 novembre Vachid Magomadov si rivolse alla procura provinciale per denunciare l’operato illegale dei poliziotti. L’impiegato della procura Kadyrov[9] espunse dalla denuncia di Magomadov le parole che descrivevano il fatto che suo figlio era stato sequestrato alle due di notte e che i sequestratori erano mascherati. Poi, secondo Vachid Magomadov, Kadyrov dichiarò che suo figlio sarebbe stato accusato di “omicidio” o di “detenzione illegale di armi”. Ritenendo che l’omicidio fosse una cosa più grave, il padre convinse il figlio a confessare la detenzione di armi. In tal modo la procura, invece che degli addetti alla sorveglianza dei detenuti in libertà condizionata, si servì essenzialmente dell’ignoranza della legge da parte del padre dell’arrestato.


21 NOVEMBRE 2006
La procura “raddoppia il PIL[10]

Alla sede del PC[11] “Memorial” della città di Urus-Martan (Cecenia) si è rivolta un’abitante di questa città, Zura Chasueva. Questa ha raccontato che dopo il sequestro da parte di agenti delle forze armate di suo figlio Abu Chasueva, compiuto cinque anni fa, nell’agosto 2001, e la sua seguente scomparsa sono stati avviati due procedimenti penali condotti da due inquirenti della stessa procura provinciale che non sapevano di indagare sulla stesso crimine.
Dal colloquio con Zura Chasueva:
“Il 20 novembre i vicini mi trasmisero una comunicazione della procura della provincia. In essa si diceva che avrei dovuto comparire davanti all’inquirente Madaev.
Il 21 novembre sono stata alla procura della provincia di Urus-Martan. Madaev mi ha detto che ero stata convocata in relazione al procedimento penale numero 25140. L’inquirente mi domandò se mi fosse scomparso un figlio, Chasuev Abu, nell’agosto 2001. Risposi
di sì. Dissi che ero stata dall’inquirente Aslan Kataev, che poteva confermare che ero stata in procura di recente. Madaev gridò qualcosa verso l’ufficio vicino.
Da lì venne fuori l’inquirente Kataev e disse che stava conducendo un procedimento penale, avviato per via della scomparsa di mio figlio, Chasuev Abu. Solo che il numero di questo procedimento era 25170. Entrambi gli inquirenti si stupirono. Poi gli inquirenti si consultarono tra loro e andarono dal procuratore con due cartelle.
10-15 minuti dopo tornarono e mi dissero che adesso avrebbero riunito i due procedimenti in uno.
In tal modo venni a sapere che fino al 21 novembre 2006 nella procura della provincia di Urus-Martan c’erano due procedimenti penali avviati per via del sequestro di mio figlio. Fra l’altro gli inquirenti non sapevano neanche di condurre parallelamente un’“indagine” sulla stessa vicenda”.
Vale la pena dire che entrambe le indagini finora non hanno dato risultati?


27 NOVEMBRE 2006
Il prezzo della consegna di se stessi alle autorità

Alla sede del PC “Memorial” di Nazran’[12] si è rivolto per iscritto un abitante del villaggio[13] di Ordžonikidzevskaja[14] (Inguscezia) Umar Alaudinovič Chajcharoev.
Il 27 luglio 2006 questi, i suoi fratelli e i suoi parenti – in tutto 15 persone – si sono rivolti agli uffici della ROVD del ministero degli Interni della Repubblica Cecena di Ačchoj-Martan per consegnarsi alle autorità in cambio di garanzie concesse dello stato. Avendo creduto alla promessa fatta dal direttore dell’FSB della Federazione Russa N. Patrušev, decisero di tutelarsi da eventuali arresti. A quanto dissero, nel periodo da ottobre a dicembre 1999 avevano fatto parte di formazioni armate della Repubblica Cecenia di Ičkerija[15].
Prima di dichiarare ufficialmente che si sarebbero consegnati alle autorità, questi condussero trattative con i rappresentanti delle forze dell’ordine e ottennero la garanzia che sarebbero stata concessa loro l’amnistia. In particolare ricevettero tali garanzie dal comandante di divisione della PPS[16] della provincia di Ačchoj-Martan Ibragim Dadaev e del capo del VOGO[17] e del PMVD[18] della Federazione Russa nel Caucaso settentrionale, il generale di corpo d’armata[19] Oleg Valentinovič Chotin. Solo in seguito a ciò durante una riunione di famiglia dei Chajcharoev fu presa la decisione di consegnarsi spontaneamente alle autorità. Per 10 giorni furono interrogati tutti e fu verificata la loro posizione in diverse banche dati[20], dopo di che fu disposto di non dar luogo a procedere contro di loro e furono rimessi in libertà.
Tre mesi dopo, il 24 ottobre 2006, nella città di Karabulak (Inguscezia) gli agenti mascherati di un’imprecisata forza armata hanno portato via dall’appartamento della madre di Umar Chajcharoev due degli amnistiati: Mochdan Alaudinovič Èl’gakaev e Mochdan Isaevič Aslambekov. Due giorni dopo un uomo telefonò da Vladikavkaz ai parenti dei sequestrati, presentandosi come l’avvocato di Mochdan Èl’gakaev e comunicò che questi era rinchiuso nel carcere per la detenzione preventiva e che era accusato di aver preso parte a un attacco terroristico in Inguscezia nella notte del 22 luglio 2004. In seguitò si riuscì a chiarire che il secondo sequestrato, Mochdan Aslambekov, si trovava nella ROVD della provincia di Ačchoj-Martan nella Repubblica Cecena.
Al momento l’istruttoria nei confronti di Èl’gakaev è stata chiusa e gli atti sono stati trasmessi al tribunale. Questi si trova nell’infermeria del carcere. Secondo quanto ha dichiarato Umar Chajcharoev, durante le indagini Èl’gakaev è stato picchiato per ottenerne una deposizione favorevole[21]. Umar Chajcharoev scrive che i suoi parenti sono accusati di crimini che non hanno commesso.


Sulle indagini sui sequestri nella provincia di Urus-Martan: 2000—2006

Il 18 dicembre 2003, durante una “linea diretta” di Vladimir Putin[22] alcune abitanti della provincia di Urus-Martan dissero che nella provincia sono state sequestrate 203 persone e hanno chiesto al presidente di parlare delle misure prese per prevenire i sequestri di persona e indagare tutti i casi simili. Il presidente rispose che al momento era impossibile stabilire chi ci fosse dietro a questi crimini, ma promise: “Continueremo il lavoro di ricerca delle persone scomparse e di ricerca dei colpevoli… Sapete che sono state già avviate decine di procedimenti penali…”. Il presidente ha dato un ordine e un anno e mezzo dopo la sua volontà è arrivata in Cecenia.
Nel luglio 2004 la procura ha chiesto all’ufficio di “Memorial” a Urus-Martan dove quelle donne siano venute a conoscenza di questo numero - 203 scomparsi.
Nell’agosto 2004 “Memorial” indirizzò alla procura una lettera, a cui erano allegate le liste di 240 abitanti della provincia di Urus-Martan nella Repubblica Cecena, scomparsi senza lasciare traccia o trovati uccisi dopo essere stati arrestati o sequestrati, con una descrizione dettagliata delle circostanze e chiese a sua volta che venisse comunicato l’andamento delle indagini legate ai procedimenti penali avviati a seguito di questi casi. Né a questa né a una successiva richiesta è stata data risposta.
Nel giugno 2005 un’analoga richiesta fu indirizzata a Èlla Pamfilova[23], a questa furono allegate le liste di 246 “scomparsi” o uccisi dopo i sequestri negli anni 2000–2003.
Il 27 giugno 2005 la procura della Repubblica Cecena ha risposto. E’ risultato che per nessuno di questi crimini è stata formulata un’accusa o sono stati trasmessi atti a un tribunale.
Procedimenti riguardanti il sequestro di quattro persone sono stati avviati in altre province.
Un procedimento è stato trasformato passando dall’articolo 126 del codice penale della Federazione Russa (“sequestro di persona”) all’articolo 127 (“detenzione illegale”) e poi è stato bloccato “a causa del fatto che non è stato stabilito chi siano le persone da convocare in qualità di imputati”.
Riguardo a 172 persone (il 70% della lista) è stato comunicato che è stato avviato un procedimento penale e sono state avviate le ricerche, ma le persone da convocare in qualità di imputati non sono state trovate e che vanno avanti le misure operative di ricerca…
Le operazioni di ricerca devono essere avviate dalla polizia per quel che riguarda le persone scomparse senza lasciare traccia, il cui destino non è stato chiarito, ma in risposta ci è stato comunicato anche l’avvio delle ricerche di 31 sequestrati, i cui corpi sono stati ritrovati molto tempo fa.
Riguardo a 69 persone è stato comunicato che “denunce e comunicazioni riguardanti sequestri non sono giunte alla procura o alla sezione del ministero degli Interni della provincia di Urus-Martan nella Repubblica Cecena”, anche se, perlomeno per quel che riguarda parte di questi casi, la procura non poteva non sapere dei sequestri o dei susseguenti omicidi – i parenti avevano sporto denunce, in alcuni casi erano stati avviati procedimenti penali…
Dalla dichiarazione del presidente sono passati tre anni.

“Novaja Gazeta” n. 93 http://2006.novayagazeta.ru/nomer/2006/93n/n93n-s10.shtml


07.12.2006 (traduzione e note di Matteo M.)

http://matteobloggato.blogspot.com/2006/12/desaparecidos-del
-caucaso.html#links


[1] Associazione nata ufficialmente nel 1992 per mantenere viva la memoria delle vittime del potere sovietico, ma che si occupa anche di diritti umani.

[2] Diminutivo di Anna.

[3] Letteralmente “è stato seduto”, poiché in russo dei detenuti si dice che “siedono in prigione”.

[4] “Dell’Ambulatorio”.

[5] Territorial’nyj Otdel Milicii, “Sezione Territoriale di Polizia”.

[6] Rajonnyj Otdel Vnutrennich Del, “Sezione Provinciale del Ministero degli Interni”; in Russia i posti di polizia si chiamano sezioni del ministero degli Interni…

[7] Federal’naja Služba Besopasnosti (Servizio di Sicurezza Federale), i servizi segreti russi.

[8] Nezakonnaja Vooružënnaja Formacija (Formazione Armata Illegale): nel linguaggio giuridico italiano si tratterebbe di “partecipazione a banda armata”.

[9] Sic.

[10] L’economia russa cresce a ritmi tali che si parla di raddoppiare il PIL dell’epoca della sua entrata nell’economia di mercato. Qui lo slogan è usato ironicamente, perché si è raddoppiato altro…

[11] Pravozaščitnyj Centr, “Centro per la Difesa dei Diritti Umani”.

[12] Città dell’Inguscezia, repubblica caucasica della Federazione Russa confinante con la Cecenia (fino agli anni ’90 formavano un’unica entità, la repubblica di Cecenia e Inguscezia).

[13] Stanica sta “per villaggio cosacco”. Con questo termine vanno intesi i villaggi fondati dai russi.

[14] Villaggio intitolato a Grigorij Konstantinovič Ordžonikidze, collaboratore di Stalin.

[15] Nome di origine turca dato alla Cecenia dagli indipendentisti, in cui pare che non tutti i ceceni si riconoscano.

[16] Postovaja Patrul’naja Služba, “Servizio di Pattuglia dei Posti di Blocco”.

[17] Vertolëtnyj Otrjad Graždanskoj Oborony, “Reparto Elicotteri della Difesa Civile”.

[18] Struttura del ministero degli Interni su cui non trovo informazioni.

[19] Uso per chiarezza la terminologia italiana. Si tratta del generale di grado maggiore.

[20] Dell’amnistia possono godere coloro che si consegnano alle autorità purché a loro carico non via sia altra accusa che la partecipazione a banda armata.

[21] Favorevole allo scopo di condannarlo.

[22] Cioè uno di quei programmi della televisione di Stato russa durante i quali Putin risponde in diretta alle domande (debitamente filtrate, suppongo) dei telespettatori.

[23] Èlla Aleksandrovna Pamfilova, presidente del “consiglio per la collaborazione allo sviluppo delle istituzioni della società civile e dei diritti umani presso il presidente della Federazione Russa” (secondo la pomposa definizione ufficiale).

09 dicembre 2006

A proposito di avvelenamenti ed esecuzioni extragiudiziali

“PER USO INTERNO”
Il veleno come mezzo per compiere esecuzioni extragiudiziali

L’epoca degli avvelenamenti nei criminali anni ’90 cominciò con il banchiere Kivelidi[1], che morì dopo aver sollevato una cornetta telefonica cosparsa di sali di tallio[2] e con lui si concluse. Nonostante l’evidente successo (l’esecutore materiale fu catturato solo dopo 11 anni[3]), questo mezzo non si è rivelato troppo popolare nell’ambiente criminale.
Ma i primi sei anni del nuovo secolo ci hanno consegnato una lunga lista di vittime.
Nel 2003 è morto Jurij Ščekočichin[4]: i segni di avvelenamento erano evidenti. Nel 2004 Anna Politkovskaja fu avvelenata mentre si recava a Beslan, nella stessa Beslan furono somministrati di nascosto dei tranquillanti alla giornalista georgiana Nana Ležava. A San Pietroburgo fu avvelenato il conoscente di Vladimir Putin e amico del capo della guardia personale del presidente Roman Cepov. Nello stesso 2004 si è verificato il finora non chiarito avvelenamento dell’allora candidato alla presidenza dell’Ucraina Viktor Juščenko. Nel 2006 è stato avvelenato Aleksandr Litvinenko. Troppi casi per poter parlare di casualità.
Tra l’altro l’avvelenamento come mezzo per uccidere presuppone un contatto diretto dell’esecutore materiale non solo con la vittima (che praticamente sempre è indicata all’agente in linguaggio cifrato), ma anche con un veleno particolarmente pericoloso. Le organizzazioni che operano avvelenamenti devono assomigliarsi in un punto chiave: le persone da loro scelte come esecutori materiali devono temere i propri boss più di quanto temano il “cliente”. In tali organizzazioni devono esserci regole molto dure. E proprio questa è la condizione fondamentale e non certo i mezzi tecnici, la rete di agenti e le particolarità dei procedimenti operativi.
Di solito tali organizzazioni nascono sotto regimi dittatoriali o in paesi in guerra.
Non saremo angosciati dall’ombra del principale avvelenatore dell’NKVD[5], il professor Majranovskij[6], uscito di scena a metà degli anni ‘50. Perché per esempio a quel tempo l’avvelenamento come mezzo per eliminare il nemico era preso in considerazione anche dalla CIA – proprio così era stato pianificato di togliere di mezzo Fidel Castro. Semplicemente poi i veterani della Seconda Guerra Mondiale se ne andarono finalmente in pace e venne una nuova generazione con modi più gentili.
E perciò è significativo quali servizi segreti di quali paesi si siano messi in luce per gli avvelenamenti negli ultimi tempi. Nel 1997 nella capitale della Giordania, Amman, gli agenti segreti israeliani tentarono di avvelenare (versandogli veleno in un orecchio) Khaled Mashal, leader di Hamas. A dire il vero gli agenti furono catturati e perché fossero liberati Israele concordò di fornire un antidoto a Mashal. E nel 2002, dopo aver aperto una lettera avvelenata, morì il comandante dei mujaheddin arabi in Cecenia Khattab.
I servizi segreti israeliani sono diventati l’esempio principale per i colleghi russi fin dall’inizio della seconda guerra cecena[7] – basta ricordare quanto spesso i nostri čekisti[8] abbiano rammentato il Mossad dopo l’eliminazione di Jandarbiev[9] e Maschadov. E tra gli israeliani le regole sono dure: al di là della largamente reclamizzata storia del salvataggio dei propri agenti nel 1997 c’è un esempio più fresco, quando nel giugno 2006 per eliminare i due fratelli leader della “Jihad Islamica” Nidal e Mahmud Majzub il Mossad ha sacrificato un proprio uomo, che aveva lavorato per questa agenzia per 12 anni. L’agente – un ex poliziotto libanese – ha dato informazioni sulla macchina dei fratelli, che è stata fatta saltare in aria. L’agente fu individuato e catturato dopo qualche settimana. Queste sono cose possibili solo in un paese continuamente in guerra.
O in un paese con un regime dittatoriale. Così i servizi segreti iracheni avvelenavano per ordine di Saddam Hussein le persone scomode a lui vicine e gli oppositori. E i servizi segreti del Sudafrica, che avevano accumulato una ricca esperienza sul campo durante la guerra con l’UNITA[10], avvelenavano gli avversari del regime dell’apartheid utilizzando abiti imbevuti di fosfati organici.
Oggi anche in Russia si trovano troppe persone inclini a decisioni semplici e con una sufficiente esperienza sul campo. Troppo spesso negli ultimi tempi come unico metodo per raggiungere i propri scopi si è utilizzata l’eliminazione dell’avversario: tutti i servizi segreti presenti in Cecenia hanno i propri gruppi di liquidatori.
Questo è diventato talmente un luogo comune che dopo l’eliminazione di Abu Khavs[11] la scorsa domenica in Daghestan nessuno ha posto la domanda: perché non l’hanno preso vivo? Evidentemente i servizi segreti russi non avevano nulla da chiedere all’uomo che era stato mandato nel Caucaso settentrionale dallo stesso Abu Mus’ab
аl-Zarqawi. E in effetti al-Zarqawi, ucciso nel giugno di quest’anno, era leader della cellula irachena di al-Qaida, che aveva rivendicato il rapimento e l’uccisone dei diplomatici russi in Iraq[12] e i loro corpi finora non sono stati restituiti ai russi.

Andrej SOLDATOV, osservatore della “Novaja Gazeta”;
Irina Borogan, Agentura.Ru[13]


Storie di avvelenamenti misteriosi

ROMAN CEPOV, ex ufficiale delle truppe interne del ministero degli Interni, imprenditore, direttore dell’agenzia di sicurezza “Baltic-Eksport”. Si è occupato della sicurezza delle famiglie di Anatolij Sobčak[14] e Vladimir Putin. E’ morto il 24 settembre 2004.
Causa della morte: avvelenamento. I medici hanno constatato un danno al midollo spinale, che si accompagna a sintomi evidenti di una malattia causata da sostanze radioattive.
Circostanze: Roman Cepov accusò malesseri due settimane prima della morte, ma i medici non poterono stilare una diagnosi precisa. I sintomi ricordavano quelli di una grave intossicazione alimentare. Fu portato in ospedale in gravi condizioni. I dati di una prima perizia mostrarono che nel sangue era presente una grande quantità di un medicinale utilizzato nella chemioterapia dei malati di forme tumorali del sangue (leucemia). Ma il defunto non soffriva di malattie oncologiche. Secondo i medici una dose mortale del preparato in forma liquida o in pastiglie sminuzzate avrebbe potuto essere introdotta nel cibo. Gli esperti sono discordi sul tipo di sostanza: isotopi radioattivi, un veleno sconosciuto, sali di metalli pesanti.

LEČE ISLAMOV (soprannominato Boroda[15]), ceceno, arrestato per aver fatto parte di formazioni armate illegali. Fu intermediario di affari riguardanti scambi di ostaggi o loro liberazione dietro pagamento di riscatti, era informato sui metodi di lavoro non pubblicizzati dei servizi segreti russi in Cecenia. E’ morto nell’infermeria di un carcere nell’autunno del 2004.
Causa della morte: avvelenamento da sostanze sconosciute.
Circostanze: prima del suo trasferimento in carcere tre rappresentanti dei servizi segreti si incontrarono con Islamov, gli proposero di collaborare con loro e gli offrirono tè e tartine. Questi rifiutò. Subito dopo questo incontro la salute del detenuto peggiorò improvvisamente e bruscamente. Tutto il suo corpo si infiammò, la sua pelle iniziò a screpolarsi e a staccarsi, la sua temperatura corporea si innalzò notevolmente, cominciò ad invecchiare a vista d’occhio, cominciarono a cadergli i capelli. In breve Leče Islamov morì.

VIKTOR JUŠČENKO, attuale presidente dell’Ucraina. Durante la campagna elettorale fu intrapreso un tentativo di avvelenare Juščenko con diossina altamente tossica[16].
Circostanze: nel giorno dell’avvelenamento (4-5 settembre 2004) Viktor Juščenko si trovava nella dacia dell’ex capo del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina[17], dove stava incontrando gli agenti di questa istituzione. Dopo quell’incontro il futuro presidente avvertì un malessere e fu internato per cinque giorni in una clinica austriaca. La prima diagnosi dei medici fu “pancreatite acuta” con complicazioni causate da un avvelenamento da tossine. Furono trovate delle sostanze chimiche che non si trovano normalmente negli alimenti. In particolare un gruppo di medici americani trovò nel suo sangue diossina altamente tossica del tipo 2,3,7,8-TCDD (tetracloridbenzo-r-diossina). Questa sostanza, secondo la stampa estera, era stata sperimentata con successo già qualche anno fa in un laboratorio segreto russo.

KHATTAB, mercenario arabo.
Causa della morte: avvelenamento da sostanze sconosciute.
Circostanze: Per avvelenare Khattab l’ufficiale dell’FSB[18] M. si servì di un certo Ibragim Magomedov, un giovane di etnia àvara[19], nativo del villaggio di Gimra nella provincia di Uncukul’ nel Daghestan. Ibragim era un uomo di fiducia di Khattab e svolgeva per lui il ruolo di corriere. Si muoveva continuamente attraverso l’Azerbaijan e la Turchia per ricevere finanziamenti. Un agente dell’UFSB[20] della repubblica del Daghestan lo aiutava. La fiducia di Ibragim Magomedov nei confronti dell’ufficiale dell’FSB M. era tale, che quest’ultimo riuscì a riempire di una soluzione speciale una busta con un messaggio per Khattab dagli amici all’estero. Dopo aver letto questo messaggio personale Khattab morì nel giro di qualche giorno di una grave malattia.

NANA LEŽAVA, giornalista televisiva georgiana, fino a settembre 2006 corrispondente della televisione indipendente “Rustavi-2[21]”, autrice di una serie di duri reportage da Beslan durante il sequestro nella scuola.
Tipo di avvelenamento. Nell’organismo di Nana Ležava è stata riscontrata una tossina potenzialmente letale. Sono stati riscontrate danni al cervello ed evidenti lesioni neurologiche. Il veleno era una potente sostanza psicotropa che causa diffuse alterazioni del cervello. Secondo il referto degli esperti psichiatri queste sostanze appartengono al gruppo delle benzodiasepine e hanno un effetto ipnotico sull’uomo e ne riducono l’autocontrollo.
Circostanze: il 3 settembre 2004 Nana Ležava fu arrestata insieme all’operatore Levan Tetvadze. Ciò accadde dopo che questa aveva trasmesso la notizia che la prima esplosione nell’edificio della scuola si era verificata sul lato esterno della palestra (il che accusava in primo luogo i servizi segreti e
а solo in secondo luogo i terroristi). Durante cinque giorni di permanenza nei carceri per la detenzione preliminare del ministero degli Interni e dell’FSB bevve un caffé offertole dagli inquirenti e perse conoscenza per 24 ore.


Prossimamente

L’anno scorso il collaboratore del deputato dell’LDPR[22] Valerij Belozër e il collaboratore dell’amministrazione del ministero degli Interni Ageev sono stati processati per truffa ai danni della dirigenza della Banca di investimento privato europea (Èpin-Bank[23]). A quanto risulta alla Procura Generale, avrebbero truffato ai banchieri 640.000 dollari e 46.000 euro. Belozër è stato condannato a sette anni di reclusione, Ageev a otto. Il procedimento giudiziario nei confronti di altri membri del gruppo criminale è stato separato, l’indagine va ancora avanti e perciò non si fanno commenti al riguardo.
Tuttavia, a quanto ci risulta, si tratta in parte di un caso di avvelenamento. I fatti si sono sviluppati in questo modo: i banchieri hanno acconsentito a diventare testimoni dell’accusa nel processo a Belozër e Ageev. Dopo qualche tempo uno dei dirigenti della banca si è sentito male. E dopo di lui hanno portato in ospedale anche alcuni agenti del gruppo investigativo dell’FSB, che avevano bevuto un tè nel loro ufficio. Per fortuna nessuno è morto. Ma è stato riscontrato un grave avvelenamento. Alla Èpin-Bank non confermano né smentiscono queste informazioni.

Leggete al proposito nei prossimi numeri

“Novaja Gazeta” n. 91,
http://2006.novayagazeta.ru/nomer/2006/91n/n91n-s00.shtml


30.11.2006

http://matteobloggato.blogspot.com/2006/12/non-solo-
litvinenko.html#links


[1] Ivan Charlampievič Kivelidi, banchiere russo di origine greca, che fu presidente della “Tavola Rotonda del Business Russo”.

[2] Metallo tossico e cancerogeno, un tempo usato come componente di topicidi.

[3] Cioè quest’anno. L’omicidio risale al 1995.

[4] Jurij Petrovič Ščekočichin, giornalista investigativo, scrittore e uomo politico russo.

[5] Narodnyj Komitet Vnutrennich Del (Comitato del Popolo per gli Affari Interni), la polizia politica di Stalin.

[6] Grigorij Moiseevič Majranovskij, medico che operava nei servizi segreti di Stalin, caduto in disgrazia e imprigionato nel 1951 (e non “a metà degli anni ‘50”) – forse anche perché ebreo.

[7] Quella iniziata da Putin nel 1999 e di fatto ancora in corso (la prima fu condotta da El’cin negli anni 1994-1996).

[8] Čekisti erano chiamati i membri della prima polizia politica sovietica, la ČK (che si legge čeka), cioè la Črezvyčajnaja Komissija po bor’be s kontrrevoljuciej i sabotažem, “Commissione Straordinaria per la lotta contro la controrivoluzione e il sabotaggio” e per estensione sono chiamati così gli agenti segreti.

[9] Zelimchan Abdumuslimovič Jandarbiev, presidente dell’autoproclamata repubblica di Cecenia dal 1996 al 1997, ucciso con una bomba in Qatar, dove si era rifugiato.

[10] União Nacional para a Independência Total de Angola (Unione Nazionale per la Totale Indipendenza dell’Angola), movimento indipendentista angolano, poi impegnato nella guerra civile contro i governi comunisti.

[11] Guerrigliero giordano, emissario di Al-Qaida in Cecenia.

[12] Fëdor Pavlovič Zajcev, collaboratore dell’ambasciatore russo in Iraq, Rinat Nailevič Agliulin, cuoco (ma forse agente segreto) dell’ambasciata, Anatolij Nikolaevič Smirnov, autista, Oleg Evgen’evič Fedoseev, guardia del corpo.

[13] Centro di studi russo sull’operato dei servizi segreti.

[14] Anatolij Aleksandrovič Sobčak, ex sindaco di San Pietroburgo, figura di spicco dell’epoca della perestrojka e sostenitore di Putin, morto misteriosamente nel 2000.

[15] Barba.

[16] Sic.

[17] Cioè dei servizi segreti.

[18] Federal’naja Služba Bezopasnosti (Servizio di Sicurezza Federale), i servizi segreti russi.

[19] Popolo minoritario del Caucaso.

[20] Upravlenie Federal’noj Služby Besopasnosti (Sezione del Servizio di Sicurezza Federale).

[21] Televisione privata georgiana con sede nella città di Rustavi, presso Tbilisi.

[22] Liberal’no-Demokratičeskaja Partija Rossii (Partito Liberal-Democratico di Russia), partito nazionalista guidato da V.V. Žirinovskij.

[23] Ètalon Pravil’nych INvesticij (Standard di Giusti Investimenti), banca d’affari russa.

04 dicembre 2006

A proposito di Putin (II)

LA HOLDING DEL CREMLINO. FUSIONI & ASSORBIMENTI
Nuove alleanze e cambiamenti nella FSB[1], nel ministero degli Interni e nella “Gazprom” – il presidente ha molti amici che si odiano tra loro

I cambiamenti al vertice del ministero degli interni, nella FSB e nella “Gazprom” sembrerebbero un semplice cambio della guardia, se non si tenesse conto di quali gruppi appoggiano i nominati e i giubilati. Parrebbe che in quest’ambito già da tempo non fosse rimasto nessuno, a parte gli amici del presidente, di Piter[2] e tedeschi[3], i suoi colleghi o semplicemente i vicini di dacia. Ma proprio questa è la disgrazia, che Vladimir Putin sia una persona molto amichevole. Ha molti conoscenti che non possono sopportarsi tra loro. Una volta trovatisi nei posti chiave dello stato e aver occupato posti importanti nelle compagnie controllate dallo stato, questi amici vi hanno portato i propri amici. Ed è apparso chiaro che gli “amici degli amici” non trovano sempre una lingua comune. Al contrario, in ogni momento propizio cercano di avvicinarsi all’orecchio del presidente per sussurrargli qualcosa di perfido l’uno a proposito dell’altro. In una situazione da corte di Madrid i giocatori fondamentali sono diventati quelli che hanno accesso diretto all’orecchio del presidente, cioè possono comunicare per primi “notizie” sugli amici-concorrenti. E’ anche dal punto di vista di una calda atmosfera amichevole in cui ci mangia l’un l’altro che bisogna guardare tutte le dimissioni, le nomine e gli spostamenti degli ultimi tempi.

La scorsa settimana è stato rimosso il vice-ministro degli Interni Andrej Novikov, che si occupava della polizia criminale. L’ascesa di Novikov a questa vetta è stata in effetti tanto veloce quanto la sua caduta. Dal ruolo di capo dell’UVD[4] del quartiere Krasnogvardejskij[5] di San Pietroburgo nel 2001 si è spostato sulla poltrona di dirigente esecutivo del ministero degli Interni della Russia. Salti così strepitosi nella storia del ministero degli Interni non c’erano mai stati. I nostri esperti ritengono che Novikov fosse appoggiato dal capo del Servizio di Sicurezza Federale[6] Evgenij Murov e dal capo del Servizio di Sicurezza del presidente Viktor Zolotov – giocatori chiave, che hanno accesso diretto al presidente. Novikov ha potuto entrare in contatto direttamente con l’amministrazione presidenziale, evitando il suo principale secondo le forme – il capo del ministero degli Interni Rašid Nurgaliev. Novikov è comunque definito un ottimo professionista.
Un dettaglio curioso consiste nel fatto che insieme ad Andrej Novikov nelle strutture del ministero degli Interni abbia trovato posto quasi contemporaneamente Vagif Ismailov – nipote di Tel’man Ismailov, presidente del gruppo AST (fino a non molto tempo fa ad esso appartenevano i mercati Čerkizovskij e Varšavskij[7] di Mosca). Insieme a Novikov questi aveva lavorato nell’amministrazione del ministero degli Interni del distretto Nord Occidentale[8] e quando Novikov è diventato vice-ministro ha trovato posto nell’apparato centrale del ministero degli Interni.
Molti supponevano che con appoggi da parte dell’FSO e del Servizio di sicurezza del presidente Andrei Novikov potesse aspirare al posto di capo del ministero degli Interni. Invece è arrivato il licenziamento. Ma la posizione del capo del ministero degli Interni Rašid Nurgaliev non si è rafforzata. Oleg Safonov, nominato al posto di Novikov è un ex agente del KGB – insieme a Vladimir Putin ha lavorato nella commissione per le relazioni esterne dell’ufficio del sindaco di Piter. Per il posto di vice- e potenziale ministro degli Interni al presidente serviva una persona nota a lui personalmente, e non attraverso gli organi di sicurezza.
Avversario di lunga data di Andrej Novikov nel ministero degli Interni viene definito il direttore del dipartimento per la sicurezza economica Sergej Meščerjakov. Il ministro degli Interni Rašid Nurgaliev ha cercato qualche volta di rappacificarli nel suo ufficio, si sono stretti la mano, ma i rapporti sono rimasti tesi. Se Novikov era legato alla dirigenza dell’FSO e del servizio di sicurezza presidenziale, Meščerjakov era personalmente in contatto con il vice-direttore dell’amministrazione presidenziale, il consigliere del presidente Igor’ Sečin – amico di vecchia data di Vladimir Putin. La scorsa settimana è stato reso noto che Meščerjakov è stato trasferito dal dipartimento per la sicurezza economica al ruolo di capo del dipartimento per la lotta contro la criminalità organizzata e il terrorismo. Nei corridoi del ministero degli Interni scherzano al proposito: “lo stipendio è rimasto quello di prima, ma il reddito è diminuito”. Ma se si guardano le cose seriamente, allora, a giudicare il tutto, il presidente avrebbe per l’ennesima volta equilibrato l’influenza dei raggruppamenti. E a Sečin è venuta a mancare una risorsa importante come il dipartimento per la sicurezza economica del ministero degli Interni. A capo di questo è stato posto Evgenij Školov – ex agente segreto che è stato di servizio in Germania insieme a Putin e al vice-direttore dell’amministrazione presidenziale Viktor Ivanov.
Neanche
dietro le spesse mura dellFSB c’è compattezza. Ricordiamo: non molto tempo fa là sono stati sollevati dagli incarichi il capo della sezione responsabile dei fondi per le attività dell’FSB Sergej Šišin, il vice-direttore del servizio per la sicurezza economica, il capo della sezione “K” (lotta al contrabbando[9]) Sergej Fomenko e l’ex vice-direttore dell’FSB Vladimir Anisimov[10], che è rimasto nella riserva attiva a lavorare nel servizio federale per il controllo della tecnica e delle esportazioni.
Queste
perdite di generali non sono dello stesso tipo. Se i generali Anisimov e Šišin erano del gruppo di Nikolaj Patrušev (Anisimov ha cominciato come sottufficiale del comando per la sicurezza nazionale in Carelia guidato da Patrušev), Sergej Fomenko era invece il vice di Aleksandr Bortnikov – vice-direttore dell’FSB e direttore del servizio per la sicurezza economica. Secondo le informazioni forniteci dalle nostre fonti, Bortnikov è in contatto diretto con il primo vice-presidente del consiglio dei ministri della Federazione Russa Dmitrij Medvedev, che viene indicato come il possibile erede del presidente.
Tra l’altro Nikolaj Patrušev, secondo i nostri esperti, dopo alcune incomprensioni ha trovato negli ultimi tempi una lingua comune con il vice-direttore dell’amministrazione presidenziale Igor’ Sečin.
Medvedev e Sečin sono antagonisti dell’ambito del Cremlino e ugualmente vicini al presidente. Secondo le nostre informazioni, non molto tempo fa lo scontro si è inasprito: il primo vice-premier Medvedev ha rivelato a Vladimir Putin delle informazioni sul fatto che uno dei figuranti dell’affare di contrabbando di mobili di “Tri Kita[11]” che ha fatto tanto scalpore, Andrei Saenko, prima dell’arresto venisse ricevuto da Sečin. In questo, si capisce, non ci sarebbe nulla di pregiudizievole – Saenko era vice-direttore di una sorta di filiale della “Rosoboronèksport[12]” ed è considerato una persona, che ha sviluppato una grande quantità di enormi progetti oltre frontiera. Ma dopo che il presidente ha riportato personalmente alla ribalta l’affare “Tri Kita”, le informazioni sui ricevimenti che avrebbero avuto luogo tempo fa hanno ottenuto pieno successo.
Alla vigilia della nomina dell’erede alla presidenza per i generali delle forze armate, così come per le altre persone al servizio dello stato dotate di peso politico, è d’importanza vitale non commettere errori nella scelta degli alleati. Anche sedere tra due sedie[13] è impensabile. Perciò volano e ricrescono teste[14], crollano e si formano febbrilmente alleanze. Questa selezione naturale interna è impressionante. Hanno esattamente un anno per giocare alla roulette russa e baciare la mano giusta.

P.S. La provincia[15]separata, la “Gazprom”, anche se non è una struttura armata[16], è comunque una risorsa, che ha bisogno dell’instancabile controllo del presidente. Ed ecco che al posto di Aleksandr Rjazanova diviene vice-presidente del consiglio di amministrazione Valerj Golubëv, ex presidente del quartiere dell’isola Vasilevskij di San Pietroburgo, che ricorda che sotto la sua presidenza Vladimir Putin ottenne un appartamento.

Roman ŠLEJNOV

20.11.2006, “Novaja Gazeta”, http://2006.novayagazeta.ru/nomer/2006/88n/n88n-s00.shtm, (traduzione e note di Matteo M.)



[1] Federal’naja Služba Bezopasnosti (“Servizio di Sicurezza Federale”), i servizi segreti russi.

[2] Nome familiare di San Pietroburgo, città natale di Putin.

[3] Cioè che avevano prestato servizio con lui in Germania come agenti del KGB.

[4] Upravlenie Vnutrennich Del (“Amministrazione del Ministero degli Interni”), in pratica la sede della polizia locale.

[5] “Della Guardia Rossa”.

[6] Struttura di intelligence parallela all’FSB, più avanti indicata con la sigla russa FSO.

[7] “Di Varsavia”.

[8] Putin ha diviso la Russia in sette distretti con a capo uomini di sua fiducia con ampi poteri. Non contento, in seguito ha sostituito i governatori eletti dal popolo con uomini scelti da lui…

[9] Kontrabanda in russo.

[10] L’unico dei comandanti della task force che ha compiuto il blitz di Beslan a pagare con la perdita del posto.

[11] “Tre Balene” (che secondo un’antica leggenda russa reggerebbero il mondo come Atlante), azienda rimasta coinvolta nella vicenda di cui poi si parla nell’articolo.

[12] Abbreviazione di Rossijskij Oboronnyj Èksport (Esportazione di Armamentario di Difesa Russo), azienda statale che si occupa di esportazione di armamenti.

[13] Traduco letteralmente. Forse noi diremmo “tenere il piede su due staffe”.

[14] Nelle fiabe russe l’eroe affronta spesso un serpente con molte teste, che per di più ricrescono una volta tagliate (l’eroe ha finalmente successo quando cauterizza i colli dopo aver tagliato le teste).

[15] Nell’originale eparchija, che significa principalmente “diocesi” e in senso figurato “ambito” .

[16] Letteralmente silovaja struktura (“struttura di forza”), nome che definisce istituzioni deputate all’uso della forza come il ministero degli Interni e i servizi segreti.


http://matteobloggato.blogspot.com/2006/12/alla-corte-dello-zar
-vladimir.html#links

02 dicembre 2006

A proposito del nazionalismo russo

GLI SKINHEADS HANNO PRESO AD UCCIDERE DUE VOLTE PIU’ SPESSO


La procura di Mosca ha avviato un procedimento per “teppismo” dopo il pestaggio di due rabbini da parte di ignoti adolescenti. (…) Il rabbino capo della Russia Berl Lazar al riguardo ha richiamato i tutori della legge a difendere meglio i rappresentanti delle minoranze nazionali. Tuttavia in Russia il numero di crimini a sfondo nazionalista continua a crescere enormemente. Secondo le statistiche nel 2004 skinheads e nazionalisti hanno compiuto il doppio di omicidi dell’anno precedente.

Il centro d’informazione e di analisi “SOVA”, che da tempo tiene d’occhio le manifestazioni di nazionalismo e xenofobia in Russia, ha diffuso il rapporto “Nazionalismo e xenofobia nel 2004: sue manifestazioni e politiche per contrastarlo”.

In esso si dice che nello scorso anno i nazionalisti sono stati molto più attivi che nell’anno precedente. Nel 2004 hanno svolto i loro primi meeting legali e hanno avanzato pretese di agire su scala nazionale.

A maggio il co-presidente del Partito Nazional-imperialista di Russia Aleksandr Sevast’janov ha indetto nelle scuole il concorso nazionale di composizioni sul tema “Che significa essere russi oggi?”. Il ministero della Pubblica Istruzione non gliel’ha impedito e tra i patrocinatori del concorso c’era il comitato per la cultura e il turismo della Duma di Stato [la “camera bassa” del parlamento russo – nota del traduttore ].

Nel 2004 si sono intensificati gli scontri interetnici di tipo episodico. I deputati hanno continuato ad usare slogan nazionalisti, tanto più che alla società non sono estranei. Il potere centrale “non ha visto” la rapida diffusione di umori nazionalisti e la polizia “non ha notato” il movente nazionalista dei crimini.

- Il 16 marzo, durante un meeting presso il parco Gor’kij [il più grande di Mosca – n.d.t.] organizzato dal Movimento contro l’immigrazione illegale, la polizia non solo non ha impedito che si facesse dal palco propaganda apertamente razzista, ma ha fermato gli antifascisti che tentavano di interrompere tali azioni – nota l’autrice del rapporto Galina Koževnikova.

Nel 2004 i gruppi nazionalisti radicali hanno ricorso impunemente alla violenza e hanno compiuto omicidi premeditati. A giugno a San Pietroburgo è stato ucciso il noto studioso Nikolaj Girenko. L’organizzazione Russkaja respublika [Repubblica Russa – n.d.t.] si è presa la responsabilità dell’omicidio e a suo aperto sostegno si è espresso il co-presidente del Partito Nazional-imperialista di Russia Aleksandr Sevast’janov. A maggio a Dolgoprudnyj è stata fatta esplodere la macchina del giudice Žanna Radčenko e il 9 agosto è stato ucciso il giudice Natal’ja Urlina. Entrambi i giudici prendevano parte al processo contro gli attivisti locali dell’RNE [Russkoe Nacional’noe Edinstvo, cioè “Unione Nazionale Russa”, partito neonazista – n.d.t.].

Gli omicidi di matrice nazionalista nel 2004 sono aumentati di due volte e mezza. Nel 2004 sono stati non meno di 44 contro i 20 del 2003. “Questi sono solo quegli omicidi sulle cui motivazioni non ci sono dubbi” scrive Galina Koževnikova.

Inoltre almeno dieci omicidi non hanno avuto larga risonanza. Tra le vittime degli skinheads nel 2004 vi erano cittadini della Russia e dell’ex Unione Sovietica e immigrati da Afghanistan, Vietnam, Guinea Bissau, Giordania, Cina, Corea, Libia e Siria. Più di 160 persone di 24 paesi sono state selvaggiamente picchiate dagli skin o hanno ricevuto ferite da arma da taglio. Le regioni più pericolose sono quelle di Mosca, San Pietroburgo e del Kuban’. Seguono quelle di Voronež, di Nižnij Novgorod, di Tjumen’, di Novosibirsk e del Primor’e [la costa pacifica – n.d.t]. Nel 2004 anche politici rispettabili hanno appoggiato iniziative dei nazionalisti: il 22 giugno lo hanno fatto alcuni deputati di Edinaja Rossija [“Russia unita”, il “partito del potere” creato da Putin – n.d.t.] e di Rodina [“Patria”, partito nazionalista moderato che si richiama all’Unione Sovietica – n.d.t.].

L’intensificarsi delle azioni terroristiche – soprattutto il sequestro dei bambini di Beslan – hanno accentuato la “caucasofobia” e l’islamofobia.

- Dopo le azioni terroristiche di agosto sugli aerei è iniziata l’“epidemia” di rifiuti da parte dei passeggeri di volare con persone che sembrano loro “musulmani” o “caucasici”. – dice Galina Koževnikova – E’ significativo che le compagnie aeree abbiano dato ragione a questi passeggeri e abbiano impedito di volare ad alcune persone senza motivi legalmente validi.

Comunque l’anno scorso vi sono state anche buone notizie. Il ministro degli Interni Rašid Nurgaliev ha riconosciuto che, in effetti, in Russia ci sono gli skinheads.

Ol’ga Timofeeva, “Izvestija”, 20 gennaio 2005, http://www.izvestia.ru/incident/article1031765/, traduzione e note di Matteo M.